Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’arte nel manifesto

· Ricordo di Silvano Campeggi ·

Locandina originale del film «Via col vento»

Silvano Campeggi — nato il 23 gennaio 1923 a Firenze, dove è anche morto lo scorso 29 agosto — è stato un pittore ma in particolare un maestro dell’arte di dipingere manifesti per il cinema. Contattato dai grandi studios d’oltreoceano dopo una breve gavetta in patria, ha firmato più di tremila opere per il cinema americano fra gli anni Cinquanta e i Settanta. Ciò che colpisce, è che il suo stile impressionista in realtà contravveniva platealmente alla filosofia hollywoodiana, tanto sul piano estetico quanto su quello della strategia commerciale. Salta infatti facilmente all’occhio come il tratto vivace, volutamente un po’ confuso di manifesti come quello di Via col vento o di Gigi, di Un americano a Parigi o di West side story, non sia per niente in linea con l’immagine iperrealista, nitida, dai contorni incisi e a tratti un po’ tronfia che troviamo all’interno dei rispettivi film, e che caratterizza la stragrande parte della produzione dell’epoca d’oro di Hollywood. Come se il pittore italiano avesse voluto aggiungere a questi grandi successi qualcosa che fosse soltanto suo, qualcosa di strettamente personale, e non derivante semplicemente dalla pellicola in questione.
Questo atteggiamento rientra d’altronde in quella feconda dicotomia fra sensibilità europea e statunitense che ha innervato la storia del cinema americano del passato. Quello fatto anche da grandi nomi del vecchio mondo come Hitchcock, Lang, Siodmak, Wilder, Tourneur e tanti altri, non solo alla regia. Nomi che hanno impreziosito il cinema di genere senza perdere smalto autoriale. Un concetto su cui la pittura di Campeggi si è sintonizzata con il tempismo tipico dei grandi artisti.
La regola commerciale che l’artista italiano ha derogato, è invece quella della chiarezza della comunicazione. Tutto, nella catena di montaggio della Hollywood dell’epoca, era proteso alla massima chiarezza nel comunicare che tipo di prodotto si stava offrendo, come se un film non dovesse essere tanto un risultato artistico quanto strettamente industriale, come un prodotto da supermercato. Persino la nascita dei generi classici si deve per lo più a precise strategie di marketing, finalizzate a “smistare” e dunque capitalizzare il più possibile i gusti del grande pubblico. Creare dunque un manifesto assolutamente stilizzato, dove a volte non è chiaro nemmeno che tipo di storia si intende raccontare, né il volto delle star coinvolte, è una coraggiosissima rivendicazione del lato artistico insito in ogni film, anche in quelli dedicati dichiaratamente al mero intrattenimento. Eppure si tratta di una scelta che è comunque risultata vincente per il successo di queste grandi produzioni. Perché un’immagine suggestiva, per il pubblico, può essere molto più invitante di una fredda informazione.
Con tanti suoi lavori, dunque, Campeggi aggirava gli schemi della comunicazione commerciale per andare direttamente al fulcro artistico di un film. Ecco allora, per esempio, che nel poster di Ben-Hur vediamo semplicemente quattro cavalli che sfrecciano verso lo spettatore. Quanto di più lontano dalle locandine di Star wars, tanto per citare un prodotto emblematico dell’industria hollywoodiana, dove in pratica l’intero film viene riassunto attraverso la banale esposizione di quasi tutti i suoi personaggi e buona parte degli elementi scenografici. Tutto questo in Campeggi non c’era. Il pittore italiano aveva la grande capacità di andare direttamente al cuore di un film con pochissimi elementi visivi, di distillarne il significato per offrirlo al pubblico nella sua purezza.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE