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L’altra faccia del sogno americano

· Un ricordo del regista Wes Craven ·

Se Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo dei fumetti, abita a Craven road, un motivo ci sarà. E infatti Wes Craven, morto lo scorso 30 agosto a Los Angeles all’età di 76 anni, è stato uno dei più grandi autori dell’horror cinematografico, grazie a pellicole capaci di segnare almeno tre epoche di questo genere.

Wes Craven (1939-2015)

Con Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes, 1977) ha portato a maturazione l’eredità del cinema indipendente del decennio precedente nella cruda rappresentazione di un’America impazzita e soggiogata dalla violenza. Contribuendo in particolare a sancire definitivamente i canoni del wrong turn movie.

A differenza di colleghi dell’epoca schierati su posizioni progressiste, come Tobe Hooper, Craven imposta un discorso intelligentemente ambiguo. Difficile dire se stia dalla parte dei reietti costretti a diventare carnefici o dei borghesi a loro volta costretti a reagire con altrettanta violenza.

Ciò che conta, è l’immagine di un sogno americano che trascolora nell’incubo di una società in cui vige la legge del più forte, ma anche del più intelligente, in una inesorabile selezione naturale che rimanda alla frontiera di John Ford, e a quel genere western a cui l’horror moderno sottrae ambientazioni, personaggi, iconografia. L’automobile dei protagonisti civili costretta a fermarsi per un incidente è la carovana dei vecchi film; i selvaggi appostati sulle colline sono le tribù indiane, e più in generale il nemico, il diverso, ma anche il sopraffatto e il rimosso.

Alla mancanza di una mano sopraffina sulla cinepresa, Craven sa dunque sopperire con ottime idee in sede di soggetto, e con la straordinaria capacità di interpretare un’America che cambia in fretta. Così si arriva a Nightmare. Dal profondo della notte (A Nightmare on Elm Street, 1984) e all’invenzione che vale da sola una carriera: Freddy Krueger, il re di tutti gli spauracchi cinematografici, l’uomo nero che compare nei sogni ma uccide davvero.

La riscoperta dell’elemento sovrannaturale è solo apparentemente rassicurante. Perché oltre che un validissimo mostro, Craven fa del protagonista il lato oscuro della smagliante e prepotente America reaganiana, al cui muscolare pragmatismo contrappone una dimensione onirica dal sapore decadente ed europeo.

di Emilio Ranzato

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21 agosto 2018

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