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Ascensione in Codice

· ​Il Tetravangelo di Rabbula ·


Nel 1522, il Tetravangelo detto di Rabbula, così definito dal monaco che nel 586, come ricorda il colofon, lo allestì scrivendolo in estrànghelo, tra le più antiche scritture siriache nel convento di San Giovanni di Beth Zagba, tra Antiochia e Apamea di Siria, si trovava ancora nel monastero libanese di Santa Maria di Qamūbin, mentre nel 1547, secondo un documento contabile conservato nell’Archivio di Stato di Firenze, approda nella biblioteca Laurenziana, dopo un passaggio, riferito al XII secolo, nel monastero, pure libanese, di Santa Maria di Manifūq, sede dei patriarchi maroniti. 

Coperchio di reliquiario del Sancta Sanctorum (Musei Vaticani, vi secolo)

Se Rabbula, con alcuni aiutanti ricordati anche nel colofon, si preoccupò della stesura del testo, resta anonimo il miniatore che dipinse le quattordici pregevoli carte, ora raccolte all’inizio del testo. Carte che a una prima analisi denotano mani diverse e anche funzioni figurative di varia tipologia.
Dopo le prime tre miniature a piena pagina, con le rappresentazioni della scelta di Mattia come dodicesimo apostolo, della Theotòkos e di Eusebio e Ammonio, viene riportata la lettera di Eusebio a Carpiano, sontuosamente incorniciata, per poi dar spazio alle tavole dei canoni costellate di elementi architettonici, zoomorfi e fitomorfi con l’aggiunta, nei registri sovrapposti, di profeti, scene cristologiche — Battesimo, Natività, Erode e la strage degli innocenti — e degli evangelisti: Matteo e Giovanni seduti, Marco e Luca in piedi. Questa serrata e festosa decorazione continua sino ad approdare alle ultime miniature a piena pagina: la Crocifissione, la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste.
Fermiamoci un momento sul quadro dell’Ascensione, un tema che entra molto tardi nell’arte paleocristiana, forse per l’introduzione della festività liturgica, attestato solo sullo scorcio del iv secolo, come testimoniano Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo, per quanto attiene l’Oriente cristiano, e soltanto nel pieno v secolo, per quanto riguarda la patristica occidentale.
La prima — pur discussa e discutibile — rappresentazione iconografica si incontra in un pannello della celebre porta lignea della basilica romana di Santa Sabina, riferibile alla prima metà del v secolo, al tempo del Papa Celestino i (422-432). Qui il Cristo, che sale su un monte, è rapito dagli angeli, alla presenza degli apostoli.
Nel codice di Rabbula si assiste a una rappresentazione scenica assai più complessa: Gesù è inserito in una mandorla sostenuta da due angeli, mentre altri due lo adorano. La mandorla di luce si posa sul tetramorfo apocalittico dalle ali provviste di occhi, con quattro ruote di fuoco, secondo Ezechiele 10, 1-22.
Nel registro inferiore Maria orante, attorniata da due angeli e dagli apostoli acclamanti sembra tradurre in figura il passo degli Atti degli apostoli che recita: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato assunto in cielo tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

di Fabrizio Bisconti

 

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25 agosto 2019

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