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L’America vista da sud

· Addio allo scrittore uruguayano Eduardo Galeano ·

«Come tutti gli uruguayani, avrei voluto essere un calciatore», amava dire Eduardo Galeano. Lo scrittore, morto ieri, 13 aprile, a 74 anni, era uno degli autori più letti e amati della letteratura sudamericana moderna. «Giocavo benissimo, ero un fenomeno ma soltanto di notte mentre dormivo — precisava poi Galeano con un sorriso — durante il giorno ero il peggior scarpone che abbia mai calcato i campetti del mio Paese». L’amore non corrisposto per il pallone avrebbe comunque dato vita a un gran numero di articoli, reportage e saggi come Splendori e miserie del gioco del calcio, rendendolo uno dei più amati e conosciuti cantori del fútbol.

Nato nel 1940 in una famiglia alto borghese di Montevideo — il suo vero cognome era Hughes — Galeano debuttò nel giornalismo a quattordici anni, come disegnatore satirico, ma siccome «c’era un abisso fra quello che immaginavo e quello che tracciavo» si orientò verso poi la scrittura.

Poco più che ventenne, diventò una delle firme principali, e poi il caporedattore di Marcha, un settimanale politico e culturale di sinistra che diventò un punto di riferimento ben al di là dei confini del suo Paese — tra i collaboratori c’era anche Mario Vargas Llosa — e cominciò a interessarsi di politica anche come giornalista.

Dopo una serie di libri dedicati a reportage e analisi della situazione in Cina, Guatemala e altri Paesi, nel 1971 pubblicò Le vene aperte dell’America Latina in cui ricostruiva il saccheggio delle ricchezze del subcontinente da parte delle potenze coloniali. Tradotto in più di venti lingue, best seller internazionale, Le vene aperte diventò un’opera di riferimento e un manuale di storia per i movimenti rivoluzionari nati in Sudamerica — ma anche in altri continenti — sulla scia della vittoria dei barbudos castristi all’Avana.

«Ora l’America è per il mondo niente più che gli Stati Uniti — scriveva negli anni Settanta introducendo il suo reportage dedicato a oltre cinque secoli di storia — noi abitiamo una sub-America, un’America di seconda classe, inafferrabile come una nebulosa. È l’America Latina, la regione dalle vene aperte».

In tempi recenti, Galeano prese una certa distanza dal suo libro più noto. «Non mi pento di averlo scritto, ma non lo rileggerei: volevo scrivere un saggio di economia politica e non avevo la formazione necessaria», disse nel 2014, aggiungendo che considerava superata «una certa prosa di sinistra, che ora trovo pesantissima».

Lungo gli anni della sua carriera letteraria, proseguita in Spagna dopo la fuga dalle dittature militari — con il golpe del 1973, fu imprigionato e, successivamente costretto a espatriare in Argentina per poi finire nel mirino del regime di Videla ed essere costretto a fuggire di nuovo — Eduardo Galeano creò un stile personale, a cavallo fra la documentazione storica e la riflessione poetica, che portò al successo internazionale di Memoria del fuoco, una trilogia, pubblicata dal 1982 al 1986, che ripercorre la storia dell’America latina dalla parte dei poveri, degli indigeni e di tutti quelli che la storia non hanno mai potuto scrivere. L’opera fu molto lodata dalla critica, soprattutto americana e divenne un nuovo best-seller globale. Il «Times Literary Supplement» la paragonò ai libri Dos Passos e Gabriel Garcia Marquez.

Quando, nel 2009, l’allora presidente del Venezuela Hugo Chávez regalò Le vene aperte dell’America Latina a Obama, il libro schizzò in un giorno dalla 60280 posizione alla decima nella classifica dei titoli più venduti da Amazon. Ma il suo autore non si lasciò impressionare più di tanto: «Nessuno dei due lo avrà capito — commentò con amara ironia — Chávez ha regalato a Obama l’edizione spagnola».

di Silvia Guidi

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