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L’arte della fedeltà creativa

· Giornata mondiale della vita consacrata ·

La realtà della vita consacrata è come quella di un corpo: ogni membro è diverso dall’altro, ma tutti sono necessari per formare un corpo armonico (cfr. 1 Cor 12, 12-30). La diversità, che non la differenzia, si rivela facilmente apprezzabile nella vita consacrata. Essa è formata da religiosi e religiose, vita monastica, contemplativi e contemplative, istituti secolari, società di vita apostolica, ordo virginum ed eremiti.

Molte sono le sfide che in questo momento si presentano alla vita consacrata, e molti sono i rischi che i consacrati possono correre. Tra le sfide più importanti c’è quella della comunione e della fraternità. E tra i rischi più nocivi c’è quello della deriva settaria.

La sfida della fraternità

La fraternità si presenta come uno degli elementi fondamentali della vita religiosa. La vita fraterna in comunità è profezia, è «luogo e soggetto della missione» (cfr. Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica [Civcsva], La vita fraterna in comunità [Vfc], 7c). Tutto inizia con il dono di fratelli e di sorelle: «Il Signore mi diede dei fratelli», (San Francesco, Testamento, 14). In questo modo la fraternità sa di gratuità, il fratello e la sorella non sono redditizi né produttivi. I fratelli sono semplicemente per essere «familiari tra loro», per amarli e nutrirli come una madre ama e nutre suo figlio. La fraternità ha sapore di relazione interpersonale. Non esiste vita fraterna in comunità senza che ci siano relazioni interpersonali autentiche. La fraternità sa, infine, di uguaglianza nella diversità: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23, 8).

Tra le molte sfide che presenta la vita consacrata va messo in evidenza il passaggio da una vita comune o di osservanza a una vita fraterna in cui le relazioni giuridiche tra fratelli cedano il passo alla reciprocità e alla corresponsabilità, dove l’autorità non assuma la forma di esercizio di potere, ma di servizio, e tutto questo alimentato da una comunicazione in profondità. Un’altra sfida alla vita fraterna in comunità è quella di essere costruttori di fraternità e non semplici consumatori. La corresponsabilità in una comunità che si dica anche fraternità non è soltanto vitale, ma è anche il punto di partenza. Occorre, poi, creare legami positivi tra i membri di una comunità, generare speranza, contenere il dolore e accogliere la vita e, quando sia il momento, esercitare la correzione fraterna, fatta dentro il progetto comunitario e sempre cercando il vero dalla verità, con viscere di misericordia, in coerenza e autenticità di vita. Tutto questo si traduce nel prendersi cura dell’altro e dargli vita, facendosi dono reciproco. La vita fraterna va vissuta anche dedicando particolare attenzione ai suoi «preferiti»: i deboli, gli anziani, gli infermi e i poveri, che sono la «carne di Cristo».

Decisamente lontana da questa visione è una autorità di controllo e di potere. Anche se in questa dimensione molte cose sono migliorate, ai consacrati resta molta strada da percorrere per passare, in atteggiamento di esodo, da una vita in comune a una comunità di vita; esodo, passaggio da strutture che infantilizzano a sostegni che formino persone adulte; dalla uniformità alla comunione nella diversità; dal trinceramento al campo aperto dove si combatte per il Regno. Meno autoreferenzialità, meno attenzione alle nostre beghe di casa, più uscita, più missione (cfr. Papa Francesco, Lettera a tutti i consacrati [Ltc], ii, 4).

In un mondo diviso e frammentato, la vita consacrata ha davanti a sé un dovere importante e speciale: creare, suscitare, animare e sostenere comunità fraterne che irradino amicizia, stimoli positivi, sostegno e riconciliazione, senza dimenticare che la vita fraterna «si edifica sulla debolezza umana» (Vfc, 26) e che i conflitti, i momenti di crisi e i disagi sono «una occasione per la crescita umana e la maturità cristiana» (Vfc, 38). Il mondo di oggi e la Chiesa chiedono ai consacrati che siano esperti di comunione, «segno credibile della presenza dello Spirito», «testimoni e artefici di quel progetto di comunione», che vivano la mistica dell’incontro e cerchino insieme la strada, il metodo per camminare secondo Dio (Ltc i, 2).

La deriva settaria

Il settarismo è quasi sempre sinonimo di intolleranza, integralismo, fondamentalismo e discriminazione, e si alimenta con l’ideologia, di qualunque segno. La deriva settaria è un fenomeno significativo nelle società contemporanee, al quale non è estranea né la Chiesa né la vita consacrata stessa.

