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L’anfora di Marta

· ​Continua il dibattito sulla mascolinità di Gesù ·

Dal punto di vista storico-narrativo non c’è dubbio: i Vangeli raccontano un Gesù maschio che agisce in pubblico dentro un gruppo di maschi, in un contesto mediterraneo patriarcale come la Palestina di duemila anni fa. Ma l’uso che Gesù fa della propria autorevolezza maschile sia verso gli uomini che verso le donne del suo tempo mi è sempre parso dirompente rispetto agli stereotipi correnti. E ho la sensazione, oltre tutto, che la sua assoluta libertà in relazione ai modelli culturali della sua epoca non sia trasmessa consapevolmente dalle quattro narrazioni evangeliche canoniche che sono state affidate fin dall’inizio a una tradizione presidiata essenzialmente da maschi. 

Giotto, «Le nozze di Cana» (1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova)

Eppure, alcuni dettagli narrativi sono stati conservati quasi in modo preterintenzionale, fedeltà alle testimonianze dirette di chi aveva visto con i propri occhi e ascoltato con le proprie orecchie — magari senza capire fino in fondo — e sono giunti intatti a noi. Lo scrive Paola Pessina aggiungendo che nel racconto delle nozze di Cana Maria è presentata come titolare dell’invito, esteso per riguardo a lei, al figlio e al suo inseparabile gruppo di amici. Chissà che non sia questo surplus di ospiti a far sballare le previsioni sulle scorte di vino, e già questo darebbe all’episodio una sfumatura cronachistica leggera. Che invece non ha affatto. Perché quello che a tutti gli effetti è un dettaglio, non una tragedia — «Non hanno più vino» — si scolpisce nella narrazione di Giovanni come uno snodo fondamentale: è all’origine di un confronto madre-figlio in cui la madre, dolce e irremovibile come tutte le madri, decide che per il figlio è il momento di essere ciò che deve essere. È lei che riconosce l’“ora”, è lei che ricapitola gli innumerevoli episodi che hanno confermato di quel figlio l’identità di Figlio di Dio, e lo induce ad assumerla fino in fondo. Entrambi sanno quale potrà esserne il prezzo, tanto che Gesù reagisce proprio con la durezza del maschio che non ammette che a determinare i suoi tempi siano altri, tanto meno una donna («Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora», Giovanni, 2, 4).

In tempi di identità fluide e opposti arroccamenti in tema di gender conviene tornarci, su questo sguardo femminile-materno, mettendo al centro un dato: se esiste una “diversità” femminile, essa è legata essenzialmente al connotato irriducibile della maternità.

Tocca a Gesù spiegare ai suoi amici maschi quel fraintendimento che è all’origine del male e dei conflitti che l’umanità genera incessantemente lungo la storia: chi si mette a servizio, chi serve è sottomesso a chi ha più potere, denaro, sapere. Che si guarda bene dal condividerli, pur avendone la libertà.

Lui propone invece di lavarsi i piedi gli uni gli altri, mettersi a servizio gli uni per gli altri, prendersi cura gli uni degli altri, fuori dalle gerarchie del potere, del denaro, del sapere. E dal ruolo sociale maschile o femminile. E dallo stereotipo di genere classificato come “naturale”.

di Paola Pessina

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27 maggio 2019

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