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Lampedusa dell’Egeo

· La notizia di una visita di Papa Francesco e del Patriarca Bartolomeo accende finalmente i riflettori sulla condizione dei profughi ·

Si fanno sempre più precarie le condizioni di vita per le migliaia di profughi e migranti che hanno raggiunto l’isola greca di Lesbo. Sulla loro situazione, alla quale le istituzioni politiche non hanno dato risposte concrete, si è concentrata finalmente l’attenzione dei media. L’annuncio, arrivato dalla Grecia, di una visita di Papa Francesco insieme con il Patriarca ecumenico Bartolomeo, per offrire una risposta cristiana alla tragedia che si sta consumando, ha squarciato il velo dell’indifferenza calato in queste ultime settimane. Soprattutto dopo l’annuncio dell’intesa tra Unione europea e Turchia sui rimpatri. L’isola ormai è divenuta una Lampedusa dell’Egeo. E che come Lampedusa, dove si è recato Papa Francesco all’inizio del suo pontificato, è in prima linea nell’emergenza.

Una donna con il figlio appena sbarcati a Lesbo (Reuters)

A Lesbo si respira un clima di disperazione, attesa e paura. Ieri 136 migranti sono stati riportati indietro verso le coste turche in base al patto tra Bruxelles e Ankara, entrato in vigore il 20 marzo. Non avevano presentato — forse non avevano potuto farlo — la domanda di asilo per restare in Grecia. Perché ormai, per queste persone c’è solo un’alternativa: la domanda di asilo o il respingimento in Turchia.
Il piano di ricollocamenti Ue-Turchia continua a far discutere. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha reso noto che dei 202 migranti rinviati ieri in Turchia dalle isole greche, come stabilito dal piano, tredici non hanno avuto la possibilità di presentare formale richiesta di asilo. Come denuncia il direttore dell’ufficio per l’Europa dell’Unhcr, Vincent Cochetel, si tratta di tredici persone di un gruppo partito da Chios. Il fatto che non abbiano potuto presentare i documenti è un’aperta violazione delle norme del patto stesso: le autorità greche avevano assicurato che nessuno dei respinti era richiedente asilo. L’Unhcr sta verificando con le autorità turche che tipo di protezione possa essere garantita.
A criticare il piano è anche la Caritas svizzera che ha lanciato un appello a fare di più per i rifugiati. «Le persone che fuggono cercano soltanto di sopravvivere — si legge in una nota dell’organizzazione — e non sono le frontiere, i fili spinati, il mare, l’irrigidimento delle leggi sull’asilo a fermarli». In una situazione ormai catastrofica, «contrariamente a quanto sostengono alcuni, nessuno chiede né all’Europa né alla Svizzera di accogliere tutti i richiedenti asilo siriani». La Caritas svizzera ha stanziato finora 18 milioni di franchi per i suoi programmi di aiuto in Siria, Iraq, Giordania e Libano, ai quali vanno aggiunti 2,8 milioni per la rotta balcanica, in particolare la Grecia.

Una conferma della debolezza del piano Ue-Turchia è il fatto che gli arrivi dei migranti sulle coste greche non si fermano. La guardia costiera turca ha intercettato oggi nel mar Egeo una sessantina di persone che cercavano di raggiungere le isole greche dalle coste della Turchia. I fermati, tra cui diversi siriani, sono stati riportati indietro e trattenuti nella provincia di Smirne, in attesa di essere smistati in centri di accoglienza o espulsione.

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