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L’arma è l’ironia

· Una famiglia disordinata e geniale protagonista della serie televisiva «Speechless» ·

Sono fuori dal comune, i DiMeo, stravaganti e vistosamente poco omologati; un mezzo disastro in quanto a precisione e convenzionalità. Hanno i loro difetti, ma abbondano di vitalità e zampillano comicità. Sanno anche, squarciato il sarcasmo che solitamente li accompagna, regalare lampi di saggezza e tenerezza. Sono cinque in tutto, coloriti, disordinati, pazzerelli e geniali. 

Kenneth e la famiglia DiMeo

A modo loro decisamente famiglia, con un desiderio incessante di prendersi cura uno dell’altro. Sono papà Jimmy, mamma Maya e i loro tre figli adolescenti: Ray, intellettuale, sensibile e insicuro con le ragazze; Dylan, la piccola di casa, combattiva e veloce nella corsa; infine il primogenito JJ, costretto sulla sedia a rotelle da una paralisi cerebrale. Il ragazzo (interpretato da Micah Fowler, che anche nella vita soffre della stessa patologia) non parla, ma comunica benissimo con un laser che punta lettere e numeri su una tastiera attaccata alla sua carrozzina. Basta che qualcuno dia la voce a ciò che egli scrive, dunque, e il gioco è fatto. Anche per questo, i DiMeo hanno scelto di cambiare casa per l’ennesima volta: nel tentativo di trovare una scuola che offra finalmente a JJ ciò di cui ha bisogno. E se nel nuovo distretto non scovano nessun mondo perfetto, hanno almeno la fortuna di imbattersi nell’assistente Kenneth: gigante di colore bizzarro almeno quanto loro, ma come loro voglioso di donarsi totalmente per il bene di JJ. Non mollano mai, i DiMeo, non vogliono che il loro primogenito sia considerato esclusivamente per la sua invalidità; non sopportano la commiserazione sterile, né che JJ sia percepito come un oggetto di cristallo, e che di fronte a lui ci si irrigidisca immotivatamente. L’inclusione deve essere autentica, non di facciata; deve essere osservata la sua intelligenza, la normalità e l’unicità che pulsano oltre la sua condizione fisica. Ce la mettono tutta, i DiMeo, con mamma Maya in testa (notevole, a proposito l’interpretazione di Minnie Driver), affinché JJ riceva solo ciò di cui realmente necessità, perché sia accettato per quello che è, compresi certi suoi difetti caratteriali, il suo umorismo a volte scomposto. Giù le barriere, dunque, quelle fisiche e quelle invisibili di un’esagerata indulgenza, dell’eccessiva attenzione che trasforma, per esempio, l’arrivo di JJ nella nuova classe in un festeggiamento smodato e ingiustificato. «Non voglio la loro pietà — si lamenta l’adolescente dopo una partita di football in cui i compagni lo hanno lasciato vincere — voglio giocare veramente!». È questo l’aspetto più interessante e originale di Speechless, la serie americana trasmessa sul canale Abc tra l’autunno del 2016 e la primavera del 2017, e qui in Italia sul canale Fox di Sky dal 12 maggio al 28 luglio del 2017. Ventitré episodi di circa 22 minuti ognuno, già rinnovati per una seconda stagione; tanta leggerezza che però indica insistentemente l’inutilità delle sovrastrutture di fronte alla disabilità. Non compaiono dita ferocemente puntate contro una società inadeguata di fronte a questo tema: l’arma scelta è sempre l’ironia e alle sue regole si accordano gli aspetti satirici che delicatamente (ma puntualmente) affiorano in Speechless. La penna di Scott Silveri, già autore della storica Friends, inserisce una buffa famiglia americana nella struttura agile di una sitcom, pedinandola per un anno di avventure esilaranti: dal giorno del ringraziamento a quello di san Valentino, da Halloween alla vigilia di un Natale partito con buoni propositi ma poi deragliato verso il fallimento, in extremis trasformato in toccante dolcezza dalla solidarietà della comunità scolastica. JJ, certo, è il baricentro di Speechless, ma intorno a lui si muovono personaggi strutturati che sanno abbracciare i loro limiti con luminosa autoironia, che manovrano una comicità a volte spiazzante ma sanno anche immergersi, di tanto in tanto, in rapide e più serie riflessioni: c’è babbo Jimmy che studiava architettura e prometteva bene, ma con un figlio «occorreva qualcosa di sicuro subito, non di figo in futuro»; c’è mamma Maya che confida a JJ come nulla le piaccia di più che lottare per lui, consapevole, però, che se anche per un attimo gli altri figli non sentissero il suo amore, il suo lavoro di madre sarebbe un fallimento. E poi ci sono Ray e Dylan, sospesi tra i tormenti dell’adolescenza e la loro particolare condizione familiare, bisognosi di attenzioni ma anche coscienti che JJ necessiti di tantissimo amore. Sia chiaro, in Speechless non occorrono fazzoletti per asciugare le lacrime; si sorride, soprattutto, anche se poi si accendono improvvisamente momenti caldi che si fanno valido consiglio, che educano con discrezione offrendo allo spettatore la lezione che anche i DiMeo hanno imparato col tempo, in un percorso senza fine. Quando ad esempio JJ scopre l’hockey per ragazzi con disabilità, suo padre si fa per paura iperprotettivo e scettico. «Anche gli altri ragazzi si fanno male — ribatte a cena il resto della famiglia — perché a lui non può capitare?». Jimmy, allora, si convince che nulla di pericoloso accadrà al suo ragazzo, e abbraccerà il pensiero di Maya, che in un mondo pronto a chiudere le porte a suo figlio, cerca di offrirgli ogni giorno il contrario. «Ti sei fatto male non perché avevi una paralisi cerebrale — spiegherà Jimmy a JJ dopo una piccola ferita rimediata in partita — ma perché giocavi a hockey».

di Edoardo Zaccagnini

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15 ottobre 2019

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