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L’altare è il segno della libertà vera

· Omelia del cardinale Bertone nella basilica del Sacro Cuore ·

L’altare è il cuore della vita cristiana, «è segno di Cristo stesso» e dunque «centro dei nostri sguardi». Ma è anche il centro della nostra vita nuova poiché è dall’altare che parte l’invito di Cristo a prendere su di noi «il suo giogo» per sentirci uniti, «congiunti» con lui nel «cammino della storia dei singoli e della Chiesa intera». Ha spiegato così il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, il significato di quella «roccia sicura» posta al centro della Chiesa, sulla quale «si compiono i misteri della Salvezza»: l’altare. Lo ha fatto dedicando quello nuovo realizzato per la basilica romana del Sacro Cuore, a Castro Pretorio, nel corso della concelebrazione eucaristica che ha avuto luogo domenica 3 luglio. Nella stessa occasione il cardinale ha anche benedetto l’organo recentemente sottoposto a un’accurata opera di restauro.
Nella sua omelia il cardinale ha confessato innanzitutto i suoi antichi legami con questo tempio romano «che — ha detto — conosco fin dalla mia giovinezza e che mi ha visto numerose volte presente, sia durante le celebrazioni solenni e maestose, sia nei momenti di preghiera intima davanti al santissimo Sacramento». E ne ha spiegato i motivi. Si tratta di una basilica voluta da due Papi, Pio IX e Leone XIII, ed edificata da san Giovanni Bosco. È stata «una sua risposta d’amore — ha precisato — alla richiesta di Leone XIII» al quale disse: «Ogni desiderio del Papa è per me un comando».
Dunque si tratta di un edificio dovuto alla fede e alla tenacia di don Bosco. E «da qui — ha detto ancora il porporato — sono sgorgati fiumi di grazia». L’auspicio espresso è che rimanga anche in futuro «segno di una Chiesa viva, di una Chiesa che testimonia una fede maturata e radicata nell’autentica esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi».
Il segretario di Stato si è poi soffermato sullo splendore di cui don Bosco ha voluto fosse ornata questa chiesa, con opere d’arte capaci di parlare «a tutti, anche ai più piccoli, ai ragazzi, alle persone semplici» della bellezza e dell’armonia che lega le pietre del tempio, e del cemento costituito dalla fede che lega le pietre vive che costituiscono la Chiesa popolo di Dio.
Infine il cardinale ha preso spunto dalle letture della domenica per riproporre il valore dell’umiltà e della pace, la necessità di riscoprire il vero senso della libertà svincolata dal dominio della carne che «impoverisce l’uomo e lo rende costantemente debitore dei propri capricci, del proprio rancore e delle proprie passioni». Ha quindi concluso l’omelia invitando a riscoprire il senso dell’amicizia con Dio e a prendere ciascuno su di sé il «giogo di Cristo», che è «un giogo di amicizia».
Con il porporato hanno concelebrato don Alberto Lorenzelli, ispettore salesiano, don Valerio Barresi, rettore della basilica, don Antonello Sanna, vicario dell’ispettore, don Luigi Ferrelli, direttore della comunità san Lorenzo, e monsignor Lech Piechota, segretario del cardinale. Il rito è stato diretto da monsignor Guillermo Javier Karcher, cerimoniere pontificio, coadiuvato dai monsignori Stefano Sanchirico e Jean-Pierre Kwambamba. Al termine il cardinale si è trattenuto in basilica per ascoltare un breve concerto eseguito all’organo da Stefano Mhanna, musicista di soli quindici anni.

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22 settembre 2019

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