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Lasciando che tutto tremi

· Il mistero dell’incarnazione e la «dismisura» del messaggio di Gesù ·

Non è un caso, se Giovanni il Battista accompagna i cristiani al Natale. Certo, storicamente la sua missione prese forma durante la vita adulta di Gesù, eppure l’Avvento ne sottolinea il carattere precursore tanto che la natività di Cristo sembra esaudire la sua attesa di un nuovo inizio. È come se il canto degli angeli nella notte santa rispondesse alla sua voce che grida nel deserto, o come se la via che egli chiese di appianare conducesse dritta a Betlemme. Il ritmo liturgico, che genera questi anacronismi, non abbandona i fedeli nella confusione. Al contrario, consente loro una lettura dei testi biblici e delle connessioni storiche che sprigiona significati contemporanei.

Jean Charlot  «San Giovanni Battista»  (1921, particolare)

Il lettore attento ha chiara la percezione che ogni pagina evangelica — e in modo speciale quelle che raccontano le origini di Gesù — lasci trasparire tutto il mistero. Il Battista è allora “prima” di Cristo ben al di là della loro distanza anagrafica di soli sei mesi. Sarà Gesù stesso a sottolinearlo, arrivando a dichiarare: «Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui» (Luca 7, 28). Questa misteriosa sentenza segue di poche righe un messaggio che il Messia invia al Battista in carcere. A fare da tramite, due discepoli incaricati di portare al Rabbì di Nazareth la perplessità di Giovanni: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (7, 21). Una buona domanda, in fondo, anche per il nostro Natale. A essa il Cristo continua a rispondere con la beatitudine forse meno recepita nel mondo cristiano, che in modo secco andrebbe tradotta: «Beato chi non si scandalizza di me» (7, 23). Sono parole che chiedono di misurarci con una realtà misteriosa: la venuta del Messia può scandalizzare. Letteralmente essere di ostacolo, costituire un inciampo, far cadere.

Il nesso narrativo che Luca istituisce tra questa scena e il racconto del Natale è ben riconoscibile: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito» (7, 22); «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro» (2, 16 e seguenti); «I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro» (2, 19). È il rapporto tra ciò che si ascolta e ciò che si vede il punto: una sorpresa che rende inizialmente vacillante e non scontata la testimonianza, a motivo del suo contenuto paradossale, scandaloso. Ci sono buone ragioni per leggere in questa chiave non solo la Pasqua e il ministero pubblico di Cristo, ma la sua stessa nascita. Tra ciò che si è udito e ciò che si è visto c’è sì corrispondenza, ma in una sorta di disdetta del comune buon senso. Occorre riconoscere quanto sia il racconto di Luca sia quello di Matteo articolino in modo paradossale il venire al mondo del Salvatore. Il rapporto tra Giovanni Battista e Gesù ci invita allora ad accostare più radicalmente il Natale, avvertendo l’energia interna alla sua poesia.

Che esperienza abbiamo di un Gesù destabilizzante? Ecco il tema. Se religione è avere una risposta pronta per ogni situazione, vivere in un ordine certo, disciplinare i pensieri, le emozioni e le decisioni, che ne sappiamo di lui? Il nodo è imprescindibile: per evitarlo occorrerebbe abbandonare i vangeli, perché non ce n’è uno che lo nasconda.

La vicenda di Gesù è insieme calamitante e scostante, sin dal principio: «Segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca, 2, 34).

Ebbene, ma in che cosa il Messia ci è di inciampo? Nella crisi del Battista la risposta: Dio non corrisponde all’idea che ce ne siamo fatti. Occorre, dunque, che crolli la nostra religiosità: invece di colpire i peccatori Gesù colpisce il nostro dio. Ha pensieri che talvolta sembrano quelli dei non credenti, ha comportamenti che lo fanno somigliare a un peccatore, frequenta gente pessima e sembra non avere una linea sicura. Semina gioia e interrogativi. Ha qualcosa d’inquietante e di imprendibile.

