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L’adolescente ribelle e l’unità dei cristiani

· Storia di Maria Gabriella Sagheddu ·

«Diceva di no, tuttavia andava subito»: così le testimonianze descrivono la piccola Maria Gabriella Sagheddu, nata a Dorgali il 17 marzo 1914, durante la sua infanzia in Sardegna. 

Maria Gabriella Sagheddu

Figlia di un pastore morto giovane, quinta di otto figli, fu un’adolescente ribelle ma con un forte senso del dovere. Sostanzialmente indifferente alle pratiche religiose, nonostante la grande fede della madre, Maria Gabriella cambiò a 18 anni: la morte della sorella poco più giovane di lei la mise infatti fortemente in crisi. Da quel momento la fede divenne la sua ragione di vita. Iscrittasi alla Gioventù femminile dell’Azione cattolica, a 21 anni decise di entrare in convento. Al suo direttore spirituale, don Basilio Meoni, disse «Mi mandi dove vuole!», e lui la indirizzò al monastero delle trappiste di Grottaferrata, dove la ragazza entrerà il 30 settembre 1935. Meno di quattro anni dopo, suor Maria Gabriella morirà a soli 25 anni: un tempo brevissimo, eppure capace di lasciare un’eredità enorme, tanto che il suo nome è il primo modello di santità contemporanea citato da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate.

In monastero Maria Gabriella conoscerà due donne preziose — la badessa Maria Pia Gullini e Tecla Fontana, maestra delle novizie —, e sarà anche grazie al loro esempio che la ragazza vivrà profondamente la strettissima clausura tra silenzio, preghiera, lavoro e anelito all’unità dei cristiani. Il giorno della professione scrisse una preghiera — «Gesù, consumami come una piccola ostia di amore per la tua gloria e per la salvezza delle anime» — che riassume il senso della sua eredità. Nel corso dei tre anni e mezzo di vita claustrale, infatti, Maria Gabriella si consumerà lentamente donandosi per l’unità. «La mia vita non vale niente... posso offrirla tranquillamente».
Quando madre Gullini — che alimentò nella comunità un amore per l’unità dei cristiani inusuale al tempo — presentò alle sorelle la richiesta di preghiere in questa direzione, suor Maria Gabriella comprese la sua strada: «Sento che il Signore me lo chiede», disse alla badessa. Il giorno stesso dell’offerta di sé, la tubercolosi polmonare letteralmente aggredì il suo corpo, fino a quel momento sanissimo. Morirà la sera del 23 aprile 1939.
«Pregare per l’unità — ha scritto nell’Ut unum sint Giovanni Paolo II, che ha beatificato la Sagheddu il 25 gennaio 1983 — non è riservato a chi vive in un contesto di divisione tra i cristiani. In quell’intimo e personale dialogo che ciascuno di noi deve intrattenere con il Signore nella preghiera, la preoccupazione dell’unità non può essere esclusa. Soltanto così, infatti, essa farà pienamente parte della realtà della nostra vita e degli impegni che abbiamo assunto nella Chiesa. (...) Questo è il fulcro di ogni preghiera: l’offerta totale e senza riserve della propria vita al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. L’esempio di suor Maria Gabriella ci istruisce, ci fa comprendere come non vi siano tempi, situazioni o luoghi particolari per pregare per l’unità».

di Giulia Galeotti

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20 maggio 2019

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