Nella vita consacrata la deriva settaria parte abitualmente da una convinzione: coloro che detengono l’autorità prendono, a poco a poco, il posto di Dio. Progressivamente, talvolta a causa di una teologia a proprio uso e consumo, che non può dirsi cattolica, si tende a identificare il fondatore o superiore e il carisma. Questi non sono capi perché abitato dallo Spirito, ma sono abitati, o credono di esserlo, dallo Spirito Santo perché sono tali.

Il rischio di una tale distorsione è enorme: se ogni parola del superiore o fondatore è considerata come parola dello Spirito Santo, facilmente si mette in atto una sorta di dittatura, tanto più pericolosa quanto fondata su basi religiose o pseudo religiose. La conseguenza di questo principio si manifesta immediatamente nelle strutture di governo: tutto viene dal superiore e tutto ritorna a lui. In lui si concentrano tutti i poteri e, di conseguenza, tutte le decisioni le prende lui.

In questi casi, l’esercizio dell’autorità non è un servizio, ma diventa autoritarismo, riducendo le persone a una totale dipendenza che mortifica la dignità e perfino i diritti umani fondamentali, giungendo anche alla sfera della moralità e perfino della intimità sessuale (cfr. Vino nuovo in otri nuovi [Vnon], 20).

D’altra parte, la struttura comunitaria non è più di comunione, nella quale certamente non può mancare il servizio dell’autorità, ma piramidale, nella quale si priva l’obbedienza di una dimensione umana e spirituale essenziale: quella del discernimento, «scavalcano così la necessaria sussidiarietà» (Vnon, 19) e corresponsabilità.

Una situazione simile è terreno fertile perché si sviluppino rapidamente le deviazioni di un potere di controllo dilagante. Dice un proverbio anglosassone: il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.

Se il superiore prende gusto al potere, alla poltrona, la tentazione e il rischio più che evidente sono quelli di sentirsi indispensabile per salvare il carisma da ogni «corruzione» che possa provenire da fuori o dalla Chiesa stessa, e di cercare in tutti i modi di rimanere al potere. La sua autorità si pone al servizio di un controllo che assicuri di continuare a esercitare detto potere, degenerando perfino nel controllo di coscienze, in cui non si distingue il foro interno da quello esterno, o strumentalizzando lo stesso ideale di comunione e di unità che prende forma di uniformità, nella quale non è possibile dissentire né presentare una leale alternativa o segnalare problemi, senza ammettere «spazi di giusta autonomia» (Vnon, 19).

Dato che tutto il gruppo è o si crede meraviglioso e anche i leader lo sono, il dissenso all’interno di un gruppo non è permesso, come neppure è permesso fare qualche critica. Chi lo fa viene automaticamente segregato. Ai membri di un gruppo settario si richiede lealtà assoluta e acritica, e chi non rispetta questa «regola di gioco» sarà isolato ed etichettato come persona problematica.

Quando un gruppo finisce con l’essere settario, esige anche che i suoi “fedeli” mantengano la distanza da quelli di “fuori”, perché non si indebolisca la loro osservanza o si contaminino, o semplicemente non si distraggano. Spesso si fa loro credere che Dio vuole che subiscano persecuzione o incomprensione (questa può venire dalla stessa Chiesa), come prova che sono stati eletti.

L’esistenza di questi gruppi nella vita consacrata è lontana dal profumare di Vangelo. L’autorità non corrisponde alla «logica del Vangelo», ma a quella del mondo (cfr. Mt 20, 25-27); l’obbedienza non si vive come «ascolto della volontà di Dio» e come ricerca con i superiori, con la propria comunità, delle decisioni opportune, ma come sottomissione; il discernimento non si fa in atteggiamento di esodo, cercando criteri evangelici e di dialogo con i segni dei tempi, ma come mezzo per assecondare tutto quello che viene dal superiore; il carisma è concepito come qualcosa di statico, con il pericolo che perda sapore e cessi di essere potabile.

La vita consacrata frequentatrice di futuro

La vita consacrata ha vocazione di samaritana, ha sete e non può saziarla ricorrendo a cisterne screpolate che non possono trattenere l’acqua (cfr. Ger 2, 13). Ha bisogno di frequentare sorgenti di acqua viva (cfr. Gv 4, 14). Guardando al futuro, la vita consacrata deve imparare l’arte della fedeltà creativa (cfr. Evangelii gaudium, 33); deve imparare «a riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità» che sempre l’hanno caratterizzata (cfr. Vita consecrata [Vc], 37); deve fuggire l’ideologia, di qualunque segno essa sia, che «mutila il cuore del Vangelo» (cfr. Gaudete et exultate, 100-103), e, in quanto tale, rappresenta «uno dei nemici più seri che ha avuto e può avere la vita consacrata» (Papa Francesco, La forza della vocazione [Fv], 29); deve assumere che il carisma non è solo qualcosa che si deve conservare e che si riceve una volta per tutte, ma un dono sempre vivo e una responsabilità che chiede una risposta sempre nuova. Il carisma è come l’acqua: «quando ristagna imputridisce» (cfr. Fv, 42. 45). La vita consacrata deve far memoria, ma questa, perché sia feconda, deve essere una memoria deuteronomica (cfr. Dt 26), che permetta di andare «alla radice», in modo tale che permetta ai consacrati di vivere con passione il presente e a guardare correttamente al futuro (cfr. Fv, 44; Vc, 110). Il futuro della vita consacrata ha molto a che vedere anche con il discernimento. Solo il discernimento può assicurare la maturità della consacrazione. Senza il discernimento il consacrato è una persona con una grave carenza: le manca qualcosa che non la fa essere matura (cfr. Fv, 52).

I consacrati se vogliono rispondere alla missione di illuminare il mondo non possono ridursi a custodire un museo, ma devono lasciarsi sorprendere sempre dalla novità dello Spirito, che fa nuove tutte le cose (cfr. Ap 21, 5). Non si tratta di fare archeologia o coltivare inutili nostalgie, ma di riscoprire nel carisma la scintilla ispiratrice che lo ha inspirato (cfr. Fv, 44).

Per continuare a essere fari, fiaccole e sentinelle nella notte oscura del tempo (cfr. Vultum Dei quaerere, 6), i consacrati sono chiamati a spogliarsi di qualunque manifestazione di mondanità, e assumere il Vangelo come vademecum, sapendo che «non basta leggerlo, non basta meditarlo: Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole» (Ltc, i, 1).

Per abbracciare il futuro con speranza, i consacrati non possono rinunciare a farsi «esperti di comunione» (ibid.), che «promuove e assicura la fattiva partecipazione di tutti» (Vnon, 20). Contro il rischio del settarismo un antidoto fondamentale è quello della fraternità allargata, che ci porta alla piena comunione con i fratelli di comunità e dell’istituto, con la Chiesa e con il mondo.

Il futuro della vita consacrata passa necessariamente dall’assumere affettivamente ed effettivamente che essa «è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa». Il carisma di una famiglia religiosa non è un patrimonio chiuso da proteggere. È piuttosto «una sfaccettatura integrata nel corpo della Chiesa, attratta verso questo contro che è Cristo» (Jorge Bergoglio, Sinodo sulla vita consacrata). «Il cammino della vita consacrata è quello dell’inserimento nella Chiesa con categorie ecclesiali» (Fv, 41).

La costruzione del futuro della vita consacrata passa per la riscoperta della sua dimensione profetica. Questa non consiste nell’indovinare il futuro, ma parte dalla passione della sequela di Cristo, senza la quale non c’è futuro, che porta a uscire da se stessi, a mettersi in cammino, con il cuore acceso, per essere in mezzo al mondo esegesi del Vangelo (cfr. Benedetto XVI, Verbum Domini, 83).

La costruzione del futuro della vita consacrata passa per una formazione artigianale, che si basi sul valorizzare la persona come è, che abbracci tutte le dimensioni della persona, accentuando particolarmente la dimensione umana e cristiana, i «quattro pilastri»: «la vita spirituale, la vita comunitaria, la vita di studio e la vita apostolica», il tutto in «interazione» (cfr. Fv, 78). Una formazione che sia accompagnata da persone «esperte nel cammino della ricerca di Dio» (Vc, 66) e nell’arte di ascoltare e dialogare: «Uomini e donne di discernimento, di intensa religiosità, di pazienza»; che sappia sostenere e aiutare il giovane, «senza forzare i limiti» (cfr. Fv, 75. 80. 84).

La vita consacrata con vocazione di futuro, se vuole assicurare la fecondità evangelica, deve privilegiare l’incontro con Gesù, sapendo che la forza della vocazione è Cristo (cfr. Fv, 44) e la fonte di ogni vera gioia (cfr. Fv, 59); deve privilegiare la comunione con tutto il popolo di Dio (cfr. Fv, 35), evitando la tentazione del clericalismo (cfr. Fv, 76, 77 y 78), mettendo insieme il carisma, la missione e la profezia; seguendo in ogni momento il metodo del discernimento e una opzione chiara per i poveri.

La vita consacrata oggi più che mai deve assumere che è tempo di camminare, e di ascoltare l’invito di Gesù: «Alzati e cammina» (Lc 5, 23).

di José Rodríguez Carballo
Arcivescovo segretario
della Congregazione per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica

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20 maggio 2019

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