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L’assennata follia
della ricerca di Dio

· Pubblicato nelle «Sources Chrétiennes» il trattato di Guglielmo di Saint-Thierry sulla dignità dell’amore ·

L’inquietudine che attraversa e pervade il monachesimo occidentale nel xii secolo si riflette nella biografia di Guglielmo di Saint-Thierry, una delle più alte figure di quella teologia monastica che Jean Leclercq ha insegnato a conoscere e amare. Una vita punteggiata di passaggi, trasferimenti, anche rotture, apparentemente in contraddizione con la stabilitas monastica ma invece rivelatori di una continua e inesausta ricerca di Dio, mai placata dai diversi luoghi e dalle diverse forme istituzionali. 

Guglielmo di Saint-Thierry, «Epistula ad fratres de Monte Dei» (1145-1148, biblioteca Charleville-Mézières, manoscritto 011, f. 001V)

Nato nei pressi di Liegi intorno al 1075 e formatosi nella scuola cattedrale di Reims, con il fratello Simone entrò, verso il 1100, nell’abbazia Saint-Nicaise. Quasi vent’anni dopo, verso il 1118-1119, incontrò Bernardo di Clairvaux, che lasciò un’impronta profonda nella sua vita. Il benedettino nero, che pochi anni dopo (1121) sarebbe divenuto senza entusiasmi abate di Saint-Thierry sul Mont d’Hor, nei pressi di Reims, trasse una tale impressione da quell’incontro che — scrisse in seguito — se in quel momento avesse potuto scegliere avrebbe subito deciso di restare sempre con lui per servirlo. Lo incontrò altre volte (nel 1124 furono entrambi ricoverati nell’infermeria dell’abbazia di Clairvaux per malattia e dalle loro conversazioni nacque un commento di Guglielmo al Cantico dei cantici) e alla fine decise di seguirlo perché nel 1134 non esitò a lasciare la sua abbazia e il suo ruolo per ritirarsi come semplice monaco in quella cistercense di Signy, nelle Ardenne.

Avverso ad Abelardo, Guglielmo mobilitò contro di lui le energie di Bernardo e riuscì a ottenere la condanna delle sue opere nel sinodo di Sens (1140). Pochi anni dopo mise in guardia ancora Bernardo dagli errori di Guglielmo di Conches e dalla sua anima mundi. Nel 1144 si ritirò presso i certosini di Mont-Dieu, a poca distanza da Signy, e al termine del soggiorno per ringraziare gli ospiti scrisse una delle opere più celebri e belle della tradizione monastica medievale occidentale, quell’Epistola ad fratres de Monte Dei che circolò ed è nota, per rimarcarne il valore, anche come Lettera d’oro. Ripercorrendo le tre fasi della vita spirituale — psichica, gnostica e pneumatica — orientate verso il fine dell’uomo, che è la divinizzazione, lo scritto esercitò uno straordinario influsso sui secoli successivi, da Antonio di Padova a Bonaventura di Bagnoregio, dai certosini ai domenicani, sino ai gesuiti (Luigi Gonzaga la sapeva «quasi a mente»).

Segno ulteriore di una fedeltà e di una dedizione a tutta prova, negli ultimi anni Guglielmo incominciò a scrivere una vita di Bernardo, allora ancora attivo e che gli sopravvisse qualche anno. Perché il monaco nero divenuto bianco morì l’8 settembre 1148 a Signy, dopo una vita intensa di esperienze spirituali, di battaglie e di scritti. Lui stesso, nella Lettera d’oro, stese una sorta di bibliografia delle sue numerose opere che vanno dal De contemplando Deo all’Aenigma fidei, dal De natura corporis et animae allo Speculum fidei, ai commenti al Cantico e alla Lettera ai Romani. Secondo il principio che «non si presta che ai ricchi», molte di esse furono attribuite e circolarono sotto il nome di Bernardo godendo di ampia diffusione e persistente fortuna: si può sospettare che l’abate di Thierry, per l’affettuosa ammirazione che nutriva per Bernardo, non si sarebbe risentito.

Si potrebbe pensare che l’avversario di Abelardo e di Guglielmo di Conches sia uno di quei ringhiosi difensori della tradizione, intossicati da un’amarezza aspra e risentita contro i novatori, quasi che l’unica loro gioia e suprema soddisfazione siano nel tuonare contro gli altri. Nulla di più falso. Guglielmo è implacabilmente contrario alle nuove forme di pensiero ma perché è un innamorato di un’altra modalità della vita e del pensiero cristiani, che non razionalizza il mistero, non cerca di comprenderlo con le categorie della riflessione ma lo contempla, lo gusta e lo vive con le risorse della ruminatio monastica all’unica scuola che veramente insegna, quella del monastero.

Esempio significativo dell’atmosfera calda e luminosa in cui si muove Guglielmo è il De natura et dignitate amoris, ora pubblicato nelle «Sources chrétiennes» (Guillaume de Saint-Thierry, Nature et dignité de l’amour, texte latin [ccm 88], Paris, Éditions du Cerf, 2015 [«Sources chrétiennes», 577], pagine 245). Composta nei primi anni dell’abbaziato a Saint-Thierry, l’opera è una meditazione sull’amore. Perché l’arte delle arti è proprio l’arte dell’amore. Non quello superficiale e carnale insegnato dal falso maestro Ovidio ma quello che viene da Dio, percorre tutta la natura e coinvolge le creature in una risposta che è una ricerca senza fine del Padre. La vita spirituale, come replica d’amore all’Amore che ci cerca, viene così esaminata secondo lo schema delle età dell’uomo. Dalla nascita della volontà che sceglie alla maturità della carità si giunge, attraverso una progressiva purificazione, alla saggezza della vecchiaia, non meno fervida nella corsa perché è il momento di lasciare gli insulsi bagagli che ci appesantiscono per il passaggio all’unione perfetta con Dio.

La traduzione, l’introduzione e le note sono del benedettino Yves-Anselme Baudelet, dell’abbazia bretone di Saint-Guénolé de Landévennec. Baudelet ha rivisto, adattato e modificato (sull’edizione critica offerta nel 2003 dal gesuita Paul Verdeyen nella «Continuatio Mediaevalis» del «Corpus Christianorum») la traduzione pubblicata cinquant’anni fa dal trappista Robert Thomas, dell’abbazia di Notre Dame de Septfons, che fu incomparabile conoscitore e divulgatore degli autori cistercensi (anche attraverso la collana da lui creata «Pain de Cîteaux»). Difficile non rimanere affascinati dalla scrittura di Guglielmo in quest’opera giovanile che annuncia gli scritti della maturità, con pagine bellissime — per esempio — sulla tentazione, nella vita spirituale, di sentirsi arrivati (11). Quando il dono ricevuto per incominciare non è più sentito come uno stimolo per andare oltre ma come un possesso orgoglioso che crede di bastare a se stesso. E, ponendo lì il termine del proprio avanzamento, si comincia ad arretrare non appena si cessa di avanzare. Perché la fiducia non è più riposta in Dio ma nell’esecuzione della propria volontà. Oppure il brano sull’assennata follia che informa la ricerca spirituale (6). «Se siamo fuori di senno è per Dio» (2 Corinzi, 5, 13), ricorda l’abate di Saint-Thierry. Che sul punto richiama a suo sostegno anche la saggezza pagana del lascivus poeta: «È bello diventare pazzi» (insanire libet). Ma questa volta ad affermarlo non è Ovidio ma il povero Virgilio.

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22 maggio 2019

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