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Arte religiosa africana

· Un centinaio di opere in mostra a Parigi ·

Léopoldville, 17 giugno 1936: monsignor Giovanni Dellepiane, allora delegato apostolico nel Congo Belga e in Rwanda-Urundi, inaugurò con un discorso la «prima mostra di arte religiosa congolese». «Quando, circa due anni fa, abbiamo iniziato a sollevare il problema dell’arte indigena al servizio del culto, e quando, circa sette mesi fa, abbiamo abbozzato il progetto di questa modesta mostra, la prima del genere in Congo, non era stato fatto ancora quasi nulla», ricordò il diplomatico, «perciò il nostro progetto all’inizio ha suscitato una certa sorpresa». «Ma abbiamo tenuto duro — aggiunse monsignor Dellepiane nel suo discorso — sapendo che obbedivamo a un principio del cattolicesimo e alle direttive della Santa Sede e sapendo inoltre che potevamo contare sulle innumerevoli risorse, ancora poco conosciute, dell’arte indigena».

Crocifisso kongo

Ottant’anni dopo, è il Musée du Quai Branly-Jacques Chirac, a Parigi, a rendere omaggio al lavoro d’inculturazione svolto dai missionari europei nell’arte religiosa kongo tra il XV e il XX secolo, attraverso la mostra «Du Jourdain au Congo», che resterà aperta fino ad aprile 2017. Con un centinaio di opere d’ispirazione cristiana — sculture, ciondoli, incisioni e disegni, e soprattutto una ventina di splendidi crocifissi — la mostra illustra il modo in cui i popoli autoctoni hanno fatto propri certi simboli cristiani, senza comunque abbandonare del tutto o in parte il loro culto tradizionale.

«L’adozione di queste figure è il risultato della rapida conversione dei kongo al cristianesimo, poco dopo l’arrivo dei missionari cattolici nel 1490», spiega Erick Cakpo, docente di storia delle religioni nel dipartimento di teologia dell’Université de Lorraine. «I kongo adottarono, in larga misura e per lungo tempo, le opere occidentali, ma l’uso che ne fecero non fu necessariamente quello che i missionari si aspettavano», precisa questo esperto d’inculturazione dell’arte cristiana in Africa. Così, negli anni Trenta dello scorso secolo, l’archeologo belga Robert Wannyn scoprì, nel Basso Congo e nel Nord dell’Angola, varie statuette di sant’Antonio da Padova che, a suo parere, erano state a lungo utilizzate come portafortuna, amuleti o rimedi.

«I kongo mostravano grande fervore attraverso le rappresentazioni cristiane. I missionari non pensavano che tale fervore potesse nascondere un uso diverso delle immagini». Peraltro l’integrazione dei simboli religiosi cattolici nei riti tradizionali «non significa assolutamente un rifiuto del cristianesimo», assicura Erick Cakpo, «non si tratta di una rinuncia alla fede cristiana, ma della sua integrazione in ciò che era caro a quelle popolazioni». Del resto, in quel momento a importare ai missionari erano le prove esteriori di conversione delle popolazioni.

In seguito, nel secondo periodo di evangelizzazione, a partire dall’inizio del XX secolo, «è stata la Chiesa stessa, su invito dei papi, a incoraggiare, con il riconoscimento della ricchezza delle culture dei paesi di missione, l’integrazione delle opere cristiane africane nella liturgia», sottolinea il ricercatore. «Se è indubbio che stavolta si tratta di un uso fondamentalmente cattolico, si può allora parlare di un riconoscimento ufficiale della Chiesa per l’utilizzo delle arti locali nel culto». Da quel momento, e soprattutto negli anni Trenta dello scorso secolo, si assiste in loco a diverse azioni volte a sostenere iniziative di produzione di opere cristiane d’ispirazione locale. Infine, non va dimenticato che i missionari che hanno incoraggiato l’emergere di un’arte cristiana africana hanno anche partecipato alla sua promozione in Europa. Così diverse opere d’ispirazione cristiana kongo e di altri paesi africani sono state presentate in mostre organizzate un po’ ovunque in Europa. «Per esempio, queste opere sono state esposte nella mostra missionaria vaticana del 1950 — fa notare Erick Cakpo — e alcune sono state vendute a margine delle mostre. Altre sono state rimandate nei loro luoghi di origine o donate. Il denaro è servito a finanziare diverse attività missionarie». Una sorta di evangelizzazione attraverso l’arte, che si è autofinanziata.

di Charles de Pechpeyrou

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