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L’Africa
che resiste

· ​“Resilient”, una mostra e un libro con le fotografie di Marco Gualazzini ·

La resilienza è la capacità di un individuo di adattarsi in maniera positiva a una condizione negativa e traumatica, senza alienare la propria identità. Marco Gualazzini, fotoreporter dell’agenzia Contrasto, usa non a caso questo termine in inglese, resilient, per il suo lavoro dedicato all’Africa, quella che resiste, nonostante le politiche neocolonialiste, lo sfruttamento delle multinazionali, la corruzione di certa classe dirigente locale. Quell’Africa ancora alle prese con carestie e conflitti legati a dispute etniche e al controllo delle risorse. Quell’Africa dalla quale fuggono migliaia di disperati alla ricerca di un futuro migliore al di là del Mediterraneo.

Kenya, Dadaab, 2016  © Marco Gualazzini/Contrasto

Non c’è nulla di esotico nel continente nero raccontato nella mostra Resilient, ospitata fino al 24 marzo presso Forma Meravigli a Milano, e nel libro che l’accompagna (Roma, Contrasto, 2018, pagine 191, euro 29). Quella testimoniata da Gualazzini è un’umanità dolente, consapevole del proprio destino, ma disposta ad affrontarlo con grande dignità, pronta, se possibile, a riscattarlo. Le sue foto non nascondono nulla, né lasciano spazio all’immaginazione. L’Africa raccontata è quella che l’occidente non vorrebbe vedere, che preferirebbe fosse lasciata lì dov’è: lontana, nascosta, ignorata. Finché non dà fastidio, finché non diventa un problema. Fino a quando pezzi di quell’Africa cominciano a sbarcare su spiagge più vicine; se non muoiono annegati durante il viaggio.

Come scrive Giampaolo Cagnin introducendo il volume, il fotografo «ci mostra occhi che non vorremmo incrociare, situazioni che non possiamo immaginare, realtà che vorremmo non ci riguardassero e che scompaiono perché lontane». Ma la lontananza non ne cancella l’esistenza: sono lì, a interrogare le nostre coscienze, a mettere in discussione le nostre comode esistenze, il nostro stile di vita, i nostri privilegi. «Prima di percorrere l’Africa, confessa in un altro scritto introduttivo Domenico Quirico, inviato speciale de «La Stampa» — credevo che l’infelicità fosse una cosa eccezionale. Poi con il passare del tempo mi sono accorto che è la cosa più abituale che ci sia al mondo. E ho lottato perché, giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio, non iniziassi a farci l’abitudine». Ecco, le foto di Gualazzini ci spronano a non abituarci all’infelicità del mondo, all’infelicità di altri uomini, alle ingiustizie che ne sono causa.

Per quanto ci provi, lo sguardo del fotografo non è mai neutrale. Gualazzini ne è consapevole e comunque non assume un atteggiamento distaccato. «Nel 2015 — ci spiega — Instagram ha festeggiato i primi cinque miliardi di fotografie condivise sui social network. Non so se davvero oggile fotografie hanno la potenza di poter davvero sensibilizzare. Tuttavia, poiché siamo un’élite, siamo più fortunati, abbiamo il dovere morale di essere almeno informati su ciò che succede dall’altra parte del mondo, quella che conosce la guerra, la carestia, i campi profughi. Queste fotografie non hanno alcuna velleità di cambiare il mondo, ma possono essere almeno un ponte per portare alla luce certe realtà».

E in effetti gli scatti del fotoreporter ci ricordano fatti che non possono e non debbono essere ignorati. Realtà che in qualche modo ci chiamano in causa proprio perché il nostro stile di vita agiato si poggia anche sulle sventure di altri. Quirico su questo è netto e provoca l'osservatore: «Constatiamo che l’Africa agonizza. Ed è largamente colpa nostra; è ancora la nostra violenza, postcoloniale se proprio avete bisogno di una definizione, che li cresce e li strazia. Abbiate il coraggio di guardare queste foto che vi faranno vergogna, e la vergogna, come ha detto Marx, è un sentimento rivoluzionario».

