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L'acrobata dell'attimo fuggente

· Retrospettiva di Henri Cartier Bresson al MoMa di New York ·

È la seconda volta che il Museum of the Modern Art (MoMa) di New York organizza una grande retrospettiva di Henri Cartier Bresson. La prima nel 1946  fu il  risultato di un equivoco. Cartier Bresson era stato  ritenuto morto in guerra  e per tale motivo la mostra sarebbe stata postuma. Venuto a conoscenza del progetto, il grande fotografo, molto divertito, si mise in contatto con il museo chiedendo ai curatori se per caso avessero bisogno del suo aiuto... Ovviamente accettato con giubilo, Cartier Bresson impiegò un anno intero a preparare l'esposizione che fu poi inaugurata nel 1947. Durante quei mesi aveva raccolto trecento foto che all'arrivo negli Stati Uniti sistemò frettolosamente in uno scrap book per poterle mostrare ai curatori. Dopo la mostra quello stesso album finì nella sua biblioteca, dove rimase nascosto fino al 1992 quando sua moglie lo ritrovò. Purtroppo si era molto deteriorato, solo tredici pagine si erano salvate e con esse venne stampato un nuovo libro.

La rassegna di New York è molto importante poiché, non a caso, Henri Cartier Bresson è stato definito «l'occhio del secolo». In mostra si possono ammirare oltre duecento stampe, molte delle quali inedite, cinquanta stampe d'epoca, film, su di lui o girati da lui, e tutto un repertorio di memorie, oggetti e disegni, documenti e libri. È come se i cassetti della sua vita più intima siano stati svuotati perché il pubblico sappia chi sia stato  questo grande uomo.

Per molti giovani la sua testimonianza visiva e la sua capacità di osservazione, così particolare e profonda, è stata più importante di qualsiasi libro o saggio sulla storia che non hanno vissuto. Le sue immagini sanno arrivare dritte al cuore, indignare la ragione, a differenza delle parole che spesso sono viziate dall'enfasi o dalla retorica. Non c'è paese in cui Cartier Bresson non si sia recato. Sgomenta osservare la carta geografica del mondo seguendo la traccia dei suoi passaggi.

La mostra del MoMa vuole rendere omaggio a un uomo che  di volta in volta è stato  testimone privilegiato di mutazioni culturali, sociali, politiche dell'intero XX secolo. Con lui e le sue immagini si viaggia a ritroso in un tempo che è stato il suo e ora è il nostro. Soprattutto ci ha impartito una grande lezione insegnandoci che nulla è insignificante a saperlo vedere. Dove «vedere» sta per riconoscere. In realtà parte del talento del fotografo nasce da una naturale attitudine artistica. La sua formazione di pittore traspare dalla sua memoria visiva che certe immagini suggeriscono. Per esempio citazioni (forse) involontarie di quadri celebri, come La Baignade di Georges Seurat per una foto del 1938 che mostra un gruppetto di merendieri in riva a un fiume, non a caso a Juvisy-sur-Orge. Per non parlare di quei collegiali in mantella nera affacciati su una Senna vista dall'alto a Parigi nel 1953. E quel gruppo di escursionisti abbagliati dal sole a osservare il fiume dall'alto nella città di Rouen avvolta nei vapori estivi? Reportage e tranche de vie ... E poi, ancora, quanto somigliano a certi quadri di Joaquín Sorolla i pastori di Orgosolo colti in Sardegna nel 1962?

Osservando queste foto si ha la sensazione che la bellezza arrivi spontanea come un imprevisto. Ci si chiede ad esempio se Torcello, near Venice del 1953 sia stata scattata per ricordare quel ponte elegante e un po' délabré o per fissare quella corsa della ragazza nel vento. Ed è come un'incisione di Vallotton quel paesaggio tedesco sotto la neve del 1956 in cui i bianchi e i neri sono netti come in una scacchiera.

Si potrebbe, dunque, raggruppare la produzione di Cartier Bresson per grandi temi. Il reportage ispirato alle miserie di nazioni, metropoli, periodi bui legati a guerra e dopoguerra, umani abbrutimenti nati dalla depravazione e dalla follia. Foto di denuncia in cui gente anonima diventa a propria insaputa protagonista, «una parte per il tutto», prototipo del male di vivere.

Come  già detto, ci sono poi immagini dettate dalla grande cultura visiva del suo autore e infine una straordinaria produzione che riguarda i ritratti. Questi scatti nel tempo di un click riescono a raccontare l'anima segreta di uno scrittore, di un artista, di uno scienziato. Incredibili nella loro dimessa modestia i coniugi Irène e Frédéric Joliot-Curie, figlia e genero dei grandi scienziati Curie, ripresi nel 1945. E quell'Albert Camus del 1944 così esistenzialista con la sua cicca (gauloise?) all'angolo della bocca. E François Mauriac, non si sa se più crudele o romantico in quel suo sguardo perso chissà dove...

