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L’aedo degli schiavi

· Esiodo, il pastore consacrato poeta dalle Muse ·

Come doveva presentarsi il paesaggio della Beozia, la regione della Grecia centrale con capoluogo Tebe, in età arcaica, fra l’VIII e il VII secolo prima della nascita di Cristo? E quale aspetto doveva avere, in particolare, quel lembo di territorio beotico che si estendeva ai piedi dell’imponente massiccio del monte Elicona e che comprendeva anche Ascra, il villaggio nativo del grande poeta Esiodo, autore della Teogonia e di Opere e giorni?

Gustave Moreau, «Esiodo e la musa» (1891, particolare)

Una ricerca in internet, eventualmente da verificare mediante una ricognizione in loco, ci sottopone scorci di panorami aspri e in gran parte brulli. Nulla di ameno, di idilliaco, di mitologicamente evocativo. Forse nell’antichità la situazione era diversa? Forse quella terra oggi all’apparenza arida sciorinava al sole floridi boschi, campi irrigui e prati smeraldini? Ipotesi poco probabile.

Stando alla testimonianza dello stesso Esiodo, la realtà territoriale di allora non doveva differire granché dall’assetto odierno, se è vero che Ascra gli appariva come (per citare un suo illustre estimatore, Giacomo Leopardi) una sorta di «natio borgo selvaggio»: «misero paese» è la definizione che si legge in Opere e giorni, ai vv. 639-40, «orribile d’inverno, penoso d’estate e mai gradevole».

Sorprendentemente, nel proemio della Teogonia quel medesimo contesto ambientale risulta riscattato, ingentilito, illeggiadrito. A trasfigurarlo è la presenza delle «Muse eliconie» (non a caso i primi centoquindici versi del poema vengono designati nel loro complesso come “inno alle Muse”, con implicito rimando alla struttura e al linguaggio dei cosiddetti Inni omerici), che si profilano attraverso immagini di pura eleganza visionaria: le loro danze «intorno alla sorgente viola» e «sulla vetta dell’Elicona», i loro lavacri nelle acque del fiume Permesso e della fonte Ippocrene, la loro «voce bellissima» elevata nel canto celebrativo del sommo Zeus, che le ha generate unendosi a Mnemosine (“Memoria”), e di tutta la sua corte divina. Voce che — ecco il colpo di scena capace d’infrangere la barriera tra la sfera trascendente degli dèi e la quotidianità immanente degli uomini — Esiodo riproduce in tre lapidari esametri in cui si condensa la sua soprannaturale investitura al rango di aedo ispirato dall’alto, di cantore per il popolo greco delle supreme verità cosmico-religiose. In sostanza, una vocazione insieme poetica e profetica, sbocciata in seguito a un’epifania.

Poiché furono appunto le Muse che, «una volta», apparvero a Esiodo (un’esperienza da lui raccontata passando dalla terza alla prima persona e così introducendo nell’atto creativo una salda coscienza del proprio ruolo d’autore) mentre «pascolava gli agnelli ai piedi dell’Elicona divino», gli «insegnarono un bel canto» e «come scettro» gli consegnarono «un ramo d’alloro fiorito». Non può non colpirci, qui, la spiccata analogia con la teofania di Esodo 3: da un roveto ardente, alle pendici del monte Oreb, il Signore parla a Mosè, che lì ha condotto al pascolo il gregge del suocero Ietro, per affidargli la missione di liberare il popolo ebraico dalla schiavitù cui soggiace in Egitto. In chiave di vocazione più propriamente orientata alla scrittura, non meno pertinenti sembrano anche altri riscontri biblici. Si pensi alla visione teofanica e all’arcano rito d’iniziazione riferiti da Isaia (cap. 6), oppure alla consacrazione profetica di Geremia (1, 4-19) mediante un tocco sulla bocca da parte di Dio stesso e non più, come in Isaia, per “delega” a un serafino con un carbone incandescente in mano; o, ancora, all’attestazione di Amos (7, 15): «Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

E si consideri, poi, che nell’intero arco della letteratura greco-romana, già a partire da Omero (che gli studiosi, qualunque ne sia l’identità individuale, duale o plurale, ritengono di poco anteriore a Esiodo), l’invocazione a una Musa o alla totalità delle Muse rappresenta una forma canonica di esordio del canto poetico. Né si sottrarrà a questa tradizione propiziatoria, pur sacralizzandola in dimensione cristiana, persino il classicista Dante: «O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate» (Inferno II 7); e, con specifico appello alla Musa ispiratrice della poesia epica: «...o sante Muse, poi che vostro sono; / e qui Calïopè alquanto surga, / seguitando il mio canto» (Purgatorio I 8, 10).

Nell’Introduzione che precede la sua scrupolosa traduzione a fronte del testo originale, Gabriella Ricciardelli, già docente di lingua e letteratura greca alla Sapienza di Roma, curatrice della nuova edizione della Teogonia esiodea per la collana «Scrittori greci e latini» (Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, novembre 2018, pagine XCVI-206, euro 35), accenna a una vexata quaestio dibattuta tra gli specialisti in rapporto al proemio: «Ci si è chiesti se per Esiodo l’incontro con le Muse sia una visione effettivamente sperimentata o un’allucinazione o un sogno (…) o una semplice convenzione letteraria, una metafora per indicare l’ispirazione poetica». Il convincimento espresso da Ricciardelli è che il poeta intenda comunque rappresentare quella straordinaria esperienza come da lui realmente vissuta: plausibile risposta a un quesito di per sé ozioso. La “musofania” (se è lecito coniare un simile neologismo) ambientata ai piedi dell’Elicona appartiene a un ordine di verità spirituale che trascende ogni criterio di verosimiglianza o inverosimiglianza, di razionalità o irrazionalità misurata secondo rigorose categorie logiche. È lo statuto stesso della poesia a prevedere che reale e immaginario possano a volte fondersi e confondersi.

