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Lo scettico e il cristiano


· Leopardi e Manzoni di fronte all’ingiustizia ·

Se si mettessero in gara le Operette morali di Giacomo Leopardi contro la Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni l’esito sarebbe scontato: si continuerebbe a leggere Leopardi. Il poeta dichiarava apertamente la dottrina materialista ereditata dagli illuministi francesi e aderì al movimento liberale. Affrontò anche la tenace opposizione di suo padre Monaldo, deciso a difendere consolidate tradizioni religiose. Proprio agli albori del Risorgimento, Manzoni mostra invece i forti legami di quelle tradizioni con gli interessi dell’aristocrazia, e fonda così il cattolicesimo liberale.

Stampata a Milano nel 1827, la terza edizione delle Operette leopardiane ne conteneva venti. Uscì in quello stesso anno anche la prima edizione de I promessi sposi. I due grandi del nostro Ottocento letterario si conobbero a Firenze. Non ci fu simpatia a prima vista. In una lettera indirizzata all’editore Stella (23 agosto 1827) così ragionava Giacomo: «Del romanzo di Manzoni… le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all’aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano». Poi ci ripensa, e il 25 febbraio dell’anno successivo scrive ad Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai». L’ateo Leopardi morirà appena dieci anni dopo, neppure quarantenne. Invece quasi sfiorò la novantina il cattolicissimo Manzoni. Leopardi non ebbe la possibilità di leggere la Storia della Colonna Infame, pubblicata insieme con il romanzo manzoniano nell’edizione definitiva del 1840. La vicenda del processo ai cosiddetti “untori” si intreccia con quella della peste del 1630.
A Manzoni interessava ragionare sull’operato dei giudici, in quanto le carte e i documenti parlavano chiaro. Ne era rimasto profondamente turbato. Quei giudici avevano abusato della tortura, oltre i limiti già spaventevoli permessi dalla consuetudine. Gli imputati apparivano innocenti con ogni evidenza. E infatti fu poi assolto l’unico cui la tortura non si poté applicare, in quanto appartenente alla nobiltà: Giovanni Gaetano de Padilla figlio del castellano spagnolo di Milano. Gli inquirenti, posti di fronte alla scelta tra bene e male, scelsero il male in piena consapevolezza. Tormentato dalla visibilità del male, si indigna contro coloro che lo praticano restando impuniti, almeno in questo mondo. Leopardi s’indigna contro madre natura, matrigna per definizione, e ne ricava la felicità dell’eroismo destinato alla sconfitta, però vittorioso sul piano dell’etica personale. Per Leopardi tutto è chiaro. “Male” coincide con leggi e materialità della natura generatrice di sofferenza. Nella scrittura manzoniana a ogni snodo della narrazione si incrocia un problema, anche di scelta lessicale.

di Piero Di Nepi

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20 settembre 2018

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