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L’arte, l’amicizia, la morte

· Un pittore affascinato dalla trascendenza ·

Radicato nelle esperienze della pittura simbolista di fine Ottocento, fattosi via via sensibile alle risonanze dei fauves e di Cézanne, quindi pienamente compiuto nel realismo poetico degli anni centrali della sua vita — si pensi alla Deposizione della Collezione d’arte sacra dei Musei Vaticani — e infine ancora fertile nell’ultima stagione veneziana, al pari di un Tiziano degli anni estremi che ami scavare e quasi consumare la materia pittorica con la sola luce, Felice Carena rappresenta sicuramente insieme a Carrà, Casorati, De Chirico, De Pisis, Severini, Capogrossi, uno dei più importanti esponenti della cultura figurativa del Novecento italiano. Una delle forme più opportune per ricordare il pittore piemontese nato a Cumiana, del quale ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della scomparsa (10 giugno 1966), è perciò sicuramente quella di portare alla luce testimonianze vive e inedite della sua umanità e della sua fede, grazie a un pur esiguo gruppo di lettere — cinque, datate tra il 1957 e il 1963 — che indirizzò all’amico scultore, il monaco dom Francesco (Arnaldo) Vignanelli (1888-1979) a Montecassino, nel cui archivio sono conservate.

Felice Carena, «Apostoli» (1926, particolare)

Non è un caso che da esse traspaia con evidenza quello che fu uno dei grandi valori dell’uomo Carena, l’amicizia. In una preghiera autografa del pittore rivolta a Dio nel 1962 e ora facente parte di una serie di fogli custoditi alla Fondazione Cini di Venezia, si legge: «Ti ringrazio (…) di aver conosciuti molti uomini di grande valore e tra essi indimenticabili amici». Tra questi Carena annoverò lo scultore Vignanelli, che tanto avrebbe contribuito nel dopoguerra alla ricostruzione e al rinnovamento artistico di Montecassino. I due si conobbero a Roma: Carena dal 1906 vi operò stabilmente per un ventennio, e Vignanelli nel 1910 al Vittoriano era tra i giovani collaboratori dello scultore bresciano Angelo Zanelli per l’ingrandimento del fregio dell’Altare della Patria dedicato all’”amor patrio”. Non è un caso che tra i più stretti amici di Carena vi fosse lo stesso Zanelli, ugualmente conosciuto a Roma, il quale tra l’altro sposatosi nel 1909 con la pittrice lettone Elisabetta Kaehlbrandt, condivideva con il pittore piemontese l’amore per Anticoli Corrado, il piccolo e arcaico paese della Sabina affacciato sulla vallata dell’Aniene, particolarmente caro a numerosi artisti già sin dalla fine dell’Ottocento, e dove lo stesso Carena, specialmente dopo il matrimonio con Mariuccia Chessa celebrato nel 1919, amava trascorrere lunghi periodi dell’anno. I ricordi di quei giorni emergono qua e là proprio nelle lettere a dom Vignanelli: «Pensa quanti amici di quel tempo sono morti, e quanto, quanto tempo è trascorso, e io non ho nulla concluso, ma sono tuttavia sereno» (Venezia, 7 novembre 1957), oppure: «Ricordi la gita a Monte Cavo sui somarelli, e quanti morti tra i compagni di allora?» (Venezia, 31 marzo 1961).

Non può non colpire, in questa breve sequenza di frasi l’occorrenza puntuale del tema della morte, senz’altro alimentato dall’intensità della fede cristiana condivisa con l’amico artista e monaco, ma ormai dominante come una cifra interiore nell’ultimo Carena.

Nel domandare preghiere all’amico monaco, lo soccorre la forza della sua spirituale identità cristiana: «In mezzo a tante cose tristi e drammatiche non soltanto ho salvata la vita, che non è molto, ma ho salvato le idealità e la fede e la speranza che sempre mi hanno sorretto, e ora ancora, vecchio stanco e deluso, mi danno forza a prepararmi all’ora più grave e più importante della vita, l’ora della morte», certezza che è al tempo stesso metro di giudizio sul passato e ponte verso il futuro: «Io vedo ormai il mio passato come povera cosa, sogni, illusioni; l’unica cosa di vero che sento in me come conquista è di essermi spogliato di ogni vanità e di attendere povero la morte per ricongiungermi, spero, a Colui che regge ogni cosa» (Venezia, 7 novembre 1957). Espressioni che sembrano l’eco di quanto Carena confidava all’amico monaco Vignanelli in una missiva del 14 aprile 1960: «Io sono ormai vecchissimo, quasi 81, e sono terribilmente stanco; qualcosa faccio ancora e mi pare di capire ora soltanto cosa sia la pittura, peccato che è troppo tardi». Eppure alcuni anni dopo ancora da Venezia il 25 novembre 1963, non gli manca il coraggio di confidare al suo interlocutore cassinese: «Dio mi concede ancora la forza di lavorare, non soltanto, ma con intensità di ricerca e approfondimento, ed è questo, dati i miei 84 anni, un vero miracolo». Nel rinnovato calore della fede che dà nuovo impulso all’ispirazione e ne rivela nascoste energie, il vecchio pittore così conclude in questa stessa lettera: «Io dipingo quadri di temi religiosi, oggi non saprei e non potrei dipingere altro».

di Mariano Dell’Omo

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