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Latte, miele e falafel

· La realtà composita della Terra santa nella nuova edizione di un libro di Elisa Pinna ·

Elia Kahvedjian «Jerusalem, Mamella» (1942)

Falafel è un cibo, polpettine di tradizione araba, che inonda del suo profumo gran parte delle città israeliane, mentre latte e miele rappresentano metaforicamente la terra promessa. Si trova scritto infatti nella Bibbia (Esodo 3, 7-8) che il Signore disse a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il cananeo, l’hittita, l’amorreo, il perizzita, l’eveo, il gebuseo».

Ora, dopo lunghi secoli, per gli ebrei messianici e per i cristiani latte e miele evocano non solo la terra in cui storicamente si è insediato Israele, ma per via di quel segno nella storia, evocano metaforicamente il paradiso atteso dopo il pellegrinaggio di tutta la vita; mentre Gerusalemme in questa ottica è il fulcro della terra promessa, la città santa, la rocca posta sul monte Sion cui affluiranno tutte le nazioni della terra, in virtù della promessa fatta ad Abramo.

Ma la Terra santa è anche, per il cristiano, il luogo dove il Signore della storia ha vissuto, le strade che ha attraversato, il mare che ha solcato. E Gerusalemme il luogo dove è morto con un supplizio di scandalo, crocifisso. Così, parallelamente, con la parola “Israele” si può intendere sia il popolo cui il Signore appartenne, storicamente, sia la moltitudine di coloro che lo hanno amato e lo amano: la comunità di tutti i redenti. Ma cos’è Israele oggi per il pellegrino che voglia visitare i luoghi storici e conoscere la gente che li abita? E cosa è divenuto nella memoria collettiva il monte Sion? Cosa si intende oggi per “sionismo”?

Apparso già nel 2013, il libro di Elisa Pinna Latte, miele e falafel ora in un’edizione aggiornata (Milano, Edizioni Terra Santa, 2018, pagine 280, euro 16), fotografa una realtà complessa e composita, tra narrazioni e interviste, sue proprie e di altri. E tratteggia situazioni e contesti dai quali la storia affiora da sé, necessariamente, insieme alla tradizione e a come tradizione e storia siano state raccontate e si raccontino, ma con lo sguardo di chi sa riconoscere insieme la poesia e la prosa, i sogni e le pene della gente che vive in questa terra arida e povera, dove la ricchezza può derivare solo dalla scienza e dalla tecnica, ma dove i migliori traguardi raggiunti non si sono tramutati in benessere per tutti.

Segnato da disparità economiche e sociali enormi e crescenti, Israele registra un tasso di povertà pari al 20 per cento: «Più della metà delle famiglie palestinesi vive sotto il livello della povertà, il doppio della media nazionale israeliana». Senza dire che i palestinesi di cittadinanza israeliana vivono più agiatamente dei palestinesi della Cisgiordania o di Gaza. Con la guerra del 1948 più di settecentomila palestinesi lasciarono le loro case, o rifugiati, o espulsi. I più benestanti se ne andarono, centocinquantamila restarono nei confini del nuovo stato di Israele, ma con gravi limitazioni dei principali diritti, espropriati delle loro terre perché, censite dallo stato come aree di interesse militare, non potevano più essere coltivate; ma così, poiché incolte, in virtù di una legge ottomana tuttora vigente le terre non lavorate potevano e possono essere espropriate. Come tuttora accade. Ottennero la cittadinanza solo sessantamila palestinesi, il quali con un incremento demografico superiore a quello degli ebrei, sono attualmente cresciuti sino a un milione e mezzo.

I capitoli non si susseguono per sequenze puramente cronologiche ma, in forma di narrazione o per rievocazioni di testimoni, la storia rifluisce e si compone da flash a flash, senza mancare un disegno essenziale e puntuale, al tempo stesso, dei contesti e della filogenesi di questi, con una disposizione ordinata anche per gruppi etnici e religiosi, a cominciare dai kibbutznik e la gran parte degli abitanti di Tel Aviv. Seguono gli ashkenazim (di origine europea), mizrahi (in generale non europei), gli ebrei dell’Etiopia, quelli russi, gli ortodossi, i messianici, i samaritani, i pacifisti israeliani, i coloni, i musulmani, i drusi, i cristiani (arabi, immigrati, di origine ebraica). Il libro si conclude con l’esperienza della comunità Neve Shalom nata negli anni Settanta dal sogno del domenicano Bruno Hussar, ebreo egiziano convertitosi al cattolicesimo che si spese per la pacifica convivenza tra ebrei e musulmani, e che in parte ha perduto l’originaria impronta di ricerca spirituale. Volti e nomi, nel libro, tratteggiano per suggestive campionature il mosaico di nazioni e genti che formano lo stato di Israele oggi.