Qual è d’altronde il mythos, il «discorso» educativo che le Muse rivolgono al loro alunno? «Sappiamo dire molte menzogne simili alla realtà, / sappiamo però quando vogliamo cantare il vero». Pur nella sua oracolare ambiguità, il messaggio sembra alludere non tanto a una presunta polemica nei confronti dell’epos omerico, in base a un’interpretazione suggerita dall’anonimo “prosimetro” noto come Agone tra Omero ed Esiodo; quanto all’impalpabile linea di demarcazione tra la “verità” ontologica sinceramente perseguita e la “menzogna”, cioè il contributo della fantasia alla mitopoiesi nell’ambito dello sconfinato scenario cosmogonico che si dispiega nella Teogonia.

Esiodo si riallaccia infatti a un nucleo ancestrale di tradizioni sui primordi del mondo, autoctone ma non prive di connessioni con libri sacri del Vicino oriente, per narrare, lungo un articolato processo generativo, la nascita di svariate divinità (personificazioni di elementi naturali, ipostasi di entità astratte, esseri mostruosi, figure antropomorfe) e la loro collocazione nel pantheon ellenico secondo una geometria di rapporti verticali e trasversali: un immenso albero genealogico comprendente più di trecento personaggi, tutti dotati di nomi che compongono un nutrito catalogo, un’anagrafe estesa per centinaia di versi. Nel sistema esiodeo, però, in principio non esiste — come nella Genesi biblica — un Dio creatore. Dal Caos primigenio emergono anzitutto Terra ed Eros, poi Erebo e Notte, dai quali hanno origine, per contrasto luminoso, Etere e Giorno. Terra genera il Cielo stellato, i Monti e il Mare. Per opera di Eros inizia quindi una diramata serie di accoppiamenti e di procreazioni che scaturiscono primariamente dall’unione di Cielo e Terra, ovvero Urano e Gea.

Spiccano, al centro della catena “teogonica”, due episodi drammaticamente simili di lotta intergenerazionale per la conquista del potere sovrano. Urano odia i figli avuti da Gea e, appena nati, li nasconde nelle vaste viscere della sposa. Costei fornisce allora al figlio più giovane, Crono, un’enorme falce con la quale Urano viene evirato (dai genitali caduti in mare e divenuti schiuma nascerà Afrodite) e spodestato. Ma su Crono si abbatte in seguito la nemesi: poiché paventa che uno dei figli lo detronizzi, li inghiotte man mano che Rea li partorisce; senonché Zeus viene salvato dalla madre, che inganna Crono consegnandogli una pietra in luogo del bambino, custodito in una caverna di Creta; una volta cresciuto, Zeus esautora il padre, lo costringe a vomitare i figli nati in precedenza (fra cui Ade e Posidone, i sovrani dell’oltretomba e del mare) e assume la suprema signoria sull’intera stirpe divina, consolidandola quando con l’aiuto dei giganteschi Centimani respingerà l’assalto all’Olimpo sferrato dai Titani (Titanomachia) e sprofonderà gli aggressori negli inferi. Darà poi vita a una nuova generazione composta da Atena, Apollo, Artemide, Ermes, Dioniso e altri immortali. Sigillo conclusivo è infine l’elenco dei figli di dee unitesi a uomini mortali.

In effetti, più che alla Teogonia (1022 esametri dattilici) la fama di Esiodo presso la posterità è legata all’altro suo poema pervenutoci integrale, Opere e giorni (828 esametri), alla cui maggior fortuna anche scolastica contribuiscono diversi fattori: il carattere concretamente didascalico della sezione “manualistica”, archetipo del genere georgico, dove si addensano norme, precetti, istruzioni tecniche, massime sapienziali per un proficuo esercizio dell’agricoltura; lo spessore autobiografico (la migrazione del padre mercante dall’Asia Minore alla Beozia, la vertenza giudiziaria col fratello Perse per la spartizione dell’eredità paterna, la vittoria in una gara poetica a Calcide in Eubea); la narrazione dei suggestivi miti di Prometeo e di Pandora e l’evocazione delle cinque età del mondo (oro, argento, bronzo, eroi, ferro); ma soprattutto la tensione etica insita, al di là di un realistico pessimismo, nella promozione di valori antieroici e antiaristocratici, quali la giustizia, la pace e la dignità intrinseca all’onesta, nobilitante pratica del lavoro.

E tuttavia la moralità di questa dottrina socio-economica affonda radici inestirpabili nella religiosità che impregna l’ardito disegno metafisico della Teogonia. I due poemi formano un dittico inscindibile, sia pure segnato da vistose differenze tematiche e variazioni stilistiche. Se ne dimostrò consapevole un loro competente lettore moderno, Giovanni Pascoli. «Cantai la rissa tra la Terra e il Cielo» rievoca, con allusione alla Titanomachia, l’Esiodo “simile alla realtà” protagonista del Poeta degli iloti, uno dei più raffinati Poemi conviviali. E subito dopo annuncia: «Ora il lavoro canterò, né curo / ch’io sembri ai re l’aedo degli schiavi».

di Marco Beck

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