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L'anno più tragico

· ​Dalla Seconda Repubblica alla guerra civile ·

Il titolo del libro di Vicente Cárcel Ortí 1936. El Vaticano y España (Madrid, Ediciones San Román, 2016, pagine 326) ricorda l’anno più tragico della storia spagnola, dal quale sono trascorsi esattamente ottant’anni. In esso Vicente Cárcel riassume i grandi temi e le questioni che ruotano attorno a quell’emblematico anno del decennio più traumatico e cruento del nostro xx secolo, analizzati a partire dalla documentazione conservata nell’Archivio Segreto Vaticano. 

Si tratta di un’opera di sintesi, divisa in tre grandi parti. La prima, dedicata ai rapporti della Seconda Repubblica con la Santa Sede, affronta la questione religiosa, il “caso Segura”, l’espulsione dello scomodo vescovo di Vitoria, Múgica, il radicalismo delle Cortes Constituyentes, la soppressione della Compagnia di Gesù, l’espulsione dei gesuiti, che furono le prime vittime della Repubblica, l’umiliazione degli studenti cattolici, l’atteggiamento del governo che cercava l’occasione propizia per rompere con la Santa Sede, gli incendi di chiese e conventi, la legge sulle confessioni e congregazioni religiose, la protesta del Papa nell’enciclica Dilectissima nobis, la risposta conciliante della Santa Sede che non volle mai la rottura con la Repubblica, la rivoluzione social-comunista delle Asturie e i suoi martiri, l’intromissione del governo in questioni della Chiesa e il negoziato fallito del Modus vivendi.
La seconda parte è interamente dedicata alla persecuzione religiosa, iniziata nel 1931 e intensificata a partire dal 1932, tanto che Pio xi giunse a paragonare la Spagna alla Russia e al Messico.
Le violenze e i crimini dopo la vittoria del Frente Popular furono il preludio della rivoluzione del 1936. La Santa Sede ebbe una reazione molto energica di fronte alle prime giornate di sanguinosa persecuzione, che giunse al suo apogeo nell’estate e nell’autunno del 1936, con migliaia di sacerdoti, religiosi e cattolici assassinati per motivi di fede.
Ciò spiega perché, da Giovanni Paolo II a Papa Francesco, sono stati beatificati circa 1.600 martiri di quella persecuzione (due dei quali canonizzati da Papa Wojtyła).
Dopo aver specificato le caratteristiche generali della persecuzione, Cárcel analizza il contenuto e l’importanza della Lettera collettiva dell’episcopato del 1° luglio 1937, basandosi sulla testimonianza del cardinale Tarancón, il quale affermò che «i rossi intendevano scristianizzare la Spagna: era obbligatorio impugnare le armi in difesa della fede.
I rossi intendevano inoltre fare della Spagna un satellite della Russia»: ciò giustificò la combattività della Chiesa. L’autore spiega perché il cardinale Vidal e il vescovo Múgica non firmarono la lettera e nega che la persecuzione religiosa sia stata una reazione alla sollevazione militare. Elogia la coraggiosa denuncia del ministro repubblicano Irujo, che riteneva che la distruzione sistematica di chiese, altari e oggetti di culto non fosse un’opera incontrollata e che arrivò a dire che la partecipazione di organismi ufficiali alla trasformazione di chiese e oggetti di culto a fini industriali, la detenzione nelle carceri statali di sacerdoti e religiosi, la loro fucilazione, erano la continuità di un sistema realmente fascista con il quale si oltraggiava ogni giorno la coscienza individuale dei credenti nell’intimità stessa delle loro case attraverso forze ufficiali del potere pubblico.
Analizza e documenta la sparizione e l’uccisione del vescovo di Barcellona, Irurita, questione che per tutta la guerra preoccupò molto sia la Segreteria di Stato sia i governi repubblicano e nazionale, e anche le nunziature di Spagna e di Francia. Tra le molte testimonianze raccolte nel libro, Cárcel presenta quella del cardinale Narciso Jubany, arcivescovo di Barcellona, come la più schiacciante e irrefutabile, perché questi non esitò ad affermare che il vescovo Irurita era stato assassinato nel 1936, indicando addirittura la data esatta.
Inoltre, durante l’omelia commemorativa del cinquantesimo anniversario dell’immolazione del prelato e di altri confessori della fede, pronunciata nella cattedrale di Barcellona, il 3 dicembre 1986, nel corso della messa concelebrata con trenta sacerdoti, molti dei quali ordinati proprio dal vescovo Irurita, elogiò la sua straordinaria figura di pastore diocesano ed evidenziò le caratteristiche del suo martirio.
La terza parte del libro è incentrata sulla guerra civile ed inizia spiegando l’opposizione del Vaticano al riconoscimento della Giunta di difesa nazionale, per il timore da parte del Papa che in Spagna potesse succedere quello che stava accadendo in Germania, e per evitare che la Santa Sede entrasse nel blocco fascista.
La missione pontificia di monsignor Antoniutti nella Spagna Nazionale, nel 1937, fu il preludio per l’instaurazione di relazioni, mediante l’accreditamento nel 1938 di monsignor Cicognani come nunzio e di Yanguas come ambasciatore. A quell’epoca ci furono anche richieste per stabilire relazioni diplomatiche da parte del Governo repubblicano, ma il Vaticano non le accettò per il persistere della persecuzione religiosa.
Forse l’aspetto più innovativo del libro è l’esame dell’importante ruolo svolto dalla nunziatura di Parigi durante la guerra, poiché il nunzio Valerio Valeri divenne l’interlocutore più autorevole della Santa Sede per conoscere l’atteggiamento francese sull’evolversi del conflitto spagnolo e sul progetto di mediazione franco-inglese nella guerra di Spagna con l’eventuale partecipazione della Santa Sede, perché avrebbe contribuito in modo definitivo al successo della stessa. Secondo Valeri, la Santa Sede poteva essere più efficace se non pubblicizzava né propagandava le proprie iniziative.
Cárcel parla anche della situazione del cardinale Vidal y Barraquer, che volle la vittoria di Franco, per cui il Governo nazionale gli proibì di tornare in Spagna. 

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