Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’applauso
della pioggia

· «Notti stellate», l’ultimo libro di Marcello Fonte ·

«La Calabria? Non è solo tarantella». Marcello Fonte, migliore attore protagonista in Dogman di Matteo Garrone a Cannes e agli Efa (European Film Academy), indossa una camicia a quadroni bianca e nera e dei jeans sbiaditi. Quando al Museo del fumetto di Cosenza — dov’è giunto in occasione della presentazione del suo libro Notti stellate (Torino, Einaudi, 2018, pagine 248, euro 17,50) — gli domandano qualcosa su Via dall’Aspromonte, il film che sta girando ad Africo (provincia di Reggio Calabria) con la regia di Mimmo Calopresti e la partecipazione di Valeria Bruni Tedeschi e Sergio Rubini, non ha dubbi: «È arrivato il momento che questa terra impari a cantare una nuova canzone». Al bando stereotipi e luoghi comuni. Sia nella pellicola — tratta dall’omonimo romanzo di Pietro Criaco e musicata da Nicola Piovani, racconta l’utopia di certi calabresi degli anni Cinquanta alle prese con la costruzione di una strada di collegamento dalla Calabria al resto del mondo — sia nella vita.

Marcello Fonte accanto a Leonardo Di Caprio in una scena del film «Gangs of New York» (2002)

L’interprete del “canaro” della Magliana, nonostante la Palma d’Oro, il recentissimo “oscar europeo” e un film da regista all’attivo (Asino vola, 2015), rimane persona, non ci tiene a diventare personaggio. A Cosenza, come nel libro che ha scritto, racconta i suoi ricordi. Dall’infanzia trascorsa nella discarica di Archi (a Reggio Calabria) e nell’ultima fila dei banchi di scuola fino alla sua vita a Roma, nell’occupato Cinema Palazzo del quartiere San Lorenzo, dove a scoprirlo, mentre sostituisce un membro della compagnia di ex detenuti di Rebibbia in uno spettacolo teatrale, è proprio Garrone. «Oggi faccio quello che ho sempre desiderato fare, l’attore, ma non mi sento una celebrità. Quando vinco, vincono pure le persone come me. Quelle che vengono dal basso, quelle libere, quelle comuni», dice senza esitazioni mentre siede davanti a una parete con su un fumetto di Andrea Pazienza, che la rincorsa, si sa, non l’ha mai presa.

Marcellino, invece, indietro ci torna spesso. Ci torna quando si commuove per i genitori, Rosa e Peppino, a cui ha dedicato il premio vinto all’ultima edizione di Cannes lo scorso maggio («da piccolo quando la pioggia batteva sulle lamiere della casa in cui vivevo, chiudevo gli occhi e immaginavo che fossero applausi») e pure quando, davanti a una platea disarmata per la sua profondità, afferma: «Coi soldi guadagnati sto aiutando la mia famiglia e gli amici dell’occupazione a cui sono molto legato tanto da voler dirigere un film sull’Atletico San Lorenzo» o, ancora, nel momento in cui rivolge un pensiero al padre morto tempo addietro: «Lui sì che sarebbe stato un perfetto personaggio per le sceneggiature di Pier Paolo Pasolini». Che la semplicità pasoliniana campeggi nel dna di Marcello Fonte è indubbio, basta ascoltare le sue parole. Profonde, sincere. «Non riesco a fingere, ho bisogno di sentire e di respirare la gente che ho intorno. Probabilmente è per questo motivo che amo il teatro e soprattutto il cinema: quando ci andai per la prima volta, a Roma, fu un’emozione unica. Un’esperienza non solo mia, ma condivisa con tutti gli altri spettatori».

E, poi, nella genetica c’è anche l’arte di arrangiarsi: «Vivo alla giornata, prendo ciò che viene così come mio padre mi ha insegnato. E rischio. Perché se uno rischia, può darsi che la vita lo premi».

di Enrica Riera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE