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L’ascesi del sorriso

· Fede e umorismo ·

Pubblichiamo uno stralcio di «Elogio dell’humour», un saggio contenuto nel volume Sancta morum elegantia, Stile e motivi di un pensare teologico, Miscellanea offerta a Elmar Salmann, a cura di Gianluca De Candia e Philippe Nouzille (Roma, Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, Studia Anselmiana 177, 2018, 375-382).

Ho avuto l’onore di assistere all’ultima lezione di padre Elmar Salmann presso la Pontificia Università Gregoriana. Regnava un’atmosfera paradossale di gioia e di tristezza, di gratitudine, grazia e di disgrazia, di rottura di un chrònos e di quadratura kairologica di un cerchio.

Regnava il paradosso, come avviene in tutte le cose belle. Dove mancano i paradossi, c’è qualcosa che sa di fittizio e di artificioso. Non a caso Henri de Lubac riprende nei suoi Paradoxes la lezione dei Padri della Chiesa che considerano l’Incarnazione del Lògos il Paradosso supremo: Paràdoxos paradòxon. Regna il paradosso dove c’è vita e vitalità perché la vita non si lascia governare dal concetto, né si lascia confinare dalle definizioni.

In quella lezione, il benedettino che ha fatto storia dai gesuiti (un altro paradosso che amava spesso evocare) era commosso, ma con il suo consueto aplomb volle muovere i passi degli studenti verso una giocosa, gioiosa e pacata «ultima parola». Chiuse con un detto ebraico amato da Milan Kundera: «L’uomo pensa, Dio ride».

Queste parole che chiudono una stagione feconda di lezioni, tesi, amicizia e accompagnamento spirituale riassumono uno stile teologico. Termine caro a Salmann che era convinto che la presentazione è corredo non indifferente per annunciare la Presenza.

In termini più trascendentali, Salmann era convinto e convincente nel mostrare e nel manifestare che il bello è la sostanza del buono e lo splendore essenziale del vero. Il suo stile ricordava una antica convinzione di uno dei grandi dell’antichità cristiana, Gregorio di Nazianzo, che sentenziava così: «Il bello cessa di essere bello se non viene presentato in modo bello» (Orationes XXVII, 4).

«L’uomo pensa, Dio ride». Oltre a riassumere uno stile, queste parole delineano e rievocano un volto tristemente scemato della teologia, volto che soprattutto dalla scolastica in poi ha avuto sempre meno spazio nella teologia accademica, intendo lo stile apofatico che coglie l’uomo come relativo e accoglie questa relatività non come scusante del pressapochismo espressivo, ma come possibilità di relazione con l’Assoluto che ci assolve dall’essere assoluti e ci immette in un milieu in cui parola e silenzio non si contraddicono, ma si sorreggono, proprio come avviene in una sinfonia musicale, dove i silenzi costituiscono lo spazio di risonanza e l’occasione di pregnanza delle note e della melodia.

Uomo navigato nella scientia teologica (e non solo) Salmann sapeva che un ingrediente fondamentale del sapere teologia è il nescio della Sposa del Cantico, riecheggiato da tanti mistici e santi teologi nei loro commenti sul Cantico, ma anche nella spontaneità dei loro stili teologici.

Un nome dell’apofatismo in Salmann era l’ironia e l’umile sorriso. Con la signorile ironia non risparmiava quasi niente e nessuno, nemmeno se stesso perché, cogliendosi come relativo nell’orizzonte dell’Infinito, sapeva che essere seri necessitava il non prendersi troppo sul serio.

È a partire da questo ultimo input salmanniano, sentito in varie occasioni sui banchi della Gregoriana, che prendo spunto per declinare un paio di variazioni sull’ironia e sull’umore come virtù esistenziali e spirituali. Accanto alla capacità di protendersi al di là di se stesso, ossia la capacità di autotrascendenza, l’uomo dispone di un’altra facoltà specificamente umana: la capacità di autodistanziamento.

L’uomo può distaccarsi da se stesso, può mettersi di fronte a se stesso e può persino contrapporsi a se stesso quando necessario. Il superamento di sé è il fulcro dell’ascesa dell’uomo verso ciò (e Colui) che lo trascende, l’autodistanziamento è l’ascesi corrispondente che rende l’ascesa possibile. Con l’ascesi l’uomo si oppone a se stesso, si oppone alle sue tendenze di corte vedute perché ha intravisto una grandezza più desiderabile. Ora, come ben osserva Viktor Emil Frankl, l’opporsi dell’uomo a se stesso non deve necessariamente avvenire solo ed esclusivamente in maniera «eroica», ma può verificarsi anche in maniera «ironica».

L’homo ridens/ludens, oltre a rappresentare un proprium dell’umano rappresenta un’istanza di maturazione nel métier de l’humain, per dirla con la storica e psicanalista Mireille Cifali. È il prendere atto della propria limitatezza, relatività e incapacità di essere all’altezza del proprio anelito e della propria realizzazione, e in tal modo, paradossalmente, mettersi nella disposizione giusta per l’autorealizzazione. «Non c’è nulla come l’umorismo che consenta di cambiare atteggiamento nei riguardi dei condizionamenti e delle datità umane».

Grazie allo humour l’uomo prende le distanze da sé ridendosi in faccia. Paradossalmente, prendendo le distanze da sé, egli diventa capace di auto-oggettivazione, di interpretare la propria sintomatologia e di acquisire un senso più critico e creativo delle proprie possibilità. Nel momento in cui l’uomo ride, prende le distanze dai suoi sintomi: non è più il proprio sintomo, ma ha un sintomo e lo può manovrare.

Con l’ironia, l’uomo manifesta un volto della sua capacità di trascendersi e di essere aperto alla trascendenza, e attesta così di avere una dimensione propria superiore, la dimensione personale-spirituale.

Pertanto, l’autodistanziamento e l’autotrascendenza sono una manifestazione dell’intenzionalità spirituale dell’uomo in quanto «ci permettono di schiudere lo sguardo sull’infinità di ciò che esiste al di fuori di noi stessi». È in questo senso che possiamo parlare di eroismo (spirituale) dell’umorismo. La forza dell’ironia e del sense of humour si manifestano soprattutto quando l’uomo è costretto a sopravvivere a ferite, traumi e fallimenti. Certi traumi della vita, infatti, non possono essere superati con la sola serietà. Considerati come assoluti, i problemi ci possono schiacciare. Bisogna a volte guardarli con l’ironia che li relativizza. L’uomo può affrontare le realtà difficili, e a volte estreme, della propria vita non solo attraverso l’eroismo, ma anche attraverso l’umorismo che è tra l’altro un attributo divino. Nei salmi si afferma tre volte che Dio ride (cf. Salmi 2,4; 37,13; 59,9).

L’eroismo dell’umorismo si concretizza nella capacità di prendere le distanze e di scegliere il proprio atteggiamento verso le situazioni e soprattutto verso se stessi. «L’umorismo è una facoltà specificamente umana proprio perché presuppone che l’uomo possa ridere, e possa ridere anche di se stesso, delle sue angosce». Come accennato sopra, ridendo dei propri sintomi, l’uomo li trascende. L’umorismo si manifesta allora come la capacità di vedersi assolti dall’onore e dall’onere auto-inflitti di essere assoluti. È prendere atto della propria limitatezza, relatività e incapacità di essere all’altezza del proprio anelito e della propria realizzazione e, in tal modo, paradossalmente, mettersi nella disposizione giusta per riuscire, rialzarsi e realizzarsi nel proprio piccolo.

L’umorismo è un lubrificante che rende agile la coordinazione dei meccanismi della vita. Esso esprime una libertà interiore, un distacco dalla propria pretesa assolutezza, per inserirsi più oggettivamente nella propria vita soggettiva. È in sé un’agilità in tensione che sa giocare con serietà senza dimenticare la serietà in ogni gioco. «Non vi è infatti gioco senza profonda serietà e perfino i bambini giocando si addentrano con forza quasi mitica nel magico cerchio del dovere assoluto e nell’ombra di un possibile smarrimento».

A volte, nella vita, il gesto più «eroico» è quello «ironico». Quando siamo dinanzi alle macerie di un sogno, dobbiamo essere abbastanza ludici per rimanere lucidi e riprendere — come infanti — la ricostruzione della nostra biografia, della nostra realtà. Guardare ai bambini che imparano a camminare è una grande scuola di tenacia.

Il fallimento è una tentazione alla quale si cede quando si rinuncia a tentare, e questo avviene quando ci si prende troppo sul serio. Quando uno è disposto a prendersi gioco di se stesso, rialzarsi diventa quasi un gioco da bambini. Se con la redenzione Dio ricrea l’universo e ricrea il nostro cuore, bisogna riconoscere che la ri-creazione è pur sempre un’esperienza ludica di distensione che esprime umore e amore allo stesso tempo. Dio ci redime perché ci ama, ci perdona perché non prende totalmente sul serio le nostre cadute (questo è ben diverso dal non prenderci sul serio!).

Per questo bisogna riconoscere che vi è una seria affinità tra lo spiritoso e lo spirituale, l’ironico e l’eroico, l’umore e l’amore. D’altronde anche la chiamata di Dio, in tutta la sua serietà e totalità, è piena di motivi paradossali, ironici e ludici: Dio ci offre la sicurezza invitandoci a correre rischi; esige che maturiamo invitandoci a diventare come bambini; ci chiama alla felicità portando la croce e seguendolo; ci invita alla vita in abbondanza attraversando la morte a noi stessi.