Certo, ingenuamente potremmo pensare che Israele avesse tutte le informazioni per riconoscerlo. Invece no: avviene davanti a Gesù un tracollo, implode un ordine e solo così le Scritture iniziano a illuminarsi qua e là, perché emerga lentamente un nuovo disegno, una coerenza diversa. Da questo punto di vista, emblematico è il rapporto che la nascita di Gesù istituisce con altre pagine bibliche ambientate a Betlemme. Fra tutte, la principale riguarda l’unzione di Davide: in Samuele (1 Samuele 7) appare chiaramente lo scarto tra Dio e le rappresentazioni umane. Samuele va verso Betlemme obbedendo alla voce divina che lo sospinge fuori dall’ordine costituito, per una missione scandalosa e pericolosa: ungere un re, mentre ce n’è un altro in carica.

In filigrana il profilo di Giuseppe, investito di un compito altrettanto estraneo a ogni consuetudine e guidato verso Betlemme, città in cui ha da nascere un nuovo re. In entrambi i racconti l’immaginario umano è colpito nei suoi archetipi. Di fronte al maggiore dei figli di Iesse, Samuele riceve un’indicazione inequivocabile: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».

Il Natale di Cristo porta dunque in piena luce una coerenza interna all’agire di Dio: Betlemme si conferma la città ai cui margini, tra pastori e greggi, il più piccolo, il dimenticato, lo scartato diviene pietra angolare. «Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”. (...) Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: “Àlzati e ungilo: è lui!”».

Tutta la storia di Israele è questo: Dio che ci dona se stesso invece delle nostre rappresentazioni di lui. Un processo travagliato, costoso. Per evitarlo c’è chi ha pensato di eliminare il Messia. Lo avevano già fatto coi profeti. Anche noi possiamo chiudere i vangeli, o almeno disinnescarli e uscire da quest’alleanza troppo dinamica tra cielo e terra. Possiamo eliminare Cristo dal cristianesimo, rendere Gesù un nome vuoto: continuamente ripetuto, ma senza scandalo, senza brivido, senza crisi.

Il segno offerto ai pastori — «troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Luca, 2, 12) — è una messa in discussione profonda di grandezza e sicurezza.

I sogni di Giuseppe nel vangelo di Matteo, così come in Luca il silenzio di Maria, che rielabora gli avvenimenti collegandoli nel suo cuore, raffigurano allora un tipo nuovo di religiosità. Il rapporto con la parola di Dio non è qui di mera osservanza: l’ascolto, l’osservazione, i sogni rappresentano lo spazio di un’autentica libertà. Caratteristica di questo profilo spirituale è la piena responsabilità di interpretare. L’urto di Dio fa crollare l’ordine artificiale del già visto, del già detto, del “naturale”.

Di fronte al presepio diventano allora pronunciabili anche gli interrogativi troppo a lungo sepolti. Che prete sono, se provo quello che provo? Che cristiano devo considerarmi, con i dubbi che ho? Che figlio sono con le delusioni che procuro? Che madre o che padre, con gli errori che faccio? Che innamorato sono, che non so dare la felicità? Che anziano sono, se ho paura di morire? Si dà carne alla parola di Dio solo lasciandone decantare in se stessi la novità, che è fiducia e coinvolgimento. Ogni nascita, anche quella del Verbo in noi, presuppone infatti un travaglio. Ed è impatto con la fragilità e la piccolezza: in esse, non nella forza, Dio si fa trovare. Questo è lo scandalo. Ricapitolata in Gesù, l’intera vicenda biblica rivela in proposito un’interna coerenza, rimasta sottotraccia ogni qual volta abbia prevalso la religione come sistema e come potere.

È immaginabile si bisbigli nella Chiesa l’obiezione: a che pro? Seminare questi dubbi, sollevare certi coperchi, alimentare inquietudine e senso della complessità che cosa c’entra con il Natale? Non sono messaggi semplici e di gioia che dobbiamo diffondere? L’impressione è che non supereremo mai del tutto la sottile “sapienza” del Grande Inquisitore. Isaiah Berlin rilanciava già nel 1958 l’attualità della lezione di Dostoevskij: «Nulla gli uomini temono più della libertà di scelta, di essere lasciati soli a brancolare nel buio, e la Chiesa, togliendo loro il carico della responsabilità, ne fa degli schiavi consenzienti, grati e felici».

