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L’albero dell’Eden
viene trapiantato sul Golgota

· Romano il Melodo per l’Esaltazione della santa Croce ·

Nell’inno di Romano il Melodo per la festa dell’Esaltazione della santa Croce il poeta teologo (490-555) dà voce al buon ladrone, crocifisso con Gesù sul Golgota, e mette poi in bocca al diavolo l’amarezza di fronte alla redenzione che Cristo porta nel mondo. Subito Romano introduce il filo conduttore di tutto il poema: la centralità della croce come unico albero, presente nell’Eden e presente sul Golgota, ignorato da Adamo, ma riconosciuto e confessato dal ladrone: «Il legno tre volte beato, dono di vita, fu piantato dall’Altissimo nel mezzo del paradiso affinché Adamo potesse ottenere la vita eterna e immortale. Ma lui non riconobbe la vita, la smarrì e scoprì la morte. Invece il ladrone, che vide come questo albero dell’Eden era trapiantato sul Golgota, riconobbe in esso la vita».

Romano sottolinea come la croce diventa il luogo da dove il ladrone vede già il paradiso: «Quando fu innalzato sul legno gli occhi del suo cuore si aprirono ed egli contemplò le gioie dell’Eden. Appeso alla croce scorgeva la vita sul legno, ma provava afflizione per Adamo sofferente». L’innografo introduce poi Cristo stesso per formulare il tema paolino del vecchio e del nuovo Adamo: «Al ladrone Cristo disse: Non compiangere Adamo tuo progenitore, perché io sono il secondo e vero Adamo e per mia volontà sono venuto a salvare l’Adamo che mi appartiene».

Viene poi sviluppato il tema della redenzione del genere umano operata da Cristo stesso per mezzo della sua incarnazione e la sua croce: «Nel mio amore per il genere umano sono sceso per lui dall’alto dei cieli e sono diventato maledizione perché da essa voglio liberare Adamo. Per un legno la trasgressione penetrò nel tuo progenitore, ma egli entrerà di nuovo nel paradiso per il legno della vita». La croce quindi diventa la chiave che riapre l’Eden, tema comune alla letteratura cristiana orientale: «Quando il primo creato fu scacciato dal paradiso, i cherubini ne sbarrarono la strada, ma tu prendi la mia croce sulle spalle e va in fretta all’Eden».

Così il ladrone avviato verso il paradiso inneggia alla croce di Cristo: «Il ladrone prese sulle spalle l’emblema della grazia, come aveva detto colui che è in tutto misericordioso, e si mise in cammino benedicendo il dono della croce e cantando un cantico nuovo: Tu sei l’innesto per le anime sterili, tu sei l’aratro, tu sei la buona radice della vita risuscitata, sei la verga del castigo». Bellissime sono le immagini usate per descrivere la croce: «Tu sei il bastone che accompagna verso la vita i peccatori che sperano in te, tu sei il vaglio che sull’aia separa la paglia dal raccolto. Tu sei il timone divino della barca della Chiesa di Cristo per dirigere i giusti ed i credenti verso il paradiso».

All’arrivo in paradiso il cantico del ladrone accenna anche al tema paolino della partecipazione del cristiano alla croce e alle sofferenze di Cristo: «Vedo la terra santa dei padri, che apparteneva al mio progenitore, e se l’esterno è pieno di luce, grandi davvero saranno i tesori all’interno. Occhio non vide, né orecchio udì, né cuore conobbe quello che il Signore ha preparato per i suoi amici, crocifissi con lui». Quindi il paradiso, grazie alla croce, viene restituito al ladrone, perché dopo il Golgota Adamo ne ridiventa padrone: «E i cherubini dissero: Vieni ladrone, ritorna in possesso dei diritti di tuo padre; a noi il paradiso non fu dato come se fossimo padroni: esso venne assegnato da Dio al primo uomo. Tu, o ladrone, ci hai rivelato che Adamo è stato richiamato dall’esilio».

Nella seconda parte del poema, Romano mette in bocca del diavolo l’amarezza per la sua sconfitta. Con immagini fortemente contrastanti, l’innografo mette in parallelo i due “furti” che amareggiano il tentatore: «E il diavolo, vedendo il ladrone nell’Eden, esclamò piangendo: Terribile è quanto mi è accaduto! Un ladrone giustificato che ha aperto il paradiso. E mentre cerco di rubare Pietro, proprio a me, che sono ladro, è stato rubato il ladrone! Mentre mi prendo gioco del discepolo impazzito, del traditore di Cristo, sono stato giocato dal ladro che per la sua fede è corso in paradiso».

Il diavolo, che cerca di rubare discepoli a Cristo, viene così derubato dal ladrone che era un suo strumento, e conclude il suo lamento: «Se avessi visto Giuda guadagnare il paradiso, non avrei sofferto troppo a causa sua, perché non era mio discepolo ma di Cristo. Il ladrone invece era mio fedele discepolo, eppure mi ha abbandonato per correre da Gesù, mi ha odiato e, quel che è peggio, a causa del legno è diventato anche custode del paradiso». E alla fine Romano invoca Cristo: «Insieme al ladrone gridiamo a te, come fossimo sulla croce: Ricordati di noi nel tuo regno, noi che abbiamo ricevuto il sigillo della tua croce che ci fa una sola cosa in paradiso».

Manuel Nin

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22 febbraio 2020

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