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Lasciamo perdere Hegel

· Giuseppe Pontiggia e il mistero ·

Ottant’anni fa, il 25 settembre 1934, nasceva a Como lo scrittore Giuseppe Pontiggia, morto da poco più di un decennio a Milano nella notte tra il 26 e il 27 giugno 2003. In suo onore Rossana Dedola ha raccolto nel volume Giuseppe Pontiggia. La letteratura e le cose essenziali che ci riguardano (Roma, Avagliano, 2013, pagine 211, euro 14) una folta serie di testimonianze a cui anch’io mi sono associato. A Peppo, infatti, come veniva familiarmente chiamato, mi ha legato un’amicizia intensa. Certo, aveva un numero alto di amici, eppure, senza presunzione posso dire che tra noi c’era un legame implicito più profondo e intimo, che fioriva proprio dal mio stato di teologo e quindi di persona che sistematicamente s’interroga su quell’Oltre e quell’Altro che ci travalica.

Dalla copertina del romanzo «Nati due volte» (2000)

Faccio scorrere a distanza di anni nella memoria con nostalgia tutti i nostri incontri. Ricordo ancora oggi con emozione una citazione che mi aveva lasciato al termine di un pomeriggio trascorso insieme. Erano versi terribili del poeta moscovita Igor’ Garik che io non conoscevo «Se vuoi campare in questo mondo inquieto, / fin quando tutto non sarà che cenere, / attieniti a questo triplice divieto: non temere, non sperare, non chiedere!». Sì, perché Pontiggia, sotto quel velo di serenità, celava spesso lo sdegno e l’ironia, il disprezzo della banalità e della stupidità, il sarcasmo e la sapienza tagliente.

Uno dei nostri “luoghi” di incontro e di dialogo erano poi i biglietti e le brevi lettere che ci scambiavamo dopo le reciproche letture. Con la sua grafia ordinata e lieve, specchio della sua anima, sapeva fare, in poche battute e nel suo dettato così nobile e semplice, il punto su argomenti complessi dello spirito.

In una delle sue ultime telefonate, attorno a Pasqua del 2003, sia pure schermendosi, mi aveva ringraziato per una frase che gli avevo riservato sulla rubrica giornaliera «Mattutino» che allora tenevo su «Avvenire». Avevo scritto parole molto semplici ma per me vere, dopo aver citato un passo di un altro suo foglio di Album: «Credo che gli uomini, pur di non pensare (uso il verbo nell’accezione forte), abbiano sempre trovato un’alternativa». Ecco, Peppo ha insegnato a tutti a pensare nel senso forte della parola ma — e questa è la mia testimonianza affettuosa — anche a cercare di spingere lo sguardo oltre la siepe del tempo e delle cose, nel divino e nell’eterno.

Si sentiva come i due protagonisti di una pagina lucana da lui prediletta, quella dei discepoli di Emmaus, l’uno con un nome irrilevante, Cleopa, e l’altro anonimo. Eppure in cammino, in ricerca. E così fortunati da sentire quella voce e riconoscere quel volto, a prima vista irriconoscibile. Pochi mesi prima della morte, al Centro culturale milanese, partendo da un teologo-filosofo outsider che gli avevo suggerito proprio io, aveva confessato: «Mi ha molto colpito leggere dei libri di Taubes, un rabbino molto attratto dal cattolicesimo e dalla teologia protestante, che diceva: “Ma lasciamo perdere Hegel! È ben più importante san Paolo, è importante la Lettera ai Romani!”». Il fremito della ricerca aveva condotto anche Peppo, sulla scia dell’amatissimo Agostino, alle soglie del mistero.

di Gianfranco Ravasi

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09 dicembre 2018

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