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L’arte e i cattolici

Gli attori Andrew Garfield e Shinya Tsukamoto

Mentirei se affermassi che mi hanno sorpreso le esecrazioni e gli anatemi che ha ricevuto Silence, l’ultimo film di Scorsese, da certi ambiti cattolici. Mentirei anche se dicessi che mi ha scandalizzato il fatto che, per denigrarlo, siano stati usati metodi scorretti, divulgando interpretazioni false e strampalate del film. Ma mentirei pure se, come artista, nascondessi che tali esecrazioni mi hanno costernato e ferito profondamente. Perché queste reazioni dimostrano nuovamente l’incomprensione che da certi ambiti cattolici si professa per ogni arte che non sia schematica o dottrinaria, ma complessa e problematica (ossia autentica arte). Fenomeno che, a mio giudizio, costituisce una delle prove più tristi della decadenza di molta cultura cattolica.

Che in certi ambiti cattolici esista una franca ostilità verso l’arte è un’evidenza innegabile. Come lo è anche, naturalmente, che tale ostilità sia a volte la reazione logica verso un’arte nichilista, espressione di un’epoca che odia la bellezza e pugnala la nostra sensibilità.

Ma questa ostilità si rivolge anche di frequente a opere di grande valore che, semplicemente, non si inquadrano in un sentimentalismo devoto. Non ci sfugge che, dietro tale ostilità, si celano ragioni o irragionevolezze di tipo ideologico (già Charles Péguy ci avvertiva dei pericoli insiti nel trasformare la mistica in politica, nell’avvolgere i nostri pregiudizi ideologici in alibi religiosi). E neppure che un certo fariseismo ha trovato in questa ostilità la scusa perfetta per condannare l’artista, che generalmente è una persona dai costumi licenziosi o eterodossi. Ma la verità è che molte vette dell’arte cattolica sono state realizzate proprio da artisti dai costumi licenziosi ed eterodossi, da Caravaggio a Pasolini, passando per Lope de Vega o Oscar Wilde. Ed è perché la grazia — come c’insegna ancora Péguy — molte volte utilizza la porta di ingresso del peccato per benedire i suoi prediletti. Dio sceglie spesso quanti sono caduti e sporchi come depositari dell’arte più alta e sublime; e il rifiuto degli artisti “reprobi” è in fondo il rifiuto della grazia divina. Questo rifiuto ha provocato una triste decadenza dell’arte cattolica, oggi naufraga nella più assoluta irrilevanza, che, mentre espelle artisti come Martin Scorsese, accoglie opere inani, sdolcinate, pacchiane e affettate, pura arte dis-graziata nel senso più stretto del termine.

Senza rendercene conto, noi cattolici cominciamo ad assomigliare a quegli eretici iconoclasti dei primi secoli bizantini, che proclamavano orgogliosi il loro odio per l’espressione sensibile della divinità. L’unione del creatore con la creatura non si ferma, per il cattolico, all’essere razionale dell’uomo, ma abbraccia anche il suo essere corporale e, per suo tramite, la natura materiale dell’intero universo. E questa unione di Dio con il mondo materiale e sensibile raggiunge la sua espressione più gloriosa nell’arte, che è strumento reale e immagine visibile di Dio. Rifiutare l’arte è togliere ogni realtà all’incarnazione divina e costituisce, come scriveva Solovev, una terribile «soppressione del cristianesimo».

A questa tentazione iconoclasta si somma una certa infezione di radice puritana, che rifiutando il dogma del peccato originale nega la possibilità del “dramma”, che è il fulcro costitutivo della vera arte. Sopprimendo il peccato originale, si negano le conseguenze del male sulla natura umana; e tale negazione ha dato luogo in ambiti anticattolici a un’arte frivola in cui le categorie morali si confondono fino a diventare interscambiabili, o meglio un’arte cinica dove il male diventa fatidicamente invincibile e dove si nega la capacità dell’uomo di combatterlo e sconfiggerlo. Ma in ambito cattolico questa infezione puritana ha avuto anche conseguenze funeste, conferendo legittimità a un’arte infantilizzata che nega il principio della felix culpa e la natura drammatica della vita umana, quella “libertà imperfetta” che caratterizza la lotta dell’uomo in cerca di redenzione.

Una lotta che, come ci avvisava Flannery O’Connor, si dispiega in un territorio che è in larga misura “proprietà del Nemico”: una lotta che a volte si risolve in un trionfo, altre in una sconfitta, e altre ancora in un conflitto straziante, con un’infinita gamma di zone di penombra che un certo cattolicesimo troppo rigido intende negare. Ma negare tali penombre equivale a negare l’arte; e inoltre è anche una sordida blasfemia.

