Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L'anno liturgico è l'anno sacerdotale permanente

· La radice del ministero presbiterale ·

Il prossimo numero di «Rivista Liturgica», giunta ormai al suo novantasettesimo anno, è dedicato tutto all'Anno sacerdotale. Il fascicolo di quasi duecento pagine ha come titolo «Liturgia e presbiteri: oltre l'Anno sacerdotale». Dall'editoriale del fascicolo prende spunto l'articolo che pubblichiamo a firma del direttore della rivista che è anche presidente della Pontificia accademia di teologia.

Il ministero presbiterale è strettamente connesso con l'azione liturgica della Chiesa. L'Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI è un'occasione per approfondire tale connessione. Lo richiede sia l'essenza del sacerdozio ministeriale in sé, sia il rapporto che tale sacerdozio ha con l'insieme della storia della salvezza e la realtà della Chiesa in cammino e, soprattutto, la certezza che l'anno liturgico, è il perenne e permanente anno sacerdotale.

«Partecipi del suo ministero di salvezza»: in questa definizione offerta dalla lex orandi e che la liturgia canta nel prefazio della messa crismale, abbiamo la radice del ministero presbiterale. Da questa fons scaturiscono conseguenze che a livello teologico, pastorale, spirituale e mistico costituiscono l'essenza di tale ministero.

Il primo termine d'identificazione è dunque il Cristo. Da qui la linea cristocentrica che viene a caratterizzare l'essenza del ministero presbiterale, e l'insieme delle attività che tale ministero è chiamato a svolgere. Ma sarà anche la linea cristocentrica a dare volto alla spiritualità e alla mistica che — tipica del presbitero — si muove da Cristo per immergersi nella vita trinitaria sotto l'azione dello Spirito proprio in conseguenza di quell'epiclesi che il presbitero è chiamato ad attuare in ogni azione sacramentale. Infatti, dall'esperienza profonda e unica dei santi misteri scaturisce la vita mistica del presbitero.

Dispensatore dei santi misteri

La definizione «dispensatore dei santi misteri» proviene ancora dalla lex orandi , dalla collecta della missa pro sacerdotibus . Nel presentare un aspetto del compito ministeriale, la collecta definisce l'identità del presbitero.

«Dispensare» è un verbo che significa «dividere, distribuire fra più persone, regolare, ordinare», ma anche «amministrare, governare, aver cura»; in sintesi esso denota l'impegno in un servizio per gli altri; un impegno che non chiama in causa un lavoro di routine ma la trasmissione d'una realtà che parte dal cuore di chi la deve trasmettere, perché è attraverso il cuore, le mani, la voce, e soprattutto la vita del presbitero che Cristo continua nel tempo ad agire.

«I santi misteri»: i termini rinviano immediatamente sia alla missione salvifica del Cristo sia all'identità profonda del presbitero chiamato in prima istanza a servire Cristo nei fratelli, come s'esprime ancora lo stesso prefazio della messa crismale.

Il momento e il gesto epicletico dell'imposizione delle mani rende i fedeli chiamati al presbiterato partecipi del ministero di salvezza proprio del Cristo. Ma la impositio manuum che richiama sempre l'evento originario del momento dell'ordinazione, è anche il perenne gesto con cui l'azione dello Spirito Santo trasforma persone e realtà creaturali in segni ed eventi di salvezza. Tutti i sacramenti hanno almeno un'epiclesi (due per l'Eucaristia). E tale momento sacramentale non è solo per indicare il cuore del sacramento, ma anche per sperimentare che da questa azione dello Spirito scaturisce la grazia che rende la vita sempre più «spirituale».

La vita del presbitero non può che essere all'insegna della spiritualità liturgica.

Parola e sacramenti

È ancora il prefazio della messa crismale a richiamare l'essenza della missione del presbitero e — di conseguenza — la sua identità: la Parola e i sacramenti.

L'abbondanza di Parola di Dio presente oggi nella liturgia — quella eucaristica in particolare, ma non si dimentichi quella della Liturgia delle Ore e quella presente in tutti gli altri sacramenti e sacramentali — pone con rinnovata urgenza l'approfondimento del tema della sacramentalità della stessa liturgia della Parola, a partire da due dati di fatto: la presenza di Cristo «nella sua parola, perché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura» ( Sacrosanctum concilium , 7) e la profonda unità che lega la mensa della Parola a quella Eucaristica tanto «da formare un solo atto di culto» ( ibidem , 56).

Dall'approfondimento di questa realtà scaturisce un articolato elemento essenziale per la missione del presbitero: individuare i mezzi e percorrere le vie attraverso cui il fedele è nutrito con la Parola, e cogliere come questo essenziale nutrimento costituisca la base di quella refectio (= ristoro, riposo, sollievo, e soprattutto nutrimento spirituale) quale si attua nei sacramenti, e che l'eucologia del Missale Romanum del Vaticano II evidenzia ben cinquantadue volte.

Oltre l'Anno sacerdotale

Ogni «anno» è sempre chiuso in se stesso e presto dimenticato — al di là della colluvie più o meno ampia di «prodotti» — se non fa costante riferimento a quell'«anno» che permane sempre al di là di qualunque tematica.

Sulla linea della Sacrosanctum concilium e della successiva riforma, è l'anno liturgico che ha bisogno di ritrovare la sua identità e la forza propulsiva di quanto ivi racchiuso. Dimenticare questo è fare un servizio molto parziale alla formazione dell'intero popolo di Dio. Anno «sacerdotale», anno «eucaristico», anno «mariano», anno «paolino», anno «compostellano»... sono tutti segmenti con grande capacità evocativa; la loro lectio permane però nella misura in cui contenuti e metodologie risultano strettamente radicati nella pedagogia costituita dall'anno liturgico, perché questo è Cristo stesso, e in questo deve confluire tutto il resto.

Un anno sacerdotale non passa invano qualora permetta di cogliere almeno tre ambiti che qualificano l'essenza stessa del sacerdozio ministeriale, ossia l'identità, la missione, la spiritualità.

I documenti del Vaticano II, a partire dalla Sacrosanctum concilium e dalla Lumen gentium e i documenti successivi hanno contribuito a mettere a fuoco tale identità.

Anche nel nostro tempo si percepisce l'urgenza di una ecclesiologia del ministero ordinato, che al di là delle connotazioni proprie di sacerdos e presbyter , aiuti a cogliere l'essenza di una missione che risulta essenzialmente radicata sul rapporto tra Cristo e il suo popolo attraverso la mediazione del presbitero.

La distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale richiede di essere frequentemente sottolineata perché è nell'equilibrio delle due identità che si coglie la distinzione e insieme la reciprocità.

Né psicologo né manager del sacro, ma «mezzo» per l'azione salvifica del Cristo. Può essere questo un titolo per attirare l'attenzione; di fatto è una sintesi che invita a considerare l'essenza della missione del presbitero.

Il confronto con i testi di ordinazione racchiusi nel Pontificale è quanto mai ricco di conseguenze. L'assidua meditazione di quei testi costituisce un richiamo eccellente per mantenere viva l'idea centrale della missione presbiterale.

Spiritualità è parola magica per alcuni; essa sembra racchiudere tutto, ma quando si cerca di scendere in dettaglio allora la diversità d'opinioni rischia di non far percepire l'essenza della vita nello Spirito qual è appunto la spiritualità e, di riflesso, la mistica. Il presbitero trae la linfa della sua spiritualità da ciò che egli celebra.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE