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L’anno dei tre Papi

· Montini, Luciani, Wojtyła ·

Pubblichiamo stralci dell’intervento del cardinale segretario di Stato che sabato 28 ha inaugurato, nella cattedrale di Chioggia, il ciclo di incontri del Fondaco dedicato al tema «Di padre, in figlio. Possa Dio far vivere a lungo tuo padre dentro di te». 

Aligi Sassu, «Il concilio Vaticano ii» (1964)


«Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. Mi è capitato di accompagnare Pio XII nelle cerimonie solenni. Si gettava nella folla come nella piscina di Betsaida. Gli si stringevano contro, gli strappavano la veste. E lui era radioso. Riprendeva forza. Ma tra l’essere testimone di una paternità e l’essere personalmente padre c’è come il mare. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché si cresce il numero dei figli (…) E questo sentimento nella coscienza del Papa è sempre nuovo, sempre fresco, allo stato nascente, sempre libero e creativo. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io non mi stancherò mai di benedire o di perdonare. Quando sono arrivato a Bombay, c’erano da percorrere venti chilometri per raggiungere la sede del Congresso. Folle immense, sterminate, dense, silenziose, immobili, inquadravano la strada — folle spirituali e povere, quelle folle avide, pigiate, svestite, attente che si vedono solo in India. Dovevo continuare a benedire. Un amico sacerdote, che mi era vicino, credo che alla fine mi sostenesse il braccio, come il servitore di Mosè. Eppure io non mi sento superiore, ma fratello, inferiore a tutti perché porto il peso di tutti».
Ho voluto iniziare il mio intervento con questa lunga citazione del beato — ormai quasi santo — Paolo vi, il quale, conversando con l’amico filosofo francese Jean Guitton, gli riportava impressioni e sensazioni dopo il ritorno dal viaggio in India del dicembre 1964. Mentre pensavo a ciò che avrei potuto dirvi questa sera mi sono infatti interrogato sul perché un ciclo di incontri dedicati alla figura del padre prevedesse al suo interno uno spazio dedicato al 1978, l’anno dei tre Papi. Credo di aver individuato una possibile risposta in queste splendide parole di Paolo vi che vi ho appena proposto. L’anno dei tre Papi è stato l’anno dei tre padri. (…)
L’Italia aveva vissuto nella prima parte dell’anno il culmine dell’offensiva terrorista con il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, e il massacro dei suoi agenti di scorta. Il 22 maggio di quell’anno era stata approvata la legge sull’aborto, che tanto dolore aveva procurato in Papa Montini, già duramente provato dall’assassinio di Moro. Infine, non posso non citare, sempre a proposito del contesto internazionale, le speranze di pace di fronte agli accordi di Camp David, firmati dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978, dopo dodici giorni di negoziati segreti. (…)
Il 29 giugno 1978, in San Pietro, Paolo vi festeggia il quindicesimo anniversario della sua incoronazione. In cuor suo ha già da tempo maturato la certezza che quello sarà l’ultimo, e proprio per questo prepara un’omelia che rappresenta il bilancio del suo pontificato, e quasi un commiato, ricordando che «il corso naturale» della sua vita ormai «volge al tramonto». (…)
Di Papa Paolo vi vorrei anche citare un intervento di dieci anni prima, nel mezzo della crisi e delle turbolenze post-conciliari e nell’anno che segna l’inizio della grande contestazione giovanile, il 1968. Sono parole che testimoniano il suo totale abbandono alla volontà di Dio. Forse la grandezza di Giovanni Battista Montini emerge proprio in questi anni travagliati: nel suo lavorare e soffrire per mantenere unita la Chiesa, nel suo riaffermare verità di fede che qualcuno voleva mettere in discussione, nel suo non cedere alla richiesta di chi desiderava condanne definitive e provvedimenti inquisitori ai quali sarebbero probabilmente seguiti scismi. Rivolgendosi ai membri del Pontificio Seminario lombardo, ricevuti in udienza il 7 dicembre 1968, Paolo VI disse: «Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta. Quante volte il Maestro ha ripetuto: Confidite in Deum. Creditis in Deum, et in me credite! Il Papa sarà il primo ad eseguire questo comando del Signore e ad abbandonarsi, senza ambascia o inopportune ansie, al gioco misterioso della invisibile ma certissima assistenza di Gesù alla sua Chiesa. Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera».
Dopo la morte di Papa Montini, avvenuta nella solitudine di Castel Gandolfo, come prima di lui era accaduto soltanto a Pio XII, il Papa del quale era stato a lungo fedele servitore e collaboratore nella Segreteria di Stato, il conclave dei cardinali nel giro di poche ore elegge un successore destinato a passare come una meteora. Ma una meteora indimenticata. (…)
Mi hanno sempre colpito le parole con le quali Luciani da vescovo di Vittorio Veneto, nel dicembre 1958 si presentava ai fedeli. Perché dicono tutto di lui e ci rivelano anche quale sia il grande segreto del cristiano: l’essere umile, il sentirsi bisognoso dell’aiuto del Signore. Ecco che cosa affermava: «Appena designato vescovo, ho pensato che il Signore venisse attuando anche con me un suo vecchio sistema: certe cose, scriverle non sul bronzo o sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché se la scrittura resta, non scompaginata o dispersa dal vento, risulti chiaro che il merito è tutto solo di Dio. Io sono la polvere; la insigne dignità episcopale e la diocesi di Vittorio Veneto sono belle cose che Dio si è degnato di scrivere su me; se un po’ di bene verrà fuori da questa scrittura, è chiaro fin da adesso che sarà tutto merito della grazia e della misericordia del Signore». C’è qui, credo, un prezioso insegnamento anche per tutti noi. 

16 marzo 1978: via Fani vista dall’alto  dopo la strage della scorta  e il rapimento di Aldo Moro

Proprio nelle settimane precedenti alla morte di Paolo VI, nel luglio 1978, era nata la prima bambina “in provettaˮ. Ricerche e tecnologie di fronte alle quali oggi non possiamo tacere le nostre paure, perché si rischia di superare la linea di non ritorno e l’uomo manipolando la vita si attribuisce caratteristiche divine. A proposito del caso di Louise Brown, la prima “figlia in provettaˮ nata nell’ospedale di Oldham, nel Nord dell’Inghilterra, in un’intervista consegnata alla rivista «Prospettive nel mondo», l’allora patriarca di Venezia Albino Luciani diceva di condividere «solo in parte l’entusiasmo di chi plaude al progresso della scienza e della tecnica». E si chiedeva che cosa sarebbe accaduto quando quella tecnica si fosse trovata davanti — cito — a «figli malformati? Lo scienziato non farà la figura dell’apprendista stregone che scatena forze poderose senza poi poterle arginare e dominare?». E inoltre, davanti al rischio di un «mercato dei figli» la famiglia e la società «non sarebbero state in gran regresso più che in progresso?». Quell’intervista non venne mai pubblicata perché nel frattempo il cardinale era diventato Papa. Sarà resa nota soltanto molti anni dopo. Luciani non mancava, in quel testo, di fare «i più cordiali auguri alla bambina», rifiutandosi di condannare le intenzioni dei suoi genitori. (…)
L’umanità, la semplicità con quale il nuovo Papa si era mostrato, il suo tratto affabile, la sua predicazione comprensibile a tutti, hanno conquistato milioni di credenti e anche non credenti in tutto il mondo. Le attese, le speranze, che aveva acceso quell’elezione avvenuta nell’afa dell’estate 1978 — era il 26 agosto, e un cardinale racconterà di aver violato i sigilli del conclave per far entrare un po’d’aria dalla finestra — si spegnevano all’improvviso. La Curia romana e più in generale tutta Chiesa aveva appena metabolizzato il trauma della morte di un Papa e dell’elezione del suo successore, quando ecco l’improvvisa notizia del ritrovamento del Pontefice senza vita nel suo letto, la mattina del 29 settembre.
Ed eccoci ripercorrere con la memoria quei giorni tristi e uggiosi: la lunga fila di fedeli commossi che rendono omaggio a quel Papa magis ostensus quam datus “più mostrato che donato”. A quel Papa sorridente che si era appena affacciato alla finestra del mondo nella sua nuova veste di pastore della Chiesa universale, e troppo presto la lasciava. La sorpresa che lo Spirito Santo, servendosi degli uomini, ci preparava era di quelle destinate a segnare la storia: il primo Papa slavo in duemila anni. Un Papa che veniva «di un paese lontano» (come disse con qualche imperfezione d’italiano prendendo la parola — fatto inconsueto — al momento della prima benedizione). Un Papa di appena 58 anni, ancora nel vigore della forza fisica, abituato a fare sport, che con la sua fede ferma e incrollabile avrebbe portato una ventata di freschezza nella Chiesa giocando un ruolo importante non soltanto per dar voce a quei tanti fratelli cristiani in quel momento obbligati al silenzio nei paesi d’oltrecortina, ma anche nel ricordarci che l’Europa per respirare ed essere veramente sé stessa aveva bisogno di due polmoni, non di uno soltanto, quello dell’occidente. Stiamo parlando di una storia che poco a poco si avvicina a noi. (…)
