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L’albero e la radice

· Dentro i versi di Clemente Rebora ·

Clemente Rebora (1885-1957) nasce in una famiglia di cultura illuminista e simpatie massoniche. La sua formazione non si può proprio dire cattolica, tanto che al momento della sua conversione l’unico sacramento ricevuto era il battesimo. Eppure tutta la sua vita e la sua poesia sono sotto il segno di una tensione morale portata ai limiti estremi di una tensione religiosa. E questa tensione in lui si è costantemente misurata — con impegno onesto e serio — nel confronto con la realtà. Da questo punto di vista particolarmente devastante fu l’esperienza, come sottotenente di fanteria, della partecipazione alla prima guerra mondiale. In preda a un serio esaurimento, gli venne dai medici risparmiata la prosecuzione della guerra con una singolare diagnosi: «mania dell’eterno». Alla fine del 1928, accetta di tenere un ciclo di conferenze sulla religione di Roma e la donna. Terminata la serie gliene viene chiesta un’altra, non prevista, sulla religione cristiana e la donna. Rebora sceglie di commentare il verbale dei Martiri Scillitani, ma, a un certo punto, la commozione gli impedisce di parlare; in lacrime, abbandona lo stupefatto uditorio: è la conversione. Nel giro di pochi anni riceve tutti i sacramenti, compreso quello dell’ordine. Quando, nel giugno del 1936, fu consacrato sacerdote, volle aggiungere ai consueti voti una promessa in più: «Mio Signore e mio Dio, faccio voto di chiederti in ogni tempo la Grazia di patire e morire oscuramente scomparendo polverizzato nell’opera del tuo Amore. Così sia». Fu da Dio preso in parola: il 2 ottobre 1955, infatti, il poeta subì un secondo grave attacco che lo costrinse a venticinque mesi di totale infermità fisica. Da questa esperienza nascono I canti dell’infermità, di cui fa parte Il pioppo. Dalla sua camera e dal suo letto, il poeta probabilmente vedeva quel pioppo, e lo vedeva vibrare «nel vento con tutte le sue foglie», come un’immagine della sua anima spasimante «nell’ansia del pensiero». Proprio come per il pioppo, il cui tronco «s’inabissa ov’è più vero». Una poesia mistica, quella dei Canti dell’infermità, soprattutto per il tòpos della notte oscura, in quei momenti nei quali il canto si fa lancinante testimonianza del silenzio di Dio. Il carattere più impressionante della raccolta consiste in quel suo essere lucido resoconto dell’adempiersi di quanto Rebora auspicava nel suo voto. È quindi un elemento extratestuale, il voto particolare, a costituire un fattore di integrazione importante nella ricognizione intorno al significato dei Canti dell’infermità, perché è a partire dalla conoscenza di esso che maggiormente si comprende la dialettica fondamentale della raccolta. E, forse, la parola conclusiva è simbolicamente sussurrata nella data della morte del poeta; Rebora morirà nel giorno di Tutti i Santi. 

di Gian Mario Veneziano

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22 agosto 2019

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