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L’arte di conservare

· Feticci e credenze religiose dei Bakongo in uno studio di Gabriele Bortolami ·

«Uomini bianchi andate nei villaggi perduti della mia terra con i vostri registratori, con le vostre macchine fotografiche e raccogliete le testimonianze degli stregoni, dei cantastorie, dei vecchi, di tutti i gelosi custodi di una lunga storia umana affidata soltanto alle loro voci. Quando essi moriranno sarà come se, per la vostra civiltà, bruciassero tutte le biblioteche». 

Feticcio Kondi (fotografia di Gabriele Bortolami)

In questi versi di Léopold Sédar Senghor (1906-2001), poeta, ex presidente del Senegal e primo africano ammesso alla Académie Française, è racchiuso il senso della moderna ricerca etnografica, una ricerca, come si evince dalle parole del poeta senegalese, auspicata dagli stessi popoli oggetto di indagine. Sembra quindi finito il tempo della contrapposizione tra studiosi e popolazioni di interesse etnografico, che hanno spesso accusato i primi di neocolonialismo culturale. Sono oggi quelle stesse popolazioni ad auspicare che i loro modelli sociali e culturali siano registrati, custoditi e tramandati prima di essere spazzati via dall’impatto con realtà esterne sempre più invadenti.
A questa esigenza di conservazione risponde Feticci e credenze religiose dei Bakongo di Gabriele Bortolami (Roma, Eurolink University Press, 2017, pagine 466, euro 22). L’autore, missionario cappuccino con alle spalle una solida formazione accademica, vive da parecchi decenni a stretto contatto con i Bakongo, un’etnia stanziata nel nord e nel nord-est dell’Angola al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Nei suoi anni trascorsi nel paese africano è stato anche vittima di un agguato e di un sequestro a opera dei guerriglieri dell’Unita (União Nacional para a Independência Total de Angola).
Bortolami racconta quel drammatico avvenimento come un’opportunità che gli ha permesso di ottenere una sorta di estraniamento dal centro della cultura occidentale, per giungere alla periferia. «In questa zona margine — racconta — mi è stato offerto il modo di poter incontrare ed entrare in quella delle culture angolane (…). Nella situazione di guerriglia la realtà non era più un oggetto di studio da definire “culturalmente”, ma un continuo andare, crescere, vivere, lottare, porsi in questione e morire». Una condizione che viene definita come regno della provvisorietà, del continuo cambiamento.
È un dinamismo proprio di tutte le culture e delle loro espressioni, a partire dal linguaggio che, forse più di ogni altro aspetto, subisce l’influenza esterna. Bortolami racconta infatti come i Bakongo abbiano imparato a scherzare e a prendere in giro i turisti che prima chiamavano Mundele poi, al tempo dei cubani, Companheiro, quindi, con l’arrivo dell’Onu, Amigo e infine, con l’attuale massa di operai cinesi, Sana. Si tratta in fondo della medesima dinamica, ma in prospettiva contraria: con la stessa curiosità con cui l’antropologo guarda le popolazioni di interesse etnografico, così queste guardano l’uomo occidentale o, più in generale, l’esotico che evoca mondi lontani. Diverso è però il desiderio, questo tutto occidentale, di conservare per il futuro prima che, come già accennato, l’impatto con economie più strutturate determini la scomparsa di tradizioni e stili sociali.
Dei Bakongo l’autore analizza e descrive i lignaggi e le strutture di parentela, la percezione del ciclo della vita, le religiosità e le pratiche culturali. Il tutto corredato da una ricchissima antologia di quei miti, proverbi e canti che hanno da sempre scandito le fasi della vita della popolazione, ma che essendo legati alla tradizione orale sarebbero, come consapevolmente sottolineava Senghor, destinati a perdersi. Non si tratta tuttavia di una semplice catalogazione in senso statico, perché come rileva Bortolami, «il cambiamento è un dato oggettivo inevitabile, giacché costituisce la realtà culturale di una data popolazione intesa in senso dinamico». La migliore ricerca antropologica, quindi, mira a cogliere un momento, e solo un momento, della perenne dinamica delle culture. Senza avere la pretesa di fissare definitivamente le categorie delle sue analisi.

di Giuseppe Fiorentino

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