Ma da dove viene Cartier Bresson?

A trenta chilometri da Parigi sorgono villaggi emblematici per ciò che rappresentano nella storia dell'arte. Per esempio Giverny dove sono i giardini di Monet, Auvers-sur-Oise dove è morto e sepolto Van Gogh, o Chanteloup dove il 22 agosto del 1908 è nato Henri Cartier Bresson.

Quand'era molto giovane, per spirito d'imitazione di uno zio pittore, Henri voleva dipingere. Divenne allievo di Jacques-Emile Blanche e di André Lhote e frequentò i primi surrealisti. A ventitré anni trascorse un anno in Costa d'Avorio e qui scoprì la necessità di prendere appunti veloci come solo la fotografia può fare. Comprò una Leica e ripartì. Esplorò il sud della Francia, l'Italia, la Spagna e il Messico.

«Fotografare  —  dice — è un modo di vivere. Vuol dire mettere sulla stessa traiettoria la testa, l'occhio, il cuore».

In questo periodo giovanile è consumato da una specie di ansia d'impadronirsi di tutto quanto vede e la sua curiosità sembra insaziabile. Fa di tutto per superare i limitati orizzonti borghesi che gli appaiono meschini e insensati. Infine, nel 1935, non ancora trentenne, comincia a lavorare negli Stati Uniti per il cinema di Paul Strand e successivamente, tornato in Francia, collabora con Jean Renoir, figlio del grande pittore impressionista.

L'occasione per realizzare le sue prime grandi foto di reportage gliela offre un viaggio in Spagna nel 1933. In queste immagini realizza la sua filosofia: «Fotografare è nello stesso istante e in una frazione di secondo, riconoscere un fatto e l'organizzazione rigorosa delle forme percepite visivamente che esprimono e danno un senso a questo fatto». Da molti considerato  padre del fotogiornalismo,  fu anche il primo fotografo occidentale autorizzato a scattare in Unione Sovietica dopo il 1945. La prima volta nel 1954 e  poi diciannove anni dopo riuscendo a mostrare la vita delle persone comuni attraverso la lente d'ingrandimento della grande Storia.  A questo proposito disse: «Diciannove anni dopo il primo viaggio, ho desiderato rivedere l'Urss. In effetti niente è più rivelatore che poter confrontare un paese con se stesso, osservandone i cambiamenti nel tempo e cercando di individuare il filo conduttore della sua continuità».

Come  detto, Cartier Bresson è stato anche ritrattista. Incisive quanto memorabili le immagini che ci raccontano Marcel Duchamp, Martin Luther King, Marilyn Monroe, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e tanti altri che rappresentano nei vari campi della cultura il volto del Novecento. Vi è però una foto che non è né reportage né ritratto, pur riunendo in se stessa entrambe le caratteristiche. È il cardinale Eugenio Pacelli ripreso di spalle a Montmartre nel 1938. La figura ieratica del futuro  Pio XII si riconosce per l'inconfondibile eleganza della testa vista di tre quarti, che mette in risalto il profilo del volto scarno e degli occhiali. La mano affusolata sparisce nella stretta adunca di una coppia di fedeli. L'uomo la bacia devotamente, mentre la donna mostra un'espressione di supplica disperata. Lo spettatore è magnetizzato dal gruppo del cardinale e dei suoi fedeli, mentre intorno accade ben altro. Curiosi insensibili al momento di commozione, ridono, premono, cercano di farsi notare.

Il  fotografo ha fatto in tempo a capire che era arrivato anche per le foto il momento di essere considerate opere d'arte. Tanto che nel terzo millennio il collezionismo ha superato la barriera di diffidenza per queste opere, troppo facilmente riproducibili. Per tale ragione l'artista rilasciò una sorta di testamento in cui dopo aver formato con la moglie Martine Franck e la figlia Melanie la Fondazione Cartier Bresson, diffidava chiunque dallo stampare nuove immagini oltre alle già esistenti.

Henri Cartier Bresson muore quasi novantaseienne,  il  3 agosto 2004 alle 9,30 del mattino,  nella sua casa parigina al 198 di Rue de Rivoli.

Da più di vent'anni ormai aveva abbandonato la fotografia per tornare alla sua prima passione, la pittura. Sosteneva che la fotografia — rigorosamente in bianco e nero — era stata un mezzo, non un fine, un mezzo espressivo quanto colori e pennelli, tanto che non aveva mai cambiato la piccola Leica 35mm comprata da giovane. Né si era mai avvalso delle nuove tecnologie per ottenere effetti speciali. Si era accontentato di usare un semplice obiettivo da 50mm.

Il