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​L’allenatore di poeti

· Pound raccontato da sua figlia ·

«Ricordo l’ordine che regnava nel suo studio — racconta l’editore americano di Ezra Pound, James Laughlin, che ci ha lasciato una fotografia vivida della sua casa di Rapallo — La corrispondenza in corso, che abbracciava tutto il globo, era attaccata con puntine e in cartelle a fibbie, disposte lungo il muro dietro la sua poltrona».

È una delle testimonianze raccolte nell’ultimo, bellissimo libro di Alessandro Rivali Ho cercato di scrivere Paradiso. Ezra Pound nelle parole della figlia: conversazioni con Mary de Rachewiltz (Milano, Mondadori, 2018, pagine 262, euro 19). Rivali ha incontrato più volte Mary (traduttrice e custode della memoria del padre) nel castello di Brunnenburg, dove andò ad abitare nel dopoguerra, mentre Ezra era detenuto nel manicomio criminale di St. Elizabeths a Washington.

Ezra Pound negli anni Settanta (foto di Lisetta Carmi)

«Le matite e le forbici — continua James Laughlin, descrivendo la casa affacciata sul profondo blu del mare ligure — erano appese a spaghi che scendevano dal soffitto perché non si perdessero fra le carte sparse sul tavolo. A quel tempo le spese postali dovevano rappresentare la voce principale delle sue uscite. Gran parte di questa corrispondenza era di natura pedagogica».

Dal libro emerge il ritratto di un tenace, generoso cacciatore di talenti, tra i primi a riconoscere e a far fiorire il genio di T.S. Eliot, di Joyce e di Hemingway, impegnato in un costante lavoro di “allenamento letterario” che non cessò neanche durante gli anni della detenzione. Pound trasformò il St. Elizabeths nel circolo culturale più atipico del pianeta, radunando intorno a sé attivisti, artisti, accademici, oltre ai più famosi poeti dell’epoca, da Robert Frost a Marianne Moore. Persino i luminari che lo ebbero in cura furono costretti a diventare critici letterari; per entrare nel mondo di questo paziente così difficile da inquadrare in categorie precostituite, anche i medici si dovettero procurare una copia dei Cantos. In fondo, un poeta, come ogni uomo, ha diritto che ogni sua idea venga esaminata una alla volta, separando il grano dalla pula, nota nel suo blog Joe Metafora, alter ego dello scrittore in versi Daniele Gigli, parlando del libro di Rivali. «Esaminiamo, per esempio, cosa Pound dice dell’usura, a cominciare dalla definizione che ne dà: non quella tecnica per cui uno zero virgola in più o in meno distingue una banca da uno strozzino, ma quel cancro dell’anima e dei giorni in virtù del quale concepiamo e trattiamo noi e il prossimo, il nostro tempo e il tempo altrui, in costante compravendita, sempre prezzabile e trattabile. Ed esaminiamo le idee, magari non attuabili ma molto concrete, non certo astratte e poetiche, come le si bolla per non considerarle, con cui questo cancro usuraio andrebbe a suo dire contrastato».

Idee davvero così peregrine e, soprattutto, così inattuabili? si chiede Joe. Inattuabili solo se ci si attiene a postulati già dati per scontati. Ma la scienza, e la conoscenza, continua Joe, non avanzano per accumulo, bensì — come sappiamo da Thomas Samuel Kuhn in poi — per salti di paradigma. «Il rugby fu inventato durante una partita di calcio: ma non modificando la regola del fuorigioco», e il pensiero di un artista — continua Joe — è un pensiero-gesto capace di portarci in mare aperto senza la certezza né di una rotta, né di un approdo, fa saltare «le certezze calcolatorie con cui comprimiamo le nostre giornate», spezza i legacci tra parole e gesti ricostituendoli vergini.

«E adesso — conclude Gigli/Metafora — miei otto lettori superstiti, leggete Pound e l’usura e ditemi che no, che è una scemenza, che non vi incendia il cuore — nello stesso istante in cui vi fa terrore — l’idea di una giustizia giusta, di una vita equa in cui si guardi a noi non come risultato di un calcolo, ma come dono dell’essere. Ditelo, che non bramate essere guardati così. E se ci riuscite, allora sì, dite pure che non si deve aver paura delle idee politiche di un poeta, perché non avete più niente da perdere, avete già perso tutto. Ma Joe, che un po’ vi conosce, non ci crede. Sa che non siete così».

di Silvia Guidi

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08 dicembre 2019

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