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L’arte di accompagnare

· ​Una riflessione sull’importanza della figura di chi assiste i malati ·

Abbiamo perso la capacità di prenderci cura gli uni degli altri. È un’esperienza che facciamo di tanto in tanto nella vita, quando ci accorgiamo che qualcuno ha bisogno di noi. Non abbiamo mai tempo. Non c’è mai il tempo. E quando strappiamo un po’ di tempo e riusciamo con sforzo e fatica a ritagliare uno spazio per stare vicino a qualcuno che ci è caro e che ha bisogno di noi scopriamo che non è solo il tempo che ci manca, ma ci mancano soprattutto le parole e i gesti. Non sappiamo né che cosa dire né che cosa fare. Scopriamo di essere inadeguati. Ci vorrebbe uno specialista! Ma chi è lo specialista del prendersi cura degli altri?

Non solo abbiamo perso la capacità di prenderci cura gli uni degli altri ma abbiamo perso anche la capacità di lasciare che gli altri si prendano cura di noi.

Elena Cirella  «Abbracci» (2011)

«Te la devi cavare da solo» è il mantra con cui siamo cresciuti e con cui educhiamo i nostri figli. C’è una verità in questo concetto; durante l’adolescenza è necessario far emergere se stessi, le proprie inclinazioni, le proprie capacità. Abbiamo bisogno di un tempo in cui prendere le distanze dai nostri genitori, dal mondo degli adulti, dalla società in cui siamo nati, per divenire adulti e costruire nuovi legami, nuovi rapporti, una nuova società migliore della precedente. Ma oggi sembra che questo processo si sia interrotto. Si è creata una grande generazione di eterni adolescenti. Cavarsela da soli è divenuto lo scopo delle nostre esistenze, e non un passaggio esistenziale. Con accezioni diverse; c’è chi ritiene di doversela cavare da solo perché non ci si può fidare di nessuno in un mondo ostile, e chi invece ritiene semplicemente che sia giusto non essere di peso a nessuno. Così cavarsela da soli e non essere di peso agli altri è divenuto un gesto considerato di estrema generosità. Con conseguenze spesso aberranti. Per esempio, quando la nostra stessa vita ci diventa insopportabile nel momento in cui finiamo con l’essere del tutto dipendenti dagli altri.

In passato non è stato sempre così, e sempre in passato il prendersi cura degli altri non è stato un compito esclusivamente femminile. Certo, alle donne erano assegnati la maggior parte dei compiti, ma tutti erano in qualche modo coinvolti nel prendersi cura gli uni degli altri. Si imparava da piccoli, per imitazione, in famiglia. Era lì che si viveva il rapporto con le persone malate e con la morte. Si guardavano i grandi, gli adulti, quello che facevano, quello che dicevano. Non si insegnavano tecniche, ma c’era una diffusa cultura dei mille rimedi, c’era un rimedio per ogni cosa, rimedi che magari non avevano solide basi scientifiche, ma certamente avevano solide basi affettive. In realtà si insegnava l’atteggiamento da avere nei confronti del dolore degli altri.

Se nella nostra memoria non c’è più traccia di tutto ciò, perché ormai troppo tempo è passato, ci può venire incontro la letteratura. Ne La morte di Ivan Il’ič, Tolstoj ci racconta del rapporto fra il protagonista e il contadino Gerasim, l’unico che riesca a instaurare un rapporto vero con il protagonista. A differenza di tutti gli altri, che vivono con Ivan rapporti basati sull’ipocrisia, è questo contadino che riesce a entrare nell’intimità di Ivan Il’ič attraverso gesti semplici e a dimostrargli compassione. Si dice che chi svolge lavori di assistenza e di cura alle persone nel proprio lavoro deve rimanere distaccato e professionale, altrimenti «si brucia». È il tema della sindrome del burn out. In realtà gli studi fatti su questo tema rivelano che ci si brucia per una molteplicità di fattori, fra cui la cattiva organizzazione del lavoro, la scarsa considerazione dell’importanza del lavoro che si svolge, e così via, ma l’atteggiamento personale tipico di chi si brucia è quello di chi ritiene di poter combattere queste battaglie in solitudine, di chi si ritiene capace di «salvare» gli altri, contro tutto e contro tutti, di chi cioè ha una cattiva percezione di sé e della realtà. Si può affermare che alla base del burn out c’è un delirio di onnipotenza. Quello che può fare chi assiste una persona malata è un insieme di tante piccole e semplici cose, ma quelle piccole e semplici cose sono di gran valore per chi sta male. Quello che si può fare è creare una rete di sostegno intorno a chi sta male, una rete capace di sostenere non solo la persona malata, ma anche chi lo assiste.

di Alessandro Serenelli

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21 marzo 2019

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