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L’Argentina ricorda
i martiri di Chamical

· Il 4 agosto 1976 venivano massacrati il vescovo Angelelli, i sacerdoti Murias e Longueville e il laico Pedernera ·

Tra il 18 luglio e il 4 agosto 1976 si vissero giorni funesti nella città argentina di Chamical, nella provincia e diocesi di La Rioja. Tre religiosi, i padri Carlos Murias e Gabriel Longueville e il loro vescovo Enrique Angelelli, e un laico, Wenceslao Pedernera, furono brutalmente assassinati. Papa Francesco, lo scorso 8 giugno, ha firmato il decreto che riconosce il loro martirio in odio alla fede, il che apre la via alla loro beatificazione.

Nel quarantaduesimo anniversario del massacro, a Chamical, è stato reso omaggio alle vittime con diverse celebrazioni e messe, con una serata culturale per conoscere meglio la loro vita e la loro opera e un pellegrinaggio ai luoghi dove vennero assassinati.

Carlos Murias era un frate francescano argentino, vicario di Chamical mentre Gabriel Longueville era un presbitero francese, parroco della stessa località. Furono sequestrati, torturati e assassinati insieme il 18 luglio 1976, poco tempo dopo l’instaurazione della dittatura militare in Argentina, nota come Processo di riorganizzazione nazionale, che iniziò con il colpo di stato del marzo 1976. Lo stile pastorale dei due religiosi si caratterizzava per l’opzione preferenziale per i poveri e l’attenzione ai contadini, segnati dalle forti differenze sociali ed economiche della zona. I due religiosi iniziarono a ricevere moniti minacciosi da parte dei militari. Murias, in una delle sue ultime omelie, disse: «Potranno far tacere la voce di questo sacerdote. Potranno far tacere la voce del vescovo, ma non potranno mai far tacere la voce del Vangelo». Finché il 18 luglio di quell’anno il vicario e il parroco furono arrestati mentre uscivano dalla casa di alcune religiose, dopo avervi cenato. Degli sconosciuti, che si presentarono come autorità federali, li condussero con l’inganno alla base delle Forze aeree di Chamical, dove li interrogarono e torturarono prima di ucciderli. Giorni dopo, un lavoratore dell’impresa ferroviaria trovò i loro corpi in una spianata alla periferia della città. Nel 2012 un tribunale argentino condannò all’ergastolo un ex comandante dell’esercito, un ex capo della polizia e un ex militare per crimini contro l’umanità, ritenendoli colpevoli dell’omicidio dei due religiosi.

Wenceslao Pedernera era un contadino che organizzò il Movimento rurale cattolico e che collaborava abitualmente con il vescovo Angelelli. Con l’avvento della dittatura aveva anche lui cominciato a ricevere minacce. Il 25 luglio 1976 quattro uomini incappucciati entrarono nella sua casa in provincia di La Rioja e lo uccisero sparandogli di fronte alla moglie e alle figlie. Viene ricordato come un uomo di poche parole, molto lavoro e profonda fede, che amava lavorare la terra ed era sempre disposto a offrire aiuto a chi glielo chiedeva. Wenceslao ebbe solo parole di perdono per i suoi carnefici e invitò la sua famiglia a non serbare loro rancore.

Furono numerose le messe e gli omaggi che si organizzarono fin dal primo momento in onore di questi uomini assassinati. Durante un’omelia del 22 luglio, il vescovo Enrique Angelelli, che sarebbe stato a sua volta ucciso pochi giorni dopo, ricordò che «questo sangue è felice, sangue martire, versato per il Vangelo, per il nome del Signore, e per servirvi e annunciarvi la buona novella della pace, la buona novella della felicità». Lanciò inoltre un messaggio: «Quando vi insultano, vi perseguitano, vi calunniano nel Suo nome, sentitevi felici, perché i vostri nomi sono già scritti nel cielo». Nella messa esequiale aveva già parlato delle vittime come «martiri» e aveva detto che avevano colpito «dove fa più male», sapendo di essere lui stesso in pericolo.

Il 4 agosto di quello stesso anno, monsignor Angelelli, che fu anche padre conciliare durante il Vaticano ii, stava tornando a casa, nella città di Córdoba, insieme a padre Arturo Pinto, dopo aver presieduto una nuova celebrazione a Chamical in memoria dei due sacerdoti assassinati, quando, a metà strada, due automobili lo accerchiarono fino a far ribaltare la sua vettura.

Dei due occupanti sopravvisse solo padre Pinto che, quando si risvegliò all’ospedale raccontò che avevano subito un attentato premeditato e che aveva trovato il corpo del vescovo con gravi lesioni sulla testa che sembravano provocate. Tuttavia, per anni, la morte di Angelelli è stato camuffata come incidente stradale, finché, nel 2009, il caso è stato riaperto e sono stati condannati all’ergastolo due alte cariche dell’esercito con l’accusa di aver commesso il crimine. L’anno successivo è stata avviata la fase diocesana della sua causa di beatificazione. Angelelli era stato nominato titolare della diocesi de La Rioja da Papa Paolo VI. Durante il suo ministero episcopale quella sede aveva visto aumentare considerevolmente il numero dei sacerdoti e delle parrocchie. Divenne così uno dei vescovi più noti del paese.

Fu un uomo mosso da un forte impegno sociale, che lo portò a scontrarsi con la dittatura militare. La comunità ricorda ancora oggi le sue parole: «Bisogna avere l’orecchio attento, sempre rivolto a ciò che dice il Vangelo e a ciò che dice il popolo».

di Lorena Pacho Pedroche

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