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​L'architetto
Daniel Libeskind
ad Auschwitz

La lettera al padre di Daniel Libeskind, architetto polacco naturalizzato statunitense, giunse poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sua sorella, Rozia, lo informava che i dieci membri della famiglia, tra fratelli e sorelle, erano morti. Rozia era l’unica sopravvissuta agli orrori di Auschwitz: in tre pagine, scritte in Yiddish, Rozia narrava, nel dettaglio, quegli orrori, e così concludeva la missiva: «Mentre scrivo queste parole, chi crederà a ciò che ti sto dicendo?». Mentre si avvicina il settantacinquesimo anniversario della liberazione di quel terribile campo di concentramento, «laboratorio di morte» (così lo definisce «The New York Times»), Daniel Libeskind è tornato nel luogo dove la sua famiglia è stata sterminata, come per confermare e suggellare — scrive il giornale newyorkese, il 4 luglio, in un articolo di Marc Santora— le parole di Rozia: parole «alle quali va creduto e che non devono essere dimenticate». Libeskind — che al direttore dell’«Osservatore Romano ha rilasciato una lunga e illuminante intervista nell’edizione del 5 giugno scorso — ha inaugurato la mostra intitolata Through the Lens of Faith, allestita all’Auschwitz-Birkenau State Museum, situato vicina all’entrata del famigerato campo di concentramento. «Per me si tratta di un’esperienza strana e ragguardevole» afferma Libeskind, citato dall’autore dell’articolo. È una sfida per un’artista lavorare in un luogo dove gli orrori che vi sono stati perpetrati «parlano da sé» e non hanno certo bisogno né di commenti né di sovrastrutture. Ricorda «The New York Times» che Libeskind ha vissuto la sua adolescenza in una Polonia disseminata di rovine, conseguenza della guerra, e sotto il tallone del comunismo. Ma da quelle rovine è riuscito ad emergere, fino ad affermarsi come uno degli architetti più conosciuti e apprezzati nel mondo. E le maggiori opere da lui realizzate — il museo della Shoah di Berlino e il memoriale di Ground Zero — non a caso recano in sé il retaggio di drammatiche sofferenze e si configurano, al contempo, come un commosso tributo a un dolore che, al di là di ogni protocollare retorica, sollecita la solidarietà e invita alla fratellanza.

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19 novembre 2019

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