Per tornare a Salmann, il benedettino di Gerleve spiega che l’umore è un elemento indispensabile affinché l’idea della fede non degradi in ideologia. Esso genera e custodisce un equilibrio fecondo che il monaco benedettino riassume in queste polarità: una sovranità che non è autonomia fredda, un autodominio che non sa di forzatura, un senso di relatività che non è relativismo e nichili- smo, «essere veritieri senza fanatismo, dediti al bene senza moralismo, inclini al bello senza essere esteti (...), malinconici senza depressività, ilari senza baldoria o melensaggine, orgogliosi senza alterigia».

L’humour si manifesta come «un piccolo sacramento della grazia, uno spiraglio per l’avvenire di Dio in mezzo agli uomini». L’homo ludens è la sintesi sostenibile dell’uomo. Fosse solo ludens sarebbe una comica e insignificante versione di sé, uno spettacolo inutile. Fosse solo homo sarebbe un disperato, perché più che risposte la vita non fa che regalarci domande. Nella stessa linea, san Francesco di Sales sostiene l’esigenza della gioia nella santità perché «un santo triste è un tristo santo».

Non siamo dinanzi a un’allegria epidermica, si sta parlando della gioia che è una realtà profonda, radicale e che è «sorella della serietà». L’homo ludens «è sintesi, colui che “serio e sereno”, umorista disinvolto, sa sorridere anche tra le lacrime e trova in fondo a tutta la serenità terrena la faccia dell’insoddisfazione. Questa seria serenità (umorismo è una bella parola consunta anzi abusata) si libra tra cielo e terra». In questa sintesi l’uomo si protegge dagli estremi, dove la serietà degenera in tristezza e la ludicità in sfrenatezza.

L’homo ludens coglie l’ambivalenza dell’esistenza che è «lieta (perché raccolta in Dio) e tragica (perché pericolosamente libera)». Per questo l’homo ludens è sapiente. Nel suo umorismo riconosce la relatività di ogni realtà terrena sullo sfondo dell’Assoluto, e la sua frammentarietà rispetto a un orizzonte perfetto. «L’homo ludens è perciò un uomo serio perché conosce contemporaneamente tanto il significato quanto la non-necessarietà della sua esistenza reale».

Saggiamente e con stile sa distendersi per rinforzare la sua concentrazione. Allenta dolcemente e tende il rigore del proprio spirito. Il gioco per lui si presenta come allentamento e come allenamento dell’anima, come un preludio alla serietà e alla saggezza che non pecca di smoderazione. L’Assoluto ci relativizza, ma proprio per questo ci apre alla relazione. Ci fa stare con i piedi per terra e, proprio per questo, ci rende «papabili» per il Cielo.

È abbracciando il limite della nostra umanità che ci apriamo alla redenzione perché — se l’inganno più grande a cui cede l’uomo è il prometeismo, ovvero credere di potersi divinizzare da solo, rubando la divinità — alla salvezza ci si apre riconoscendosi bisognosi della gloria di Dio (cfr. Romani 3,23), della sovrabbondanza della sua Grazia. Ci si apre al Dono di Dio, riconoscendosi «marianamente» servi e ancelle del Signore, redenti, salvati e resi beati dallo sguardo posato sulla nostra umiltà (cfr. Luca 1,48).

L’umore ci apre all’accoglienza dell’amore di Dio perché ci fa comprendere l’insufficienza dei nostri progetti, delle nostre imprese e delle nostre elucubrazioni che non solo non colgono l’essenza di Dio, ma neppure l’essenza di noi stessi. L’uomo pensa. Dio ride. [...] Ma perché Dio ride guardando l’uomo che pensa? Perché l’uomo pensa e la verità gli sfugge. Perché più gli uomini pensano, più il pensiero dell’uno si allontana dal pensiero dell’altro. E infine perché l’uomo non è mai ciò che pensa di essere. E appunto all’alba dei Tempi moderni si manifesta questa situazione fondamentale dell’uomo, uscito dal Medioevo: Don Chisciotte pensa, Sancio pensa, e a entrambi sfugge non solo la verità del mondo, ma la verità del loro stesso io.

Possiamo vivere questo dato di fatto (che non riusciamo neanche a cogliere la verità di noi stessi) come una tragedia, ma possiamo viverlo anche come una commedia: una divina commedia che esplora le variazioni e le sfumature dell’amore accondiscendente di Dio che, sì, ride, ma non deride la nostra umanità, la nostra piccolezza, anzi la invita a sorridere con lui, a entrare nella sua gioia (cf. Matteo 25,23), la gioia del Deus ludens (cf. Proverbi 8,31). L’homo ludens richiama all’affidamento e allo spirito di fiducia che contraddistingue l’infanzia. 

di Robert Cheaib

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16 luglio 2019

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