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L’artista della Napoli multietnica

· È morto Pino Daniele ·

Quando i primi accordi di I say i' sto ccà cominciarono a fluire dagli stereo e dalle radio si capì subito che «Nero a metà», terzo long playing di Pino Daniele, sarebbe rimasto nella storia della musica italiana.

Era il 1980, c’era ancora il vinile, e quell’album potente e poetico, istintivo e ricercato, sanciva la definitiva consacrazione di un artista poliedrico, innovativo nel panorama dei cantautori nostrani. Un salto in avanti che avrebbe riportato alla ribalta non solo nazionale la musica napoletana; non quella classica ma quella di una Napoli sempre più multietnica.

Pino Daniele si è spento nella notte, a 59 anni, colpito da un infarto mentre si trovava in Toscana. Ma Napoli era la sua città, la sua musa; una radice forte, viscerale, dalla quale non aveva mai voluto staccarsi, anche se amava le sonorità americane (blues soprattutto ma anche jazz, funky, rock) e le contaminazioni musicali che in molti allora tentavano ma che solo a pochi riuscivano magiche. Del resto già in quel titolo, in quel “nero a metà” si svelava la doppia anima dell’artista: un bianco dal cuore nero che era riuscito nell’intento di fondere il blues degli afroamericani con la musica popolare napoletana, facendo diventare quel nuovo, inconfondibile sound il simbolo del meticciato sociale, culturale e artistico di una città. E non a caso tra i musicisti che lo accompagnarono nell’impresa — e che di recente aveva voluto di nuovo con lui proprio per celebrare quel disco in un concerto evento all’Arena di Verona — c’era anche James Senese, sassofonista nero, figlio di madre napoletana e di padre americano (arrivato in Italia con le truppe statunitensi durante la guerra).

Il 19 settembre 1981 Daniele, con la sua band arricchita da altri nomi noti del panorama musicale partenopeo, visse l’apoteosi in piazza del Plebiscito con un concerto davanti a duecentomila persone. Era l’affermazione del “Neapolitan Power”, che portò ad altri dischi di valore con incursioni sonore in terra d’Africa e in Brasile e a nuovi brani rimasti celebri, dischiudendogli il successo anche oltre i confini italiani, con le collaborazioni con artisti del calibro di Wayne Shorter, Chick Corea, Pat Metheny, e i concerti su palcoscenici prestigiosi come quelli dell’Olympia di Parigi e del Festival di Montreux.

di Gaetano Vallini

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20 giugno 2019

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