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L'assenza luogo di rivelazione

· "La parabola dei tre anelli" di Roberto Celada Ballanti ·

Per le romane Edizioni di Storia e Letteratura è appena uscito un prezioso volume La parabola dei tre anelli. Migrazioni e metamorfosi di un racconto tra Oriente e Occidente (Roma, 2017, pagine 254, euro 18). Ne è autore Roberto Celada Ballanti, professore di filosofia della religione e filosofia del dialogo interreligioso presso l’università di Genova, al quale si devono, tra l’altro, importanti studi su Leibniz, su Jaspers, sul pensiero religioso liberale. Al lettore italiano quella che giustamente viene qui definita “parabola” è nota attraverso la versione del Decamerone, dove compare come Novella di tre anelli. Che essa avesse già nel Boccaccio il carattere religioso di parabola, è però chiaro anche dalla sua collocazione, terza della prima giornata, dopo le due altrettanto “religiose” novelle di ser Ciappelletto e di Abraham giudeo. 

Un barcone carico di migranti nelle acque del Mediterraneo

Il primo, per salvare da sicura rovina i compatrioti che lo ospitano, non fa conto della sorte dell’anima sua, nella certezza che, avendo «tante ingiurie fatte a Domenedio, per farnegli io una ora in su la mia morte, ne più né meno ne farà», ovvero non gli aggraverà il conto dei peccati, giacché giudica secondo lo spirito e non secondo le misure umane. Il secondo, vedendo la corruzione della corte papale e la Chiesa come una «fucina di diaboliche operazioni piuttosto che di divine», deduce che lo Spirito santo deve davvero esser fondamento e sostegno della religione cristiana, che sarebbe altrimenti scomparsa.
Questo messaggio di una religiosità vera, non legata alla lettera ma allo spirito, si conferma e si esplicita proprio nella Novella dei tre anelli, ove “Melchisedech giudeo”, interrogato a tranello dal Saladino su quale fosse la religione vera, «la giudaica, la saracina o la cristiana», racconta di quel padre che, avendo tre figli ugualmente amati e un anello prezioso, ne fa fare due copie identiche all’originale, dando a ciascuno dei figli un anello, ragion per cui, alla sua morte, ciascuno di essi pretende di essere in possesso dell’anello vero, ma senza che la questione possa essere risolta. E così è, conclude Melchisedek, per le tre religioni: ciascuna pretende che la sua legge sia la vera, data da Dio Padre, «ma chi se l’abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione». Melchisedek è un nome scelto non a caso: rimanda al biblico re di Salem, «senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita […] sacerdote in eterno» (Ebrei 7), figura di Cristo e di un cristianesimo ancora precedente all’ebraismo. V’è infatti nella novella del Decameron qualcosa di ben più importante di un generico appello a una tolleranza religiosa frutto del relativismo e dell’agnosticismo, — la tolleranza in versione mercantile, quella sostenuta ad esempio da Voltaire, che invita a entrare nella Borsa di Londra nella quale «l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione, e danno il nome di infedeli solo a quelli che fanno bancarotta».
No, v’è qui il rimando a una verità che trascende le pretese dogmatiche dei singoli, una veritas che può esprimersi nella varietas, e che chiama non solo alla tolleranza, ma anche alla fratellanza, all’amicizia tra gli uomini. «La tolleranza dovrebbe in verità essere solo un sentimento provvisorio: essa deve portare al riconoscimento. Tollerare significa offendere”» scriveva non caso Goethe. Questo riconoscimento, con l’amicizia, appunto, che finisce per legare Saladino e Melchisedek, è la cifra anche dell’ultimo testo analizzato nel libro in oggetto, quello in cui più scopertamente il messaggio implicito nella novella viene alla luce: il dramma di Lessing Nathan il saggio.
Nato esplicitamente nell’ambito di una polemica che oppose l’illuminista tedesco a un pastore protestante geloso custode del letteralismo biblico, l’opera di Lessing ( 1779 ) ripropone la storia dei tre anelli riallacciandosi al Decamerone. L’ ebreo Nathan (nome del profeta che rimprovera a David il suo omicidio e adulterio) la racconta anch’egli al Saladino, e ne fa scaturire un messaggio di amore, ove ciascuno dei tre fratelli deve fare a gara per dimostrare il possesso dell’anello vero «con la dolcezza, con indomita pazienza e carità, e con profonda devozione a Dio».
La versione di Lessing è solo l’ultimo esito delle “migrazioni e metamorfosi” di un racconto la cui storia l’autore descrive, con straordinaria erudizione e capacità di coinvolgimento, a partire da un testo siriaco cristiano dell’viii secolo, per passare attraverso la cultura medievale ebraica veronese, quella multietnica della Andalusia musulmana, tornando infine nel mondo cristiano, ai repertori dei predicatori e alle redazioni apologetiche della novella, le cui diverse versioni presentano variazioni anche significative, ma che ne lasciano comunque intatta la sostanza.
Oltre all’insegnamento più evidente di questa affascinante storia, Celada Ballanti ne mostra però un altro, religiosamente ancora più profondo. Prendendo lo spunto dalle parole di Clarisse ne L’uomo senza qualità di Musil : — «l’anello nel centro non ha nulla, eppure sembra che per lui sia proprio il centro che contà!» — si può rilevare infatti come la parabola inviti a volgere lo sguardo non tanto a un’essenza, quanto a un’ assenza.

L’anello è infatti un cerchio che racchiude un vuoto, e proprio un vuoto, un’assenza, può essere il più autentico locus revelationis, il “luogo” ove si rivela il Dio nascosto. Allora il non-sapere dei tre fratelli, e di tutti gli uomini insieme, passa dalla condizione di mera ignoranza a quella di docta ignorantia, nel senso mistico che fu di Agostino e di Niccolò Cusano.

di Marco Vannini

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23 settembre 2018

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