Dopo reportage sulla microfinanza in India, sulla libertà d’espressione in Myanmar e sulla discriminazione delle minoranze in Pakistan, negli ultimi anni Gualazzini ha coperto prevalentemente crisi umanitarie e conflitti in Africa. Resilient è il frutto di questi lavori, iniziati indagando il rapporto tra religione, stregoneria e malattia mentale nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Sempre in questo paese, si è occupato dello sfruttamento minerario, per passare poi a documentare i conflitti armati in Mali e nella Repubblica Centrafricana, l’uso dello stupro come arma di guerra, le infiltrazioni islamiste nell’Africa subsahariana come quelle dei jihadisti di Boko Haram, le politiche di accoglienza e le condizioni dei profughi in Nigeria, Kenya e Sud Sudan, e la situazione di instabilità nella Somalia in balia dei terroristi di Al Shabaab. L’ultimo reportage, dello scorso anno, testimonia la grave crisi umanitaria in corso lungo il bacino del lago Ciad dovuta alla desertificazione, conseguenza del cambiamento climatico.

In questo tour nell’Africa dolente, il fotoreporter ci fa vedere poveri villaggi invasi dal fango, strade polverose solcate da mezzi militari, precari presidi sanitari, ricoveri improvvisati. Soprattutto ci mostra uomini e donne che lottano ogni giorno per sopravvivere, che si tratti di duro lavoro o di sfuggire a un attacco, a una rappresaglia o di resistere in un campo profughi grande quanto una città. Ci presenta persone segnate da discriminazioni legate ad ataviche lotte etniche o ad antiche credenze. Ci pone dinanzi a vittime e ad aguzzini. Ci testimonia altresì l’inquietudine racchiusa soprattutto nei volti dei più giovani, nei loro sguardi, che celano tuttavia un’aspettativa di futuro.

«Una delle immagini più intense — scrive Gianluigi Colin nel testo che chiude il volume — è quella di una bambina somala, fotografata alla Mire Primary School a Bosaso. È racchiusa in una tunica bianca, tra altre ragazze avvolte da veli bianchi. Per un effetto di luci, solo il suo viso appare illuminato. Lei guarda l’osservatore, quasi interrogandolo. Quello sguardo così innocente e al tempo stesso così lontano, sembra interrogare ognuno di noi, mettendoci di fronte alla nostra indifferenza. Un’immagine silenziosa che si tramuta in urlo, che diventa monito». Ma ce n’è un’altra che per Gualazzini rappresenta meglio di altre il concetto di resilienza: la foto di una ragazza con il nihab ripresa sulla spiaggia di Mogadiscio. «Per noi — racconta — andare al mare è la normalità. Per alcuni, come i ragazzi che crescono conoscendo solo la guerra (la Somalia è in guerra dal 1991) e che credono che quella sia l’unica realtà, andare al mare è qualcosa di inusitato. Guardando quella foto siamo colpiti dal capo coperto di quella ragazza su una spiaggia assolata. Del resto quel velo è la rappresentazione di un certo tipo di religione e cultura. Ma quella immagine ci dice altro. Ci dice che oggi la cosa importante è che quella ragazza sia al mare».

È questa la resilienza, il filo conduttore che vuole portare le storie oltre il dramma che le accomuna, per far emergere da esse una forma di speranza. «Perché se tutto fosse perduto — chiosa l’autore — forse non varrebbe neanche la pena raccontarle». E così, questo viaggio di Marco Gualazzini, tra savane e deserti di una terra bellissima e selvaggia che nessuno dei suoi abitanti lascerebbe se non fosse davvero costretto, diventa il grido di speranza di un continente ancora troppo fragile, segnato da immani tragedie, ma che resiste, nonostante tutto. E che vorrebbe prendere finalmente il controllo del proprio destino. La domanda è: glielo permetteremo?

di Gaetano Vallini

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21 aprile 2019

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