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L’amore di una protestante

E non me ne volere se ti do del tu

Do del tu a tutti quelli che amo

Anche se non li ho visti che una sola volta

Do del tu a tutti quelli che si amano

Anche se non li conosco

Jacques Prévert

Per quale enigma sei entrata nella mia vita, Maria? Io, la cui cultura familiare non faceva presagire assolutamente nulla di quell’ossessione mariana che eppure mi perseguita fin dall’infanzia?

Otto Dix«Annunciazione» (1950)

Immagino che si potrebbe chiamare questo enigma “inconscio collettivo”. Si può essere protestanti da parte paterna e atee femministe da parte materna, ma sono comunque poche le possibilità, Maria, di non scontrarsi con il gesso delle tue statue, di sfuggire all’azzurro cielo del tuo sguardo fisso, di evitare per tutta la vita il tuo sorriso pallido di giovane partoriente, docile alle leggi celesti che l’hanno improvvisamente spinta in una maternità inattesa. Sono poche le possibilità quindi d’ignorare questo dato intimo, brandito come uno stendardo da duemila anni di cristianesimo: la tua verginità. Ma c’è di peggio: dell’aggettivo “vergine” è stato fatto il tuo nome. Con la maiuscola.

Nel iv secolo, il vescovo Epifanio trova spirituale meravigliarsi: «In quale epoca e in quali circostanze si è mai osato pronunciare il nome di Maria senza specificare che si tratta della “Vergine?”». Poi, nel vi e vii secolo, i concili di Costantinopoli (553) e del Laterano (649) chiusero definitivamente a chiave la tua cintura di castità: poiché sei «la Vergine», lo sarai in eterno!

Se nessuno se ne è occupato a suo tempo, vorrei ora essere io a fruire del diritto di rispondere a monsignor Epifanio: sì, qualcuno ha osato pronunciare il nome di Maria senza specificare «la Vergine». E quel qualcuno è Paolo; san Paolo, addirittura, per i cattolici. Scrive ai galati un po’ prima della stesura definitiva di quelli che diventeranno i quattro vangeli. E riguardo a te Paolo non dice «Vergine», dice sobriamente «donna». Con la minuscola, scrive semplicemente: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Galati 4, 4).

Teologicamente, chiamarti con il nome comune di «donna» significa dire qualcosa di essenziale: la normalità.

La normalità dei propugnatori della Parola è un elemento determinante della rivelazione biblica. Da Mosè a Davide, passando per Ruth, Geremia, Giona, il tuo Giuseppe, piccolo falegname del piccolo villaggio di Nazareth, Dio ama chiaramente rivolgersi all’uomo e alla donna qualunque. Lo straordinario di Dio s’incarna nell’ordinario, è proprio questo il bello del cristianesimo, mia buona signora.

Bisogna però ammettere che l’ordinario non si vende bene in termini di marketing religioso. E devo proprio confessarlo, Maria: se tu mi hai attratto quando ero bambina, è per lo sfarzo, le dorature, l’imponenza delle tue statue, la tua aristocrazia celeste.

Ma quando sono diventata adulta per la stessa ragione ti ho odiato. Perché dopo di te, come si poteva essere donna?

La storia dell’iconografia mariana, devo dirtelo, ha travestito la giovane donna comune che tu certamente eri per tenderci meglio la mano. Per tenderci meglio una trappola, la maggior parte dei pittori ti hanno raffigurata con l’aureola, con la corona, intoccabile.

Colmo del cristianesimo: religione dell’incarnazione che ha però utilizzato tutta la sua energia per disincarnare la giovane donna che tu eri.

Nella sua versione dell’Annunciazione Duccio di Buoninsegna (xiv secolo) non esita a porre un vaso di gigli bianchi tra te e Gabriele. «Sono gli emblemi della castità e della verginità perpetua di Maria» leggo. «Lei è il vaso intatto; “come un giglio tra i cardi” (cantico dei cantici 2, 2)». Ahi, sono tentata di dire (ma sì, ho capito bene la metafora: le spine siamo noi, e suppongo che con questo noi si deve intendere tutto il mondo femminile, salvo te).

Eppure... benché protestante, potrei amarti Maria. Se solo potessimo avere quelle conversazioni tra donne, dove si supera a volte il pudore per confrontarsi con l’altra. Il progetto biblico non consiste proprio nell’offrire all’umanità non un vecchio libro ma uno specchio? Offrirci una genealogia dove si è santi solo se formati di argilla, tanto che Dio ha ancora del fango sulle mani.

