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L’Africa dei pirati

· Sempre più insicure le coste del continente ·

La sfida della pirateria è una delle emergenze africane persistenti e anzi in crescita continua, nonostante il dispiegamento di imponenti operazioni navali internazionali, soprattutto nelle acque al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano, lungo cruciali rotte per le merci orientali verso l’Europa e verso il continente americano.

A queste incominciano ad aggiungersi iniziative degli stessi Paesi africani. Se sul fronte del Corno d’Africa, soprattutto in Somalia, i Governi locali mostrano scarse capacità d’intervento, qualcosa incomincia a muoversi invece sulla costa atlantica del continente, dove la sicurezza della navigazione commerciale rischia di essere compromessa dall’azione dei pirati, secondo quanto emerge dai rapporti dell’International Maritime Bureau.

La scorsa settimana, per esempio, hanno preso il mare dal porto di Cotonou, la principale città del Benin, le prime pattuglie congiunte di militari beninesi e nigeriani, che a bordo di una flottiglia di sette imbarcazioni hanno incominciato a controllare il tratto di coste che si affacciano sul golfo di Guinea, sempre più bersagliato dai pirati. L’iniziativa, chiamata Operazione prosperità, durerà per sei mesi, durante i quali la marina militare del Benin dovrà organizzarsi per provvedere direttamente alla sorveglianza della sua stretta fascia costiera.

Il ministro degli Esteri del Benin, Nassirou Bako Arifari, in un intervento all’Assemblea generale dell’Onu, ha denunciato «la nuova minaccia della pirateria marittima che con violenza ha colpito le nostre coste e le acque del Golfo di Guinea», parlandone come di una «vera piaga per la regione assieme al traffico di droga e falsi medicinali». Anche il presidente Thomas Boni Yayi ha più volte espresso timori per danni diretti all’economia beninese e per il rischio che il porto di Cotonou, dal quale dipende il 90 per cento degli scambi commerciali con l’estero, venga boicottato in caso di insicurezza marittima. Il Governo del Benin ha annunciato anche la prossima creazione di un centro di sorveglianza radar a Grand-Popo, la località sudoccidentale al confine con il Togo, per completare il dispositivo già operativo a Cotonou, ma che controlla solo il tratto di costa confinante ad est con la Nigeria.

Quest’ultimo Paese, primo produttore africano di petrolio, vede da tempo le navi che trasportano greggio prese d’assalto dai pirati, mentre dall’inizio dell’anno ben 19 attacchi sono stati sferrati a largo del Benin. Obiettivo del pattugliamento congiunto, secondo il capo di stato maggiore delle forze navali beninesi, Maxime Ahoyo, è «bloccare ogni tentativo d’assalto delle navi» che spesso trasportano petrolio e carburante.

Se il fenomeno della pirateria, almeno su vasta scala, è relativamente recente nel Golfo di Guinea, ben diversa è la situazione in Somalia e negli altri Paesi del Corno d’Africa, dove gli assalti alle navi si sono moltiplicati in questi ultimi anni, creando un giro di affari di milioni di dollari. La moderna pirateria su vasta scala, comunque, in Somalia ha almeno un ventennio. Negli anni 90, infatti, il crollo della dittatura di Siad Barre e la scomparsa di ogni autorità statale in Somalia, resero le acque del Paese una sorta di zona franca per tutti. I grandi pescherecci industriali — soprattutto giapponesi e sudcoreani, ma anche occidentali — approfittarono della situazione e penetrarono impunemente nelle acque territoriali somale, saccheggiandole e riducendo alla miseria i piccoli pescatori locali. Questi incominciarono così ad attaccare le navi straniere esigendo una specie di tassa che compensasse il loro mancato guadagno. A questo si aggiunse presto lo scarico di rifiuti tossici nelle acque e sulle coste somale, approfittando dell’assenza di controlli e della complicità di clan locali e di gruppi armati. Alla fine questi comportamenti hanno avuto un salto di qualità e la pirateria da principio artigianale si è trasformata in un esercito ben armato e dotato di imbarcazioni velocissime. All’inizio le corti islamiche avevano cercato di opporsi nelle aree da loro controllate, ma diverse fonti locali concordano nel riferire che ormai le milizie radicali islamiche si sono di fatto alleate con i clan somali che controllerebbero direttamente alcuni nuclei di pirati.

Nel 2008, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato le navi militari straniere ad intervenire. Al largo della Somalia incrociano da allora flotte che vedono impegnati i Paesi dell’Unione europea e della Nato, ma anche Cina, India e altri Stati che cercano di non far diventare la pirateria ancora più allarmante. Il risultato è finora tutt’altro che rilevante. L’Onu ha recensito 171 attacchi nel solo primo semestre del 2011 e nelle mani dei pirati ci sono tuttora una cinquantina di navi e oltre 500 ostaggi, in massima parte marinai filippini, thailandesi e pakistani che costituiscono la parte più rilevante dei lavoratori del mare, una categoria tra le più esposte ai pericoli che accompagnano la globalizzazione dei commerci lungo i collegamenti vitali dell’economia mondiale.

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