Leonardo Castellani insorgeva contro quei cattolici che rivendicano un’arte dalle soluzioni nette, dai trionfi apoteosici, un’arte senza penombra né conflitto. Sono cattolici che vorrebbero attribuire a Cristo «il ruolo di un conquistatore, di un Attila egualitario e devastatore». Ma Cristo stesso ha provato in diverse occasioni il sapore del fallimento. Non ha forse fallito con il giovane ricco? E non ha forse fallito con quei nove lebbrosi che non sono tornati per ringraziarlo, dopo che li aveva guariti? Non ha forse fallito con Pilato e Giuda? Mentre sudava sangue nel Getsemani, non era forse consapevole che il suo sacrificio sarebbe stato rifiutato da molti uomini? Cristo sapeva che la vita dell’uomo è dramma; sapeva che nella vita ci sono giovani ricchi, lebbrosi ingrati, gente compiacente o vigliacca, traditori e apostati; e ha amato tutti, pur sapendo che molti avrebbero tentennato e vacillato, e avrebbero persino rifiutato la sua redenzione. E se Cristo li ha amati, perché l’arte dovrebbe ignorarli? Certo, dipingere o scrivere la vita dei santi può essere un eccellente motivo artistico; ma lo è anche dipingere o scrivere la vita di quanti non sono — di noi che non siamo! — eroici né impeccabili. Perché queste vite conflittuali e drammatiche possono aiutarci ancor di più a superarci; perché, affacciandoci sul loro abisso, capiremo meglio la misericordia divina, il profondo amore che Cristo ci ha dimostrato, immolandosi anche per noi.

E la vera arte cattolica deve affacciarsi su questo abisso. Castellani riteneva che il grande poeta cattolico del xix secolo fosse stato Charles Baudelaire, che naturalmente — annotava con il suo abituale acume — «non è una lettura per ragazze che si nutrono di hot dog e di romanzi yankee, e neppure per i bigotti, i borghesi, gli asini, e neanche per i sacerdoti incauti, gli uomini senza percezione artistica e l’immensa parrocchia del moralismo edulcorato e dell’ortodossia infantile». Ma questo “moralismo edulcorato” e questa “ortodossia infantile” sono ciò che oggi, purtroppo, si esige da certi ambiti cattolici, quando si propugna un’arte senza conflitto, un arte dalle soluzioni nette e trionfanti. Solo che questo “moralismo edulcorato” e questa “ortodossia infantile”, lungi dall’essere strumento di evangelizzazione, generano ripugnanza negli animi sensibili che, provando curiosità per la fede, rifiutano — a ragion veduta — le soluzioni facili.

Baudelaire fu condannato come “immorale” da un tribunale. Ma quella non fu una condanna cattolica, bensì “borghese”, nel senso più buio e anticattolico del termine. Baudelaire fu condannato dal fariseismo e dalla demenza religiosa dei beghini; fu condannato perché i suoi libri — autentiche opere d’arte — osavano addentrarsi nel territorio “proprietà del Nemico”, mostrando quel conflitto straziante che è il fulcro e la sostanza del dramma.

Erano, alla fine, libri pienamente cattolici; poiché l’arte cattolica non è quella che fugge dinanzi al pericolo, ma quella che s’immerge in esso, consapevole che quell’immersione può condurla fino al cuore di tenebre. Certo, leggere Baudelaire — come Marcelino Menéndez Pelayo scriveva su La Celestina — «può comportare pericoli per chi non è molto sicuro di contemplare le opere d’arte con amore disinteressato. Poiché, quanto più vigorosa e animata sarà la rappresentazione della vita, tanto più parteciperà ai pericoli inerenti alla vita stessa». Ma è qui, proprio qui, nei «pericoli inerenti alla vita stessa» che l’artista cattolico svolge il suo lavoro. È peraltro molto istruttivo scoprire che La Celestina, opera estremamente scabrosa, fin dal primo momento godette di franchigia tra i consultori del Santo Uffizio, che la considerarono pienamente cattolica, poiché, sebbene mostrasse il male senza ritegno, descriveva anche il veleno che il male introduce nelle anime.

Fu all’inizio del XIX secolo, quando l’Inquisizione si era già riempita — per riprendere le parole di Menéndez Pelayo — di «giansenisti e bacchettoni» (di puritani e di baciapile diremmo oggi), che La Celestina fu inclusa nell’Indice. E quei «giansenisti e bacchettoni» non erano più capaci di capire che l’arte che ritrae le debolezze dell’essere umano può essere profondamente morale, infinitamente più morale dell’arte buonista e infantilizzata che ci mostra un falso mondo rosa e fiori; un mondo senza giovani ricchi, senza lebbrosi ingrati, senza vigliacchi né traditori, un mondo senza sudore di sangue nel Getsemani.

Per secoli, l’arte cattolica è stata un’arte piena di grazia perché ha saputo addentrarsi nel “territorio del Nemico” e far luce sul conflitto che si scatena nelle zone di penombra del cuore umano. Perciò la Chiesa non ha esitato ad abbracciare l’arte dei molto procaci Plauto e Terenzio, o dell’irreligioso Lucrezio. Grazie a ciò, oggi possiamo leggere i maestri antichi, che i monaci dei monasteri hanno salvato dalla distruzione, inserendoli in una portentosa — usiamo qui la felice espressione di Girolamo — “biblioteca divina”. Diceva Barbey d’Aurevilly nel prologo di Les diaboliques che «i pittori di polso possono dipingere tutto e la loro pittura è sempre morale quando è tragica e ispira orrore verso ciò che riproduce; sono immorali solo gli ignavi e i beffardi». Lo scrittore avrebbe dovuto inserire nel suo elenco d’immorali gli iconoclasti e i puritani della nostra epoca.

di Juan Manuel de Prada

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26 maggio 2019

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