Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L'anello mancante

· ​Tra "Vita prima" e "Vita seconda" di Tommaso da Celano ·

La Vita beati patris nostri Francisci (Vita brevior) redatta da Tommaso da Celano e contenuta nel codice nal 3245 della Bibliothèque nationale de France non dovrebbe, logicamente, comportare informazioni nuove. Infatti, in quanto riassunto della Vita beati Francisci (Vita prima) dovuta allo stesso Tommaso da Celano, seconda biografia mai scritta su san Francesco e, in seguito, ampiamente sfruttata dalle fonti posteriori, dovrebbe essere, quanto al suo contenuto informativo, sia già conosciuta dalla Vita prima, sia sfiorita dalle leggende successive. Tuttavia, le novità ci sono, in grande novero, le quali possono essere classificate in dieci categorie.

Giotto, «San Francesco in estasi» (1295)

Sin dalle prime righe della lettera di dedica dell’opera, si ha conferma dell’esistenza di una Vita abbreviata, prodotta da Tommaso da Celano sotto il generalato di Elia (1232-1239). «Al venerabile e reverendo padre frate Elia, ministro generale dei frati Minori. La Vita del gloriosissimo padre nostro Francesco che, per ordine del signor papa Gregorio, ma istruito da te, padre, da un certo tempo già ho composto in un’opera più completa, a causa di quelli che le rimproverano, forse a ragione, la moltitudine delle parole, su tuo ordine ora l’ho sintetizzata in un opuscolo più breve e ho procurato di scrivere in un discorso succinto almeno le cose essenziali e alcune cose utili, ommettendo le più».
Una Vita dovuta a Tommaso da Celano e ordinata da Elia era stata finora solo ipotizzata da me nel 2007, sotto il titolo di Leggenda umbra. Il testo che avevo faticosamente ricostituito ricucendo diversi frammenti, soprattutto contenuti in breviari, rappresentava solo il 40 per cento dell’opera oggi tornata a galla. Si capisce ora che quella, ordinata dal ministro generale e non più dal Papa, era destinata a un uso interno all’Ordine dei Frati minori, contrariamente alla Vita prima.
Della Vita prima Elia fu l’ispiratore principale, mentre non era ministro generale nel momento della redazione; per lo meno così lo diceva Tommaso da Celano quando Elia tornò al capo dell’Ordine dopo il 1232. Più avanti nel testo un ruolo d’informatore, molto più circoscritto, è anche affidato ad Antonio di Padova per l’episodio del capitolo di Provenza.
Dal prologo abbiamo anche capito che la Vita prima era stata oggetto di critiche, assai probabilmente da parte di certi frati, a causa della sua prolissità, ma anche a causa del suo modo di presentare le cose. Continua, infatti, la lettera di dedica: «Infatti, benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente da come son dette, tuttavia in modo più sicuro deve essere seguito in ciò il tuo solo giudizio, a cui il Santo di Dio più che ad altri aprì il suo animo e lui stesso confidò più volentieri ciò che doveva fare».
La divisione della Vita brevior, nelle tre prime pagine del suo unico testimone manoscritto completo, in nove lezioni può essere l’indizio che la committenza di Elia mirava a dotare l’Ordine dei Frati minori di una leggenda liturgica del santo fondatore. Se tale fu lo scopo dell’impresa, fu un fallimento, poiché le nove lezioni non vanno oltre il reclutamento dei sei primi compagni, mentre la Vita brevior continua su diciassette altre pagine, più dieci pagine di miracoli postumi.
Leggendo oramai il prologo della Legenda ad usum chori, si capisce che la committenza della vera prima leggenda liturgica è conseguenza di questo fallimento: «Tu mi hai chiesto, frate B(b)enedetto, di estrarre certi elementi dalla Leggenda del beatissimo padre nostro Francesco e di ordinarli in una serie di nove lezioni, nel modo in cui esse dovrebbero essere messe nei breviari: in ragione della loro brevità, tutti potranno averle». Facendo i dovuti paralleli tra Vita brevior e Legenda ad usum chori, si capisce che la prima fu l’esclusivo modello della seconda, senza ricorso alla Vita prima.