Durante il suo pontificato, la Chiesa cattolica ha attraversato un periodo di cambiamenti storici epocali. Undici anni dopo l’elezione del primo Papa proveniente dall’Est, da oltreocortina, era caduto il Muro di Berlino. Il mondo bipolare era spaccato, il mondo dei blocchi contrapposti e della Guerra fredda, aveva cambiato completamente faccia. Il colosso comunista era imploso, era crollato rovinosamente senza spargimenti di sangue, senza rivoluzioni, senza guerre sanguinose. Karol Wojtyła aveva dato il suo personale contributo a tutto questo: un contributo di sofferenza, innanzitutto. Lui che il 13 maggio 1981, anniversario delle apparizioni della Madonna di Fátima, era stato colpito in piazza San Pietro e quasi ucciso. (…)
Certo, lui, Wojtyła, non era morto. Ma non era morto grazie alle preghiere, grazie all’intervento della Madre di Dio, sotto la cui protezione lui, orfano di madre fin dalla tenera età, aveva posto tutta la sua vita di sacerdote, di vescovo e di Papa, scegliendo come suo motto una frase di Grignion de Montfort, totus tuus, “tutto tuo” [io sono, o Maria]. Quell’attentato, che il Papa vedeva inserito nel mistero di Fátima e nel lungo e spesso silenzioso rosario di martiri che aveva attraversato il Novecento. «Penso che l’attentato — aveva scritto Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro, Memoria e identità, pubblicato poche settimane prima della morte — sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza scatenatesi nel ventesimo secolo. La sopraffazione fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo». Aveva atteso la fine della vita, l’anziano Pontefice, per dire per la prima volta così esplicitamente da dove credeva fosse venuto l’attentato alla sua vita.
Ma il Papa mistico, dopo aver chiuso l’epoca della contrapposizione dei blocchi, ne aveva vissuta un’altra, nuova, inizialmente entusiasmante. Che si sarebbe però rivelata non meno difficile e tragica. Il comunismo era caduto, ma spesso nei Paesi liberati da quel giogo opprimente e grigio non era rinata la fede, aveva invece trionfato il consumismo e intere classi sociali si erano ritrovate più povere. La fine dell’impero sovietico non aveva portato a un’era di stabilità. Ci si trovava, invece, di fronte a una nuova guerra — una guerra etnica fratricida — nel cuore stesso dell’Europa. Ora il mondo era diventato unipolare e la voce di Giovanni Paolo ii, così osannata quando predicava la lotta al comunismo, si alzava per chiedere di non scatenare subito un conflitto contro l’Iraq del dittatore Saddam Hussein, che nell’estate 1990 aveva invaso il Kuwait. La guerra era stata fatta lo stesso. Poi era cominciata quella nella ex Iugoslavia, terribile, lunga, accompagnata da episodi di violenza brutale che vedevano contrapposto popolo a popolo, dopo la fine del regime di Tito. Mentre in Africa, nell’Africa dimenticata da tutti, si sarebbe di lì a poco consumato uno dei genocidi più terrificanti della storia, quello del Ruanda. Tante volte la voce di Giovanni Paolo II rimarrà inascoltata.
Poi, con l’approssimarsi dell’anno 2000 e del giubileo, il mondo sembrava avviarsi verso un’era di pace. Ma l’11 settembre 2001, con gli attentati contro gli Stati Uniti da parte dei terroristi di Bin Laden, aveva fatto ripiombare l’umanità nel baratro della paura. E il Papa al quale era stata attribuita la sconfitta del comunismo, il Papa che aveva cercato di ricostruire la legalità internazionale rafforzando il ruolo delle Nazioni Unite, si era trovato nuovamente sul fronte, a combattere contro un nemico infido, subdolo, non ben identificato: il fanatismo religioso, l’odio e la violenza terribile praticati nel nome di un credo religioso. 

