Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’Africa
non uccide più

· ​Il percorso per l’abolizione della pena di morte ·

Le note di Nkosi Sikelel ‘iAfrika (Dio benedica l’Africa) venivano intonate in Sudafrica dai parenti e dagli amici dei condannati a morte nel loggiato neoclassico antistante gli uffici della presidenza a Pretoria. Protestavano pacificamente perché le impiccagioni continuavano a creare «amarezza, tristezza, paura e sfiducia» non solo nel popolo sudafricano, ma in tutto il mondo. Tutto ciò non accadeva secoli fa, ma nel 1989 e il Sudafrica, allora, era uno dei Paesi con il più alto tasso di esecuzioni al mondo. Tra il 1980 e il 1989 erano infatti state uccise 1.217 persone. Qualcosa però stava cambiando.

L’anno successivo, alla fine dell’apartheid, il paese introdusse una moratoria legale di cinque anni sulle esecuzioni, al termine della quale la pena di morte fu dichiarata incostituzionale con una sentenza della Corte Costituzionale del 6 giugno 1995. Il Parlamento decise l’abolizione formale nel dicembre del 1997 approvando una legge (Criminal Law Amendment Act) che entrò in vigore il 13 novembre 1998. Quella del Sudafrica è solo una delle vicende di conquista civile contenute nell’ultimo sforzo editoriale di Antonio Salvati, L’Africa non uccide più (Infinito edizioni), che racconta come il continente non è solo come lo raccontano i media, sinonimo di miseria e arretratezza, ma una terra dalle mille opportunità e sta dando un contributo notevole al percorso abolizionista della pena di morte configurandosi come il secondo continente, dopo l’Europa, sulla strada dell’eliminazione della pena capitale.

«Una parte consistente del volume — spiega l’autore — è caratterizzata da una sorta di stato della pena di morte in Africa con schede, più o meno estese, sui singoli Paesi. Sono state realizzate attraverso un lavoro di monitoraggio e assemblando le diverse note diffuse dalle più importanti agenzie di stampa internazionali, gli articoli di quotidiani nazionali e internazionali». L’Africa secondo l’autore ha giocato, e continua a giocare, un ruolo fondamentale e ha assunto un valore simbolico in questa battaglia, nonostante abbia conosciuto le più gravi violazioni dei diritti umani.

Ma la lotta contro l’impunità non si può risolvere con la pena di morte, avverte Salvati. «Per questo i Paesi africani che vogliono dimostrare di non essere più terra di colpi di stato ed esecuzioni capitali possono lanciare al mondo un segnale di non violenza».

Nel leggere le schede de L’Africa non uccide più si comprende che dalle scelte abolizioniste di molti Paesi africani viene un richiamo ai Paesi più avanzati perché riflettano sul fatto che la sacralità della vita e della persona umana non sono compatibili con la pena di morte. «Abolirla non è un atto di debolezza, ma una dimostrazione di forza degli stati liberi e democratici» continua l’autore. In un continente afflitto da problemi gravissimi, come quello africano, si può cedere alla tentazione di considerare la pena di morte come una questione secondaria. I documenti riportati nel libro ci dicono il contrario.

Proprio lì dove le ragioni della vita e della dignità dell’uomo sono esposte alle offese più gravi, è tanto più urgente che gli stati rifiutino di riconoscere cittadinanza giuridica alla pena capitale. «Il senso di questo volume è anche dar conto dell’impegno contro la pena di morte e nella campagna mondiale per la moratoria della Comunità di Sant’Egidio, illustrandone nel dettaglio le ragioni e descrivendone le situazioni particolari» rileva Salvati che ha deciso di devolvere i diritti d’autore a sostegno della Campagna per l’abolizione della pena capitale promossa dal Movimento fondato da Andrea Riccardi. «È un impegno che mi vede coinvolto da oltre vent’anni e che non a caso parte dall’Africa, dalle sue ferite e dai suoi problemi, ma anche dal suo umanesimo. Le recenti positive evoluzioni in questa battaglia, la riduzione reale dell’applicazione della pena capitale nel continente africano, la coraggiosa scelta di alcuni governi africani — anche di Paesi a maggioranza musulmana — per la sua totale abolizione, mostrano qual è l’apporto che l’Africa può dare in termini di civiltà al nostro tempo» evidenzia.

È un segnale importante che supera i confini linguistici e si fonda su valori morali ed etici quello che l’Africa manda al resto del mondo. Non è un caso che, secondo il volume, in questi ultimi anni il continente abbia fatto passi da gigante sulla strada dell’abolizione della pena di morte. La moratoria troppo spesso non si è dimostrata sufficiente, è necessario riaffermare il principio del diritto alla vita e serve un impegno internazionale e sovranazionale perché l’abolizione passa attraverso di esso. È il carattere irreversibile della pena di morte, che la rende fondamentalmente ingiusta. In certi Paesi è usata come risposta ferma davanti all’aumento della criminalità, in altri permette di sopprimere membri di organizzazioni proibite, ma non vi è norma che possa essere applicata o approvata se non si lega al sentimento popolare: e oggi il mondo sta sempre più respingendo il ricorso alla pena di morte.

Le più recenti indagini statistiche confermano la sua scarsa efficacia deterrente: questo smentisce uno degli argomenti più diffusi portati a sostegno delle tesi non abolizioniste. Ma è sul piano dei diritti della persona e della coerenza delle enunciazioni delle società democratiche che la contraddizione è più forte. «I Paesi africani che hanno optato per l’abolizione, hanno compiuto una scelta di civiltà. Si sono resi promotori di una visione moderna e alta della giustizia, ispirata alla sacralità della vita e alla inviolabilità della persona, quali principi cardine della convivenza umana» nota Salvati.

È un segnale incoraggiante, quello africano, che dimostra i progressi compiuti dal continente sulla strada della salvaguardia della dignità umana, della promozione della democrazia e dello stato di diritto. Questo avanzamento dovrebbe spingere gli altri Paesi, le Istituzioni internazionali e le organizzazioni non governative che si dedicano all’aiuto allo sviluppo, a sostenere i popoli africani nell’accelerare la loro crescita economica e nel dare un forte impulso alla lotta contro la fame e la povertà. «Se prosegue la tendenza all’abolizione con l’andamento degli ultimi vent’anni, l’intero continente sarà presumibilmente libero dalla pena di morte entro pochi anni. La tendenza è assai analoga a quella riscontrabile a livello mondiale, ma in Africa sembra progredire a un ritmo più rapido» riprende l’autore. «Gli africani sentono un grande bisogno di promuovere i loro diritti umani, malgrado i problemi endemici legati alla povertà crescente, alla notevole instabilità politica accompagnata da un eccesso di violenza, al sottosviluppo e alla guerra. Tuttavia, l’abolizione della pena di morte è di sicuro un traguardo alla portata dei governi e della società civile africani. Può sembrare una modesta riforma in mezzo alle enormi difficoltà del continente, ma ha un valore simbolico con il quale l’Africa riesce ad affermare la sua adesione ai valori universali. Questo motivo forse più di ogni altro spiega il recente successo dell’abolizione della pena capitale in questo continente» sostiene Salvati.

Bocciata dunque la giustizia vendicativa e spietata anche se il reato compiuto è grave ed esecrabile, per far sì che la pena di morte diventi, come ricorda il premio Nobel per la pace, Desmond Tutu, «parte della storia passata». Non solo in Africa.

di Davide Dionisi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE