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L’historiuncula
del monaco Leone

· Tradotta in italiano da Francesco Gigante la cronaca dell’abbazia cassinese ·

Da Beda il Venerabile a Paolo Diacono, dai Maurini all’abate Tosti, la propensione è evidente. I monaci amano la storia. Sarà per la posizione appartata, che permette loro di osservare e di riflettere sui grandi e piccoli eventi alla luce dell’eternità, sarà per la necessità di offrire e proporre ai loro popoli un’identità intessuta di origini e di sviluppi che, nei secoli medievali, solo loro erano in grado di ricostruire, sarà per il bisogno di chiarire fatti e circostanze che potevano essere motivo per rivendicare o difendere un possedimento, per ridisegnare un confine: le motivazioni e gli interessi possono essere molteplici ma il risultato è chiaro. Almeno sino al XII secolo, i monaci sono naturaliter gli storici più accreditati, l’organo deputato della memoria della civiltà occidentale. Ritoccando il titolo della celebre opera di Jean Leclercq, L’amour des lettres et le désir de Dieu (1957), si potrebbe allora quasi stabilire un altro binomio, fra l’amore della storia e il desiderio di Dio.

Busto di Leone Marsicano nella chiesa di santa Aurea di Ostia

Nella folta galleria dei monaci storici Leone Marsicano (o Leone Ostiense o Leone di Montecassino) occupa un posto particolare. Originario della Marsica, entrato a Montecassino durante l’abbaziato di Desiderio (1058-1087), in uno dei momenti più splendidi e felici dell’abbazia, ne divenne presto bibliotecario, copiando e sovrintendendo all’esecuzione di manoscritti raffinati e occupandosi del vasto archivio di documenti che il monastero conservava. Fra il 1102 e il 1107 Pasquale II lo nominò vescovo di Ostia e Velletri e in queste vesti partecipò con discreto equilibrio alla prima, convulsa fase della lotta fra papato e impero nella ridefinizione dei rapporti fra i due poteri. Morì il 22 maggio 1115, nella residenza romana dei monaci cassinesi, il monastero di santa Maria in Pallara sul Palatino.

Su invito dell’abate Oderisio, sfruttando la sua posizione privilegiata per la disponibilità dei documenti, Leone a partire dal 1099 scrisse in tre libri la storia dell’abbazia, da san Benedetto (529) all’abate Desiderio. Il terzo libro rimase incompiuto ma fu completato dal monaco Guido e da un’altra, importante figura di monaco cassinese, Pietro Diacono, storico, conoscitore di classici, impareggiabile falsario, che portò a termine un quarto libro, allargando lo sguardo alle vicende della Chiesa e dell’impero dal 1075 al 1138. Edita da Hartmut Hoffmann nel 1980, la celebre Cronaca del monastero cassinese vede ora la luce in italiano per le cure di Francesco Gigante (Edizione integrale, testo latino e traduzione a fronte, introduzione e traduzione di F. Gigante, Cassino, Francesco Ciolfi, 2016, pagine 829, euro 30). Si tratta della prima traduzione integrale del testo perché nel 2001 la Jaca Book, nella benemerita «Biblioteca di cultura medievale», aveva pubblicato, a cura di Francesco Aceto e Vinni Lucherini, solo alcuni capitoli del terzo libro (III, 26-33) relativi all’opera di Desiderio.

