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L’anima di casa Montini

· L’influenza di Giuditta Alghisi su Paolo VI ·

Da anni è nota l’influenza su Giovanni Battista Montini, che dal 1963 al 1978 fu Papa con il nome di Paolo VI, della madre Giuditta Alghisi (1874-1943) mentre è in corso la pubblicazione del carteggio complessivo, di cui è uscito il primo volume in due tomi (Brescia, Istituto Paolo VI, 2012). Sulla sua figura pubblichiamo quasi per intero un articolo che esce sul settimanale dell’arcidiocesi di Madrid, «Alfa y Omega», del 4 maggio, insieme alla lettera che il figlio, in quel momento sostituto della Segreteria di Stato, scrisse dopo la morte del padre, Giorgio (1860-1943), il 12 gennaio. Il testo è tratto dalla raccolta, Un uomo come voi. Testi scelti (1914-1978), Genova-Milano, Marietti, 2016, pubblicata in Spagna dalle Ediciones Cristiandad.

 I genitori di Giovanni Battista Montini Giuditta Alghisi e Giorgio Montini a Verolavecchia (1940)

Giuditta Alghisi era l’anima della famiglia Montini, dove si fondevano in modo singolare la fede e la cultura, che non erano estranee tra loro e non erano neppure sradicate dalla vita quotidiana. Donna semplice e di profonda sensibilità, influì per esempio sulla passione del giovane Giovanni Battista per la cultura francese. Il cattolicesimo intellettuale della prima metà del Novecento in Francia richiamò l’attenzione del futuro Papa, non tanto perché offriva un elenco di sorprendenti conversioni, ma soprattutto perché suggeriva vie interiori e personali della continua ricerca di Dio da parte dell’uomo. Quelle letture alimentarono la vita interiore di Giuditta che morì improvvisamente il 17 maggio 1943 mentre stava leggendo un sermone di Bossuet. C’è chi sostiene che la cultura può alimentare l’orgoglio e l’autosufficienza, ma questo non avviene se non la separiamo dalla fede. Non lo fece Giuditta Alghisi, sempre disposta a conservare e a trasmettere tutte le ricchezze spirituali del suo cuore. La vita interiore non è una questione di sovrabbondanza di letture, poiché lo Spirito soffia dove vuole (cfr. Giovanni 3, 8), anche se è altrettanto vero che un libro è come la legna che ravviva il fuoco della preghiera. Lo sapeva bene quel grande ammiratore di santa Teresa di Gesù che fu Paolo VI, il quale la proclamò dottore della Chiesa.
Giuditta, donna di preghiera e di silenzi, assomigliava alla luce sopra il candelabro che si consuma da sola, ma serve a illuminare gli altri (cfr. Matteo 5, 15), un’immagine cara a Paolo VI e che si ritrova nelle note di un ritiro poche settimane dopo la sua elezione papale. A dire il vero, Giuditta non sembrava prodigarsi in parole ed era più propensa a esprimersi con uno sguardo o un gesto di affetto, anche se poteva al tempo stesso mostrarsi decisa ed energica, capace di infondere un ottimismo di fede profonda in un figlio che si trovava lontano. Fu così per Giovanni Battista, che nel 1923 si trovava a Varsavia come diplomatico vaticano, che si sentiva trascinato da pensieri sulle sue incapacità e inadeguatezze e s’interrogava su un domani incerto. La risposta della madre a un figlio angosciato, che viveva in un paese del quale conosceva appena la lingua, fu la stessa del celebrante dopo l’offertorio: Sursum corda! Si tratta di un appello a sollevare l’animo, nonostante i momenti opachi della vita, quando non è semplice valutare le cause del proprio malessere. Quando i passi diventano incerti e il lavoro appare più arduo del solito, è il momento di sollevare il cuore al Signore, che può permettere questi alti e bassi perché ci afferriamo con forza a lui. La lettera della madre al figlio mescola nelle giuste dosi autorità e amore, energia e compassione, e al tempo stesso invita a non lasciarsi condizionare da una sterile sensazione di tristezza. Chi conosce il contesto intellettuale della famiglia Montini, percepirà a volte, negli scritti del padre e della madre, una confluenza tra la tradizione cristiana e il mondo classico, poiché non per caso si poteva leggere in casa la citazione di Sallustio prius quam incipias consulto, invito a ponderare le azioni prima di intraprenderle.