L’affinità tra Vita brevior e Vita sancti Francisci dovuta a Giuliano da Spira salta oggi agli occhi. Ma, a differenza del caso precedente, un ricorso alla Vita prima qui fu necessario. La mia ipotesi è che Giuliano si ispirò alle due leggende di Tommaso: alla prima per la più grande precisazione dell’informazione nonché per passi eliminati dalla Vita brevior; alla seconda per le novità che conteneva rispetto al suo modello, incluso la sua nuova esegesi dell’esperienza francescana.
Si capisce adesso che la Vita brevior fu una delle fonti della Legenda trium sociorum, non solo per brani come il cosiddetto pellegrinaggio a Roma sul quale torneremo, ma anche sin dalla prima frase. Franciscus de civitate Assisii oriundus que in finibus Spoletane vallis est sita…, in apertura della Legenda trium sociorum, è il calco verbum ad verbum dell’apertura della Vita brevior: Vir Dei Francisscus de civitate Assisii que in finibus vallis Spoletane sita est, oriundus existens.
Anche certi episodi della Compilatio Assisiensis e della Vita cosiddetta secunda di Tommaso furono ripresi dalla Vita brevior. Ma l’apporto di quest’ultima è soprattutto sensibile nel Tractatus de miraculis: i settantuno miracoli della Vita brevior ci sono integralmente ripresi, inclusi i trentatré che la Vita brevior era stata la prima a registrare.
Indirettamente, la Legenda maior di Bonaventura è debitrice della Vita brevior, non solo per i suoi miracoli postumi, ma anche per episodi biografici in ella emersi. Su diversi punti essenziali dell’interpretazione teologica dell’esperienza francescana elaborata da Bonaventura, l’impulso originario provenne da Tommaso da Celano nella Vita brevior.
Si sapeva già che la Vita prima poi la Vita cosiddetta secunda comportavano paralleli con il Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate. La Vita brevior ne comporta un altro, diverso da quelli conosciuti altrove: Pepigerunt cum ea fedus, ut ei dulcius adhererent, pacto perpetuo firmaverunt consuona con il passo del Sacrum commercium che conta statuit fedus cum ea et pactum pepigit contra istos, benché i contesti e anche le parti del fedus siano del tutto diverse da un testo all’altro.
Adesso si sa che Tommaso non stese due Vite di Francesco, ognuna dotata di una raccolta di miracoli, ma tre biografie con tre raccolte. Opera che fu anche una via crucis. Ci si ricorda l’amarezza espressa nelle ultime righe dedicate dall’agiografo al suo eroe alla fine del Tractatus de miraculis: «Non possiamo ogni giorno produrre cose nuove, né mutare ciò che è quadrato in rotondo, e neanche applicare alle varietà così molteplici di tanti tempi e tendenze ciò che abbiamo ricevuto come unica verità. Certo non siamo stati spinti a scrivere ciò per vanità, né ci siamo lasciati sommergere dall’istinto della nostra volontà fra tanta diversità di espressioni; ma ci spinsero al lavoro le pressioni e le richieste dei confratelli ed ancora l’autorità dei nostri superiori ci condusse a portarlo a termine».
Tale amarezza non può provenire dal fatto che Tommaso si sarebbe sentito costretto di stendere miracoli (l’aveva già fatto due volte prima senza lamentarsi), mentre si percepisce già, nella lettera prologo della Vita brevior, una certa renitenza: «a causa di quelli che le rimproverano, forse a ragione, la moltitudine delle parole»; «benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente da come son dette». Si intuisce che, sin da questo momento, le critiche contro la Vita prima avevano ferito l’agiografo, mentre l’obbligo di riprendere la penna per dire altrimenti cose che pensava di aver già perfettamente espresse gli pesava.
Nel 1228, Tommaso non sapeva che avrebbe dedicato più di venti anni della sua vita a contare la Vita dell’uomo della sua vita.


di Jacques Dalarun

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE