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L'arte di raccontare la follia

· A colloquio con lo scrittore inglese Patrick McGrath ·

«Uno psichiatra mi ha iniziato alle riflessioni sulla follia quando avevo otto anni – racconta, intervistato da Giulia Galeotti, Patrick McGrath – Era mio padre». 

Non è un caso, dunque, che questo scrittore inglese sia stato capace di offrire un racconto che va al cuore della follia, immedesimandovisi. E nelle sue storie è molto forte anche la denuncia del modo in cui i malati mentali vengono “curati”. Ad esempio Spider (romanzo che narra la storia di Dennis alle prese con il ricordo di una sconvolgente esperienza e della successiva degenza in manicomio) condanna l'atteggiamento ostile e punitivo delle strutture verso i malati che ospitano. In una scena, Spider, nudo in manicomio, sorride leggendo sul muro il suo nome che egli ha appena scritto con gli escrementi: «per pochi brevi istanti sono una creatura mia, non loro». «È fondamentale – risponde McGrath – che i pazienti riescano a restare ancorati alla propria identità quando tutto ciò che li circonda è deputato a sottrargliela».

«Per poter scrivere la follia – prosegue – bisogna prima riconoscere l'umanità di chi soffre, e poi stabilire perché soffre. E questo vale per tutti: abbiamo il dovere morale di riconoscere l'umanità del prossimo. Quando falliamo nel farlo, perdiamo. Perchè quando falliamo nel riconoscere l'umanità degli altri, perdiamo la nostra stessa umanità».

A cosa sta lavorando ora? «A un romanzo che ha per protagonista un attore. Gli attori sono affascinanti perché nel loro lavoro utlizzano non solo il corpo e le voci, ma anche le emozioni: cosa succede all’identità dell’attore quando porta il suo Macbeth a casa? Sono queste le questioni che voglio ora indagare».

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21 maggio 2019

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