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L’altro Cannes

· Attori e registi coinvolti nel Festival del silenzio all’abbazia di Lérins ·

Al Festival du silence la prima sorpresa arriva subito, prima ancora di raggiungere l’abbazia di Lerino. Prendendo da Cannes il battello per l’isola di Saint-Honorat, i padiglioni bianchi della Croisette, in lontananza, sembrano le tende di un bivacco. In fondo sembrano quello che sono: un accampamento provvisorio, un crocevia di storie, paesaggi, mondi interiori concentrati in un’immagine e riprodotti in migliaia di fotogrammi uguali, una carovana chiassosa e colorata destinata a ripartire presto verso altre destinazioni.

Qualche coordinata per capire di cosa stiamo parlando: il Festival du silence  è nato da un sogno apparentemente impossibile da realizzare: far dialogare due mondi lontani come una festa del cinema e un convento cistercense. Due mondi vicini in linea d’aria, separati fisicamente solo da un sottile braccio di mare.

La sfida è stata vinta, la formula funziona: attori, registi e produttori passano un pomeriggio sull’isola, pranzano in silenzio nella foresteria, assistono alla liturgia delle ore, incontrano i monaci.

Jean-Pierre Mocky — che i cinefili ricordano giovanissimo in Dieu a besoin des hommes di Jean Delannoy, I vinti , di Michelangelo Antonioni e in Gli sbandati di Citto Maselli, accanto a Isa Miranda — ha rivolto ai padroni di casa una raffica di domande, incoraggiato e incuriosito dalla sincerità e dall’ironia — più o meno velata — delle risposte. «Com’è per voi il mondo là fuori?», «piuttosto stancante» ammettono  i monaci. «Quanti sono quelli che se ne vanno? Come fate a lasciare le vostre famiglie? Il celibato a che serve?», «Gesù non era sposato».  Non è così strano vedere accanto all’abate i capelli rasta e i tatuaggi di Olivier Delacroix, giornalista e documentarista on the road , spiegano i cistercensi, in fondo «già nel V secolo — continua dom Vladimir Gaudrat — sant’Onorato, il fondatore del monastero, accoglieva persone provenienti da ogni tipo di ambiente, da ogni tipo di esperienza».

La prova più difficile, per gli ospiti della foresteria, è il pranzo in silenzio. I monaci chiedono esplicitamente di non parlare, e questa semplice regola implica conseguenze impreviste. «Mi aspettavo fosse un relitto del passato, una tradizione che continua per inerzia — spiega un ospite dell’ hôtellerie —  e invece dovrebbero scriverci “Benvenuti nella realtà aumentata” all’ingresso del refettorio; è un accesso facile a un’esperienza densa di informazioni, ottenuta senza l’ausilio di tecnologie particolari. Si ottiene semplicemente sottraendo chiacchiera inutile e rumore di fondo ai gesti di tutti i giorni».

Il tempo vola e si avvicina l’ora dei vespri: i motoscafi presto riporteranno la “delegazione Cannes” sulla terraferma, dove troveranno ad aspettarli Hervé Giraux, il vescovo presidente del consiglio della comunicazione della Conferenza episcopale francese. La palma d’oro del Festival, spiegano i monaci ai loro ospiti deriva dall’iconografia di sant’Onorato, è la palma che ricorda il suo martirio. Nonostante questa parentela grafica, il contrasto tra la Croisette, con il suo vortice di proiezioni, feste e riflettori e l’immobilità apparente di un’abbazia dove si respira la calma dei secoli e la bellezza ha la solidità delle radici, non potrebbe essere più stridente. Ma forse proprio per questo il dialogo è possibile.

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26 maggio 2018

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