L’attentato alle Torri Gemelle (11 settembre 2001)

Karol Wojtyła aveva cercato con tutte le sue forze, ormai fragile e consumato dalla malattia, di togliere fondamento teologico a quest’assurda idea, a quell’assurda giustificazione. Aveva convocato ad Assisi nel 2002 una nuova riunione interreligiosa, aveva gridato con tutto il fiato che gli rimaneva nei polmoni che non si può e non si deve mai giustificare l’odio e la violenza usando, anzi bestemmiando, il nome di Dio. Ma questo Papa, in prima linea nel combattimento inerme contro il terrorismo, aveva saputo con grande coraggio gridare anche il suo no alla guerra, quando nei primi mesi del 2003 un’alleanza angloamericana aveva deciso di muovere guerra all’Iraq di Saddam Hussein. Il mondo era diventato ancora più instabile e la minaccia terroristica sembrava giustificare qualsiasi guerra, anche quella «preventiva». Oggi possiamo constatare quanto quel grido del Pontefice vecchio e malato, fosse stato profetico. (…)
Cari amici, ho cercato di tracciare qualche pennellata, ovviamente incompleta, su questi tre grandi padri che ci sono stati donati. Tutti e tre ci hanno educato ad amare Dio e ad amare i fratelli, perché non c’è amore sincero a Dio che non sfoci nell’amore verso i fratelli, specialmente i più piccoli e i più deboli, nel volto dei quali riconosciamo il volto del nostro Signore. Ci hanno educato a guardare a lui, a Dio, e a non confidare nelle nostre forze. Ci hanno educato a credere nell’efficacia del dialogo, nella costruzione di ponti e non di muri, anche quando costa sofferenza, anche quando ci sembra di seminare invano, anche quando ci sembra di andare controcorrente. Ci hanno educato a non vedere mai nell’altro un nemico, perché il cristiano non ha nemici. O meglio, ne ha uno solo, ed è il diavolo. Gli uomini e le donne, gli altri esseri umani, sono innanzitutto fratelli, come noi immersi nelle contraddizioni e nelle difficoltà della vita di ogni giorno, come noi alla ricerca di un senso, di un significato, di una risposta. Il cristiano vive — per grazia — nella certezza della fede, ma non puoi mai dire di possederla, perché così facendo rischierebbe di ridurla a ideologia. E questo sguardo, questo sentimento, questa consapevolezza di essere sempre in cammino, di aver bisogno di incontrare sempre nuovamente il Signore sulla nostra strada, ci è stato testimoniato da questi tre grandi padri. (…).

di Pietro Parolin

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