L’ultracentenaria Henia Raboniv, «nata in un piccolo villaggio della Russia, divenuto poi polacco, in seguito sovietico, poi bielorusso», che fu portata bambina là dove, appena adolescente, ai piedi del Golan a ridosso del confine tra Siria e Giordania, con una ventina di altri pionieri la sera del 21 marzo 1937 impiantò dalla sera alla mattina il kibbutz “Dei due confini”, ricorda i turni di guardia dei tempi eroici, il duro lavoro sotto il sole, la vita comunitaria del sionismo socialista. Ma poi anche ricorda come la televisione e le prime forme di agiatezza, anche in questa realtà che più a lungo si è preservata, abbiano determinato mutamenti nell’organizzazione sociale: laddove per una radicale laica idea del bene comune la vita si svolse per lungo tempo nella condivisione di luoghi e risorse comunitari, la famiglia tornò a ricomporsi naturalmente nel suo nucleo, i giovani iniziarono ad allontanarsi per ragioni di studio e di lavoro.

E mentre per tanta parte del mondo occidentale i kibbutzim parevano il vanto di Israele, quando nel 1977 gli ebrei orientali spostarono a destra l’elettorato e cessarono le sovvenzioni, quel modello economico e sociale entrò in crisi. I più avveduti affiancarono al lavoro della terra nuove attività, altri si sono privatizzati e trasformati. Il modello capitalista sembra oggi decisamente trionfare con impiego di manodopera straniera e sottopagata. Così come stanno comparendo rabbini e sinagoghe anche nei kibbutzim.

L’autrice non generalizza mai; le grandi trasformazioni e le direttrici dei mutamenti le rappresenta sempre per casi concreti e indagini sul campo. Di Tel Aviv racconta non solo la città gaudente, «ultima roccaforte di un Israele laico, che si dichiara ancora politicamente a sinistra, proiettato verso il futuro, ostile a quello che vede come un fondamentalismo religioso ebraico dilagante», ma anche l’atto di nascita nel 1909, per volontà di sessanta famiglie che acquistarono le dune sul mare prospiciente Jaffa, per isolarsi dalla comunità palestinese.

Era Tel Aviv non Gerusalemme la città ideale dei sionisti. Gli ebrei provenienti dall’Europa potevano sentirsi al sicuro. «C’è però qualcuno che racconta una storia meno luminosa» poiché la città è sorta per avere inglobato aree che anche nel nome attuale ricordano le origini arabe di Jaffa, che nella guerra del 1948 fu bombardata e distrutta. Sessantamila palestinesi si rifugiarono a Gaza, una minoranza di quattromila anime che non fu in grado di fuggire visse poi nella paura e nell’indigenza.

Per chi vada o sia stato in Israele da turista, o da pellegrino, queste pagine aprono finestre su cui non è consuetudine sostare, mentre alcuni affondi offrono raffronti veramente interessanti con le pagine bibliche, come il culto dei samaritani, una realtà religiosa rimasta tra le più piccole al mondo che si tramanda da coloro che nella terra di Canaan adoravano Dio sul monte Garizim, sopra l’odierna Nablus, proprio come afferma nel quarto vangelo (cfr. Giovanni 4, 5-29) la donna cui Gesù chiede di attingere acqua al pozzo di Giacobbe in Sichem, interrogandolo poi sulla vera adorazione.

Rievoca l’Antico Testamento il culto dei drusi, popolo misterioso, in Galilea, sulla tomba di Jethro, il suocero di Mosè, ai piedi dei Corni di Hattin nei pressi di Tiberiade. Da queste finestre si aprono pagine tuttora vivissime ricche di suoni, di profumi, di vita.

E in questa composita geografia umana è importante l’avere riportato le esperienze organizzate, per quanto minoritarie, di salvaguardia dei diritti umani e di impegno responsabile per la pacifica convivenza, soprattutto tra ebrei e musulmani.

Veramente esigue le presenze cristiane, di ebrei convertiti, di arabi cristiani, di cristiani non ebrei e non arabi per le quali Terra Santa potrebbe davvero significare, come scrisse l’orientalista cristiano Louis Massignon (Le tre preghiere di Abramo, Padre di tutti i credenti, 1949, nel libro Parola data, Adelphi 1995), la terra d’infanzia per l’uomo, «quell’“argilla” vergine, predestinata, sublimiliori modo redempta, in cui vengono concepiti, insieme al loro Capo, tutti gli eletti. Quindi è Lei che, come una linea spartiacque, e non di confine, in cui si intuisce la sua apparizione, attrae i pellegrini che cercano giustizia nei luoghi eletti della Palestina — ebrei, cristiani e musulmani — senza che questi, nemmeno gli ultimi, se ne rendano conto. Come Abramo, questi espatriati divenuti nomadi trovano nella Terra Santa il loro luogo di elezione, ed è senz’altro l’ultimo paese della terra da cui si potrebbero esiliare i “profughi” senza commettere ingiustizia».

di Anna Maria Tamburini

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22 agosto 2019

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