Benedetto sia Fra Angelico che, nella prima delle otto Annunciazioni che gli sono state attribuite (datata 1430 circa, esposta oggi al Museo del Prado di Madrid), senza rinunciare a illuminarti, inserisce, sotto la volta che ti ripara, il dettaglio di una rondine. Non che la rondine sostituisca la colomba, che rappresenta lo Spirito santo inseminatore. Essa l’assiste, per così dire, con la sua semplice presenza. E quella presenza mi è dolce perché la rondine è tanto comune, è un uccello a cui solo i contadini prestano ancora attenzione, un uccello di stalla a cui nulla piace di più del calore di un fienile dove rumina un gregge.

Troppo sfarzo, Maria, te lo ripeto, per fare di te una sorella; la sorella maggiore che avresti potuto essere se ci fossimo attenuti a quel poco che i vangeli dicono di te.

E io, che mi aggiro per i musei, avida di un’immagine di te che possa riannodare il dialogo intimo, imparo a essere una donna, imparo a essere una madre.

Trovo qualcosa di questo invito nella tua resistenza riprodotta da Matthias Grünewald. Abitando a pochi chilometri da Colmar, ho avuto l’inaudito privilegio di poter contemplare con tutta calma l’altare di Isenheim. Il tuo corpo restio, la torsione irrefrenabile del tuo busto davanti al dito dell’angelo puntato verso di te come una freccia, tutto ciò sì che può dirmi qualcosa della vertigine, dell’ebrezza, della contraddizione insite nell’essere designata così, che sia da Dio o da un uomo. Sento che siamo complici.

Lo scorso gennaio stavo andando con mio figlio a vedere questa opera monumentale quando ho scoperto che c’era una mostra temporanea del museo di Unterlinden dedicata al pittore Otto Dix. Pittore tedesco del xx secolo, affascinato dall’altare di Isenheim, è noto come uno degli artisti chiave della Nuova Oggettività.

Mentre mio figlio è impegnato a fare uno schizzo della Crocifissione di Dix, io mi aggiro tra le gallerie formate da file di pannelli che sostengono tele dal formato molto diverso. Non presto grande attenzione alla scenografia, e tuttavia all’improvviso mi ritrovo nel cuore pulsante della mostra, dove in mezzo alla sala tre pannelli sono disposti a formare una nicchia incurvata, un luogo triangolare e intimo.

È te Maria che quel cuore ripara. Un’Annunciazione come nessun’altra, una grande, una piccola, qualche abbozzo di studio, dove ti vedo musona, imbronciata, con le sopracciglia aggrottate. In uno di quegli studi Dix cerca di riprodurre il corpo sfuggente della Maria di Grünewald, ma sulla tela vi rinuncia, e alla fine tu sei trasfigurata dall’ordinario, che fa di te la più improbabile e la più bella delle elette.

Sei seduta su una sedia la cui spalliera è di rattan intrecciato. Avevamo quel tipo di sedie a casa quando ero bambina, mi divertivo a sentire con le dita i segni che l’intreccio lasciava sulla mia schiena. Ma ora è sul tuo petto che ritroviamo l’intreccio, in modo più evidente nella Piccola Annunciazione che nella Grande. Tu lanci all’angelo-uccello un’occhiata di sbieco, piena di diffidenza, e il tuo volto imporporato tradisce quel calore assurdo che ti sale dalla pancia davanti a quel desiderio insolito, a quel salto nell’ignoto. Sei giovane Maria, una bambina, un’ingenua, ma già s’intuisce il tuo carattere di ferro. Una bambina vulcanica, fragile, ribelle. E quella trasparenza del tuo petto che lascia intravedere l’intreccio della spalliera racconta forse per dove passa lo Spirito, quel radar di Dio che ci scansiona con un sorriso disarmante (in effetti l’uccello-angelo, nella Grande Annunciazione, ti guarda con un sorriso che non sa mentire, e che, per così dire, ti attrae). Con le mani poggiate sulle cosce, mentre spingi tra le gambe il tessuto di jeans azzurro del tuo vestito corto con le bretelle, vedo il gioco nervoso delle tue dita ed esso racconta tutta la tensione di quell’istante, il sì-no, il no-sì, e alla fine il sì all’inaudito.

E là, Maria, per la prima volta ti vedo e vorrei dirti: «Dai!». E vorrei che per l’eternità, davanti alla follia di Dio, davanti a tutte le nascite e le morti della mia vita, anche tu mi dicessi: «Di’ sì».

Allora, non me ne volere se ti do del tu. Do del tu a tutti quelli che amo, anche se non li ho visti che una sola volta.

di Marion Muller-Colard

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08 dicembre 2019

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