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L’arte contemporanea in dialogo con l’ecologia

· ​In mostra a Roma ·

Che gli artisti abbiano uno sguardo speciale sulla realtà, critico o anticipatore, non è fatto nuovo e questo li rende sensibili a dialogare con la contemporaneità. In questi giorni a Roma sono visibili alcune mostre che affrontano il tema dell’ecologia. Lo sfruttamento dell’ambiente, il cambio climatico e le catastrofi naturali impongono di dover riconsiderare lo sfilacciato rapporto tra uomo e natura e il nostro ruolo nel costruire un futuro sostenibile e rispettoso: la visione degli artisti è capace di aprire uno spazio di riflessione.

Mario Merz, «Foresta con video sul sentiero» (1995, struttura metallica, vetro, pietra, fascine, monitor con video; courtesy: Collezione Merz, Torino; foto Renato Ghiazza) ________________________________________

Non si può non iniziare questa passeggiata artistica che da Largo Goldoni dove troviamo Foglie di Pietra, opera permanente di Giuseppe Penone, donata dalla Maison Fendi alla città. Un lavoro pienamente espressivo della poetica dell’artista piemontese, un albero i cui rami sostengono pietre, che racconta la tensione verso l’alto di una creatura simile all’uomo per il suo nascere e crescere, assorbendo i massi/ostacoli che incontra muovendosi nello spazio, come ricordava in un’altra occasione la storica dell’arte Daniela Lancioni.

Penone, tra gli esponenti dell’Arte Povera, recupera gli elementi naturali affondando le mani nella terra e nella sua matrice contadina, tanto da portarli a un’espressione artistica in cui si compenetrano l’agire umano e quello del mondo.

Le opere di altri due esponenti della corrente nata negli anni Sessanta sono visibili al Chiostro del Bramante, nell’ambito della mostra dream (che chiuderà il 5 maggio): si tratta di Mario Merz e Giovanni Anselmo che, pur utilizzando anche loro elementi naturali, si muovono però su linee differenti, in questo contesto ricondotti dal curatore Danilo Eccher al segmento che separa coscienza e sogno.

L’equilibrio è al centro dell’opera di Anselmo in cui la bussola posta su un cumulo di sabbia, segnando la collocazione dell’uomo nello spazio e l’orientamento, allude al punto di contatto tra conscio e inconscio, in un bilanciamento tra centro e direzione in cui gioca un ruolo essenziale la memoria. Il ricordo è anche al centro del vicino lavoro di Mario Merz dal titolo Foresta con video nel sentiero (1995) in cui si recupera la storia contadina affidandola a un’istallazione che usa fascine e mima con un vetro uno specchio d’acqua, mostrando in un monitor filmati di vita lontana, in una composizione guidata da regole matematiche.

Il fil rouge delle opere appare, appunto, la memoria personale o collettiva che guida a un’alterità ancora possibile, quella stessa che nel 1973 condusse Gianfranco Baruchello a fondare l’Agricola Cornelia. L’artista, ritirandosi a vivere nella campagna romana, diede vita a un processo artistico centrato sulla ricerca estetica (ed etica) intorno al rapporto tra arte e agricoltura. Non ne nacque un’opera compiuta, ma un progetto filosofico e politico che viene usualmente presentato al pubblico in forma di archivio, oggetto di studio — tra gli altri aspetti dell’opera del Maestro — dello spagnolo Javier Hontoria.

Il curatore ha messo in relazione Baruchello con alcune artiste iberiche nella mostra Footnote to a Footnote (in corso fino al 5 maggio) sviluppata tra l’Accademia di Spagna e la Fondazione Baruchello, lasciando emergere l’attualità del suo pensiero e le sue influenze o coincidenze con ricerche altrui più o meno recenti. E non è un caso che nelle donne vi sia una spiccata attenzione per la natura, particolarmente per alcune sfumature della stessa. La terra è madre, in quanto tale forte e vulnerabile, come tutto il femminile su cui lo stesso Baruchello si concentrò alla nascita della figlia.

Tra le artiste invitate, Lara Almarcegui e Fina Miralles affrontano il tema qui in oggetto da una interessante prospettiva solo apparentemente contrapposta, bilanciando approccio politico, segmento storico e taglio personale. Se la prima denuncia la città fagocitante e al contempo l’abbandono di spazi urbani, l’altra si concentra sui miti femminili con espressioni di ritualità che arrivano a sondare la prospettiva dell’origine. Nella mostra, dunque, aspetto sociale e simbolico contribuiscono a comporre un percorso articolato in cui si riafferma la questione ambientalista quale uno dei grandi temi della quotidianità e della storia, segnando il passo dell’uomo accanto al solco, troppo profondo, che lui stesso ha tracciato.

Nella sua ampiezza, la relazione degli artisti con la natura, nella loro investigazione creativa, sonda e rielabora la fitta rete di relazioni fisiche, spirituali, culturali, antropologiche e intime di cui si compone e nutre.

di Federica La Paglia

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18 agosto 2019

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