Le Scritture danno invece forma a una Chiesa che non toglie “il carico di responsabilità”, senza per questo lasciar “soli a brancolare nel buio”. Rispetto all’Inquisitore, mette in campo un funzionamento radicalmente diverso del dogma, perfettamente descritto dall’ortodosso Florenskij, secondo il quale «se il mondo conoscibile è spaccato, neanche noi possiamo eliminare le sue crepe e non dobbiamo nemmeno nasconderle. Se la ragione conoscitiva è frazionata, se non è monolitica, se contraddice se stessa non dobbiamo fingere che non lo sia. Lo sforzo impotente del raziocinio umano di armonizzare le contraddizioni, lo stanco tentativo di nascondersi, sono atteggiamenti ai quali ora è bene contrapporre la coraggiosa ammissione della contradditorietà». Ebbene, nel Natale, più che mai, la tensione interna alle narrazioni evangeliche documenta che «i misteri della religione (…) sono invece esperienze inesprimibili, indicibili, indescrivibili, che non possono rivestirsi di parole se non assumendo l’aspetto della contraddizione, vale a dire contemperando in sé allo stesso tempo il sì e il no. Sono tutti misteri superiori alla ragione».

Di qui il travaglio, la libertà, l’apertura degli umili ai paradossi di Dio. È la ragione per cui — continua Florenskij — «tutti i testi liturgici sono tumultuosamente fitti di contrapposizioni antinomiche e di affermazioni antinomiche spinte all’acme (...) Noi mettiamo il dogma come limite ideale dove si supera la contraddizione. Per il raziocinio il dogma è soltanto formale; solo per l’anima piena di grazia esso si riempie di succo vitale e diventa Verità che dimostra se stessa». Ci troveremo sulle labbra e assaporeremo, nel tempo natalizio, antichissime espressioni dello scandalo evangelico: «L’onnipotente Creatore assume natura di schiavo, un corpo di morte vestendo ci scioglie dai lacci di morte (…) Sul fieno di povera stalla è nato Gesù Salvatore: l’Eterno che sfama i viventi si nutre da un seno di donna». Ogni vita, in realtà, è da questo mistero autorizzata a sostenere le tensioni, a tenere insieme gli opposti, ad abitare le contraddizioni. Contro l’istinto a semplificare barando, a liquidare la complessità con l’ideologia, a rimuovere le parti di realtà che non rispondono all’ideale, «è nato per noi un Salvatore» (Luca, 2, 11)

Credo che ai giovani — come ai bambini si fa con le fiabe — vada offerto il mondo con le sue crepe, nell’inesprimibile esperienza di assaporarne la bontà. Il serpente di Genesi s’insinua in questo paradiso: induce a pensare che il limite sia una maledizione, che tanta fatica sia indegna di noi. La Chiesa deve dimostrarsi esperta di questa trappola e non proteggere dalla libertà: al contrario, sostenerla, promuoverla, indicarne il fascino. Operazione “pericolosissima”, perché il trattenere è più istintivo del lasciar andare: prevenire le cadute, denunciare le tentazioni, custodire un ordine più sociale che spirituale.

I vangeli scardinano questo modo di procedere. Di fronte al Bambino di Betlemme noi possiamo lasciare che tutto tremi: la mania di perfezione, le certezze, la religione. È stato così per Maria, per Giuseppe, per i pastori, per Zaccaria ed Elisabetta, per Simeone e Anna. E Dio ci donerà se stesso invece di quel che pensavamo di lui, gli altri al posto delle idee che ci eravamo fatti di loro, noi stessi, invece di quel che volevamo essere o almeno sembrare. Beato, veramente beato, chi non si scandalizza di lui.

di Sergio Massironi

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18 marzo 2019

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