Dopo i primi due libri, che prendono le mosse da Benedetto e narrano le distruzioni del monastero a opera degli abati Petronace e Aligerno, il libro iii appare l’apice di un climax, sotto il segno della figura di Desiderio che, amico di Roberto il Guiscardo, riuscì a tessere i rapporti fra Normanni e papato, inizialmente pessimi. I predoni e gli avventurieri venuti dal Nord divennero fedeli alleati della sede romana nella lotta contro le pretese imperiali. Ma il ruolo di Desiderio non si esaurisce nel quadro della grande politica. Leone si dilunga «con orgoglio e ammirazione nella descrizione particolareggiata della ricchezza e dello splendore della nuova abbazia. Desiderio abbatte tutti i vecchi edifici ormai fatiscenti e insufficienti alla comunità divenuta numerosa; abbatte la vecchia chiesa e costruisce, con maestranze fatte venire da Costantinopoli, una basilica superba, per la cui consacrazione accorrono cardinali, principi, sovrani e lo stesso papa». Rinasce allora, nell’interpretazione leonina, l’arte romana e paleocristiana nei suoi modelli più alti. Questa lettura della renovatio desideriana operata da Leone spiega perché Hélène Toubert ha ipotizzato che sia stato proprio Leone a ideare il programma dei mosaici absidali di san Clemente a Roma, «capolavoro che più di altri appare in sintonia con quell’ideale di rinnovamento dell’arte paleocristiana descritto da Leone quale esperimento artistico compiutosi a Montecassino» (Mariano Dell’Omo). Più lungo, minuto e analitico appare il libro IV e pour cause: Pietro Diacono conosce direttamente gli eventi di cui tratta e non ha scrupoli a descriversi nell’opera di difesa delle prerogative del monastero presso il Papa.

La nitida e bella traduzione di Gigante, senza note, presenta nella sua essenziale nudità il testo; e offre così un servizio incomparabile perché in gioco non vi è solo il monastero cassinese: Benevento, san Vincenzo al Volturno, Capua, Salerno, Terracina, Gaeta, Troia... Il raggio d’influenza del cenobio è vastissimo, si allarga a macchia d’olio e va ben oltre i confini della Terra sancti Benedicti finendo per abbracciare tutta l’Italia meridionale e non solo. Distruzioni e ricostruzioni, monacazioni e visite illustri, donazioni e spoliazioni, minacce saracene, annessioni territoriali, traslazioni di reliquie, visioni e miracoli, scontri feroci ma anche grande pietà e profonda devozione: il quadro è mosso e diversificato ma il centro rimane l’abbazia e, nel suo nucleo originario, Benedetto che assiste indefettibilmente la sua creatura nelle sue storiche peripezie. L’«historiuncula» (Leone ne è consapevole) non può gareggiare con i grandi modelli classici: ha comunque il suo stile e la sua arte, asciutta e controllata anche di fronte agli eventi più drammatici (come l’incendio dell’abbazia, nell’883, a opera dei Saraceni stanziati sul Garigliano che uccidono l’abate Bertario mettendo in fuga a Teano i monaci: I, 44).

Un’ultima parola (ma poteva essere la prima) merita l’editore del volume. Francesco Ciolfi si presenta in copertina (ma non nel frontespizio) come «tipografo editore libraio». Un’identità multitasking assolutamente rara di questi tempi, che già si segnala come lodevole singolarità. Ma è il suo catalogo a rendere ancora più interessante la sua esperienza. Nella collana «Testi storici medievali» compaiono la Storia dei Longobardi di Erchemperto e i carmi di Alfano, il De viris illustribus Casinensibus di Pietro Diacono e la Cronaca di Subiaco, accanto a una sfilata di opere, spesso mai tradotte integralmente, sui Normanni (Amato di Montecassino, Goffredo Malaterra, Alessandro di Telese, Guglielmo di Puglia, Ugo Falcando) e sugli Svevi (Riccardo da San Germano, Pietro da Eboli, Nicolò Jamsilla, Pietro de Pretio), affiancate da evergreen della storiografia come la traduzione della Storia della dominazione normanna in Italia e in Sicilia di Ferdinand Chalandon, che risale al 1907 e ha visto la luce in tre volumi nel 2008.

Una piccola casa editrice di provincia, dunque, ma con una collana quasi unica in Italia. E che forse può prendere forma solo in un territorio dalle antiche radici, come il Lazio meridionale e la Campania settentrionale, dove Cicerone e Tommaso d’Aquino, Cesare Baronio e Garibaldi, le insorgenze dei «briganti» e il bombardamento della più antica abbazia occidentale scorrono quasi in una sequenza filmica che pare sempre di attualità. La collana di Ciolfi insegna molto sul meridione bizantino e longobardo, normanno e svevo, angioino e aragonese ma, a ben vedere, spiega molto anche del presente, mostrando debolezze ma anche forze e risorse straordinarie di un territorio strategico. Un passato che non passa che è necessario conoscere, per capire il presente ma anche per governare il futuro.

di Paolo Vian

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23 agosto 2019

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