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Quell'asino di Richard Wagner

· Paesaggi estivi ·

Sul successo culturale di un animale umile

«Strano come quest’uomo si agiti e scalci da quando siamo ripartiti. All’andata era stato così calmo e paziente». Chissà se questa impressione l’avrà mai confidata ai suoi fratelli di pelo l’asinello che portò in groppa Richard Wagner, quel 26 maggio del 1880, da Amalfi a Ravello e ritorno. Il grande musicista tedesco, salito con la sua corte di amici e conoscenti a visitare la perla della costiera, era rimasto estasiato dal cortile in stile arabeggiante di Villa Rufolo e in un momento di esaltazione immaginativa aveva detto di aver finalmente trovato il giardino di Klingsor, uno dei luoghi del Parzival cui stava lavorando in quel periodo. Lo lasciò anche scritto nel registro della locanda che lo ospitò, assieme ad alcune indicazioni per costruirci vicino un albergo, visto che all’epoca mancava a Ravello qualsiasi struttura per il pernottamento dei visitatori.

Richard Wagner

È quasi paradossale pensare che il cantore delle antiche mitologie, lui che aveva traghettato Sigfrido, i Nibelunghi, anelli e draghi verso la Modernità, abbia avuto bisogno di uno degli animali più umili del pianeta per dare una svolta alla sua opera più spiritualmente ambiziosa e simbolicamente rilevante.

Già, l’asino col suo muso oblungo così adatto alle caricature, l’asino e quelle orecchie fiabesche e sproporzionate, lo sguardo costretto verso il basso dalla conformazione del cranio; proprio l’asino, svilito dal Medioevo in poi come simbolo di stupidità e cocciutaggine e che invece avrebbe quantomeno meritato la riconoscenza dei melomani di mezzo mondo. Qualcuno però ci ha pensato a un risarcimento: la penna di due grandi scrittori che hanno condiviso con un asino un frammento importante della vita. E per una volta ignoriamo Collodi.

Il primo è Stevenson, altro funambolo dell’immaginazione, che per un viaggio del 1878 sulle Cevennes, una catena montuosa dell’Occitania, ha come compagnia proprio un asinello che lo trasporta per decine di chilometri tra brughiere, faggete e pascoli ridenti. Si chiama Modestine — un asino femmina per la precisione — e all’inizio del viaggio il rapporto è improntato solamente alle necessità materiali.

«Quello di cui avevo bisogno — racconta l’autore dell’Isola del Tesoro — era un animale economico, piccolo e robusto, con un carattere flemmatico e pacifico: solo un asino poteva avere tutti questi requisiti».

Quasi inevitabilmente, allora, per prendere la misure all’animale, Stevenson ricorre più al bastone che alla carota, come quando deve troncare sul nascere una pericolosa love story a quattro zampe.

«L’incontro con un altro asino che s’aggirava libero sul ciglio della strada e che era guarda caso un gentiluomo, peggiorò ulteriormente le cose. Si incontrarono ragliando dalla gioia e dovetti separarli e castigare la loro giovane storia d’amore a suon di bastonate. Se fosse stato un vero maschio mi avrebbe preso a morsi e a calci. Non era evidentemente degno dell’affetto di Modestine e ciò in parte mi consolò».

Solo interesse quindi? No, perché Stevenson sta cominciando ad amare quella creatura riottosa ma fedele. Piano piano, nel corso della narrazione l’io diventa noi: i due si spartiscono il cibo e la tenerezza dell’uomo cresce progressivamente e inesorabilmente, fino al punto che, ricordando il commiato finale, Stevenson scriverà poi senza pudori: «Da parte sua poverina, era arrivata a considerarmi come un dio. Adorava mangiare dalla mia mano, era piccola paziente ed elegante. Le sue colpe erano quelle della sua razza, le sue virtù erano solo sue. Al momento della vendita — prosegue Stevenson — l’ex proprietario aveva pianto, ma anche lui alla fine non può non svelare ai lettori il suo sentimento «essendo rimasto solo col postiglione e quattro o cinque simpatici giovanotti, non esitai a cedere alle mie emozioni».

Capace allora come pochi altri animali di generare affetto ed emozioni nonostante il suo aspetto, perché è facile amare un labrador o un agnellino, l’asino ha ricevuto addirittura la poetica carezza di un Nobel per la letteratura, quella dell’andaluso Juan Ramon Jimenez, premiato a Stoccolma nel 1956, che al suo asinello Platero e solo a lui ha dedicato un intero poema dove a un certo punto confessa un amore che oltrepassa la morte.

«Tu, se muori prima di me, non andrai, Platero mio, sul carretto del banditore, all’immensa laguna, né al burrone della strada dei monti, come gli altri poveri asinelli, come i cavalli e i cani che non hanno chi vuol loro bene. Vivi tranquillo, Platero. Ti seppellirò io ai piedi del pino grande e fronzuto dell’orto della Pigna, che tanto ti piace. Resterai accanto alla vita lieta e serena. I bambini giocheranno e le bimbette cuciranno sedute accanto a te sulle loro seggioline basse. Conoscerai i versi che la solitudine mi suggerirà. Udrai cantare le ragazze quando lavano i panni nell'aranceto, e sarà gioia e frescura per la tua pace eterna. E per tutto l’anno i fringuelli, i lucherini, i verdoni faranno per te, nella perenne felicità dell'ampia chioma, un minuscolo tetto di musica tra il tuo sonno tranquillo e l'infinito cielo azzurro.

Ecco, se pensiamo agli animali che abbiniamo a un’infanzia di campagna, è spontaneo pensare all’agnellino, o soprattutto ai conigli, ospiti d’onore della letteratura non solo fiabesca. C’è il Bianconiglio di Lewis Carroll, ovviamente, gli indomiti ed epici viaggiatori della Collina dei Conigli di Richard Adams e ci sono innumerevoli strofe, canzoncine e filastrocche, da Beatrix Potter fino a questi delicatissimi versi della nostra Giusy Quarenghi.

«È un gran segreto, ma a me l’ha detto/il coniglio più piccoletto:/stanno correndo/a più non posso/oltre il bosco e oltre il fosso./A piedi nudi e senza scarponi/per saltare dentro queste canzoni./Dentro la musica che in mezzo il prato/suona quest’arpa che ti ho disegnato...».

Tutto giusto, tutto inevitabile, ma in questo paesaggio estivo un po’ capriccioso e bislacco abbiamo preferito stare dalla parte dell’inatteso e in questo il più grande maestro degli ultimi decenni è un altro italiano: Gianni Rodari, quello capace di capovolgere con la logica della poesia la pigrizia della metafora realista, ma anche la bonomia didascalica di un Lafontaine.

«Chiedo scusa alla favola antica,/se non mi piace l’avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala».

E sono tanti gli animali che nell’invisibilità della notte, nascosti dietro un cespuglio, oppure rimasti invano ad aspettarci tra le prime foglie d’autunno ci hanno regalato canti d’estate che sono dentro la nostra storia personale. Come Modestine e Platero, come l’asino di Wagner di cui nessuno saprà mai il nome, lui comunque unito per sempre a una melodia infinita.

di Saverio Simonelli

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16 novembre 2019

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