Un altro aspetto dell’influenza di Giuditta Alghisi su Paolo VI è la devozione all’eucaristia. In una lettera del 1921, la madre raccontava al figlio la sua esperienza a Brescia durante una processione del Corpus, nella quale una folla cantava inni al sacro mistero, «come se ciascuno avesse lo spirito sulle labbra e la gioia del cuore nello sguardo». Il futuro papa imparò da sua madre che l’eucaristia non si può ridurre a un simbolo o a un sentimento vuoto. Non è una devozione che allontana il cristiano dalle realtà quotidiane o lo separa dagli altri. L’autentica pietà eucaristica, quella professata da Giuditta, si traduce in amore per i fratelli. Suo figlio, Papa Montini, lo sottolineerà nell’enciclica Mysterium fidei: «Il culto eucaristico muove fortemente l’animo a coltivare l’amore “sociale” col quale si antepone al bene privato il bene comune (…) estendiamo la carità a tutto il mondo, perché dappertutto sappiamo che ci sono membra di Cristo».

di Antonio E. Rubio Plo

Perché non riesco più a scrivere?


Dal Vaticano, 7 febbraio 1943
Carissima Mamma,
Perché non riesco più a scrivere? mi è così difficile, ora più che mai, dire ciò che ho nell’animo, e non sto bene che in silenzio. Nulla è cambiato nell’andamento consueto delle mie giornate, ma quanto in quello della mia conversazione interiore! Comprendo come sarebbe pericoloso e non degno di Lui, del nostro Carissimo, abbandonarsi alla stanchezza spirituale di questo dolore e non volersi consolare che alla inebbriante ma vana nostalgia dei ricordi. Mi fa invece tanto bene pensare alla tua illuminata serenità e alla calma sicura con cui Lo vai rintracciando per la sola vera via che ci rimane d’unione con Lui, la preghiera implorante e sperante, e ancora lo rendi, come è doveroso e possibile, presente, con più generoso e cosciente esercizio di bontà. C’è pure da dire che gli amici hanno voluto essere molto buoni; sono ancora assediato da tante loro testimonianze di pietà e di cortesia che hanno pure un valore confortante: moltissimi anche qui hanno scritto, moltissimi pregato. Il giorno 12 i più comprensivi e vicini saranno riuniti alla Chiesa Nuova per una Messa di suffragio; il 13 il Cardinale Maglione celebrerà pure una Messa alla Cappella Paolina e vi assisteranno tutti i suoi subalterni della Segreteria di Stato. Il Credito Italiano, di Milano, ha mandato cinquemila lire in memoria di Lui, e le ho destinate ai Poveri di qui. Ma vi sono gesti più umili e nascosti che non sono meno nobili e preziosi. È bella questa fecondità di bene su la sua tomba; toccherà a noi mantenerla fiorita. L’onorevole Longinotti non farà più la commemorazione che aveva accettato di fare al Circolo di S. Pietro: la prospettiva da lui scelta per tratteggiare la sua figura sembrava non del tutto comprensibile all’ambiente, né la più facile all’intento; altra non si sente di prendere. La modestia del Papà sarà così rispettata, a scapito certo del vantaggio che altri avrebbero avuto conoscendo qualcosa dell’opera sua e della sua grandezza morale; non dei suoi meriti, che li vede Iddio e che noi conosciamo.
Dal vuoto che ho nel cuore misuro il posto ch’egli vi teneva, il Papà, maestro e amico mio. Ora sei tu, Mamma, che umanamente mi sostieni e mi guidi; fortemente, cioè non per ripiegare su la casa terrena lo sguardo e l’affetto, ma per trarne ancor più stimolo e vigore a servire fedelmente il regno di Dio, come sempre, insieme, mi avete insegnato.
Benedicimi, come io ti benedico.

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22 febbraio 2018

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