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L’Africa non trova coesione politica

· Il vertice ad Addis Abeba ·

Sembra ancora lontana l’unità d’intenti politica dell’Unione africana che gli osservatori più attenti ritengono indispensabile per sottrarre il continente al sottosviluppo e alla marginalizzazione. Ne ha offerto un’ulteriore dimostrazione il vertice dell’organizzazione panafricana, concluso lunedì 30 ad Addis Abeba senza aver preso la sua decisione più attesa, cioè la nomina del presidente della Commissione, il suo organismo esecutivo. Dopo quattro turni di votazione i capi di Stato e di Governo non sono riusciti a esprimere la necessaria maggioranza dei due terzi dei 54 Paesi membri e hanno rinviato la decisione al prossimo vertice di giugno. Nell’attesa, l’interim sarà assicurato dall’attuale vice presidente della Commissione, il kenyano Erastus Mwencha.

Alle prime tre votazioni, il gabonese Jean Ping, che ha ricoperto l’incarico negli ultimi quattro anni, ha ottenuto un ridotto vantaggio sulla contendente, l’attuale ministro degli Interni del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma. Al quarto turno Ping è rimasto solo in lizza, ma ha avuto solo 32 voti.

Il voto era segreto, ma diverse fonti diplomatiche hanno riferito sotto garanzia di anonimato di un clima gelido tra le delegazioni di fronte alle pressioni esercitate da quella sudafricana, guidata dal presidente Jacob Zuma, mentre il Gabon ha mostrato più discrezione nella sua azione a favore della conferma di Ping.

Non pochi Paesi, soprattutto nell’Africa settentrionale, come Algeria ed Egitto, ma anche in quella subsahariana, in particolare la Nigeria, non hanno mai nascosto di non vedere con favore la candidatura del Sud Africa, prima potenza economica continentale, alla guida di fatto anche politica del continente. Del resto, da più parti si accusa il Sud Africa, unico Paese continentale a far parte del g20 e che l’anno scorso è entrato nel gruppo dei Paesi emergenti conosciuto con l’acronimo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e appunto Sud Africa) di non operare in primo luogo come rappresentante dell’Africa, ma di perseguire interessi principalmente propri. In ogni caso, il Governo di Zuma ha mancato un risultato che avrebbe potuto far valere anche in sede Onu in vista di una riforma, sempre annunciata e mai realizzata, del Consiglio di sicurezza.

In attesa di possibili sviluppi a giugno, c’è intanto uno stallo che minaccia di avere conseguenze negative sul funzionamento della Commissione nell’immediato futuro, con il pericolo di far slittare ancora non solo i processi di mediazione nelle varie crisi in atto nel continente, ma anche l’attuazione effettiva dei pochi programmi sui quali è stato raggiunto consenso.

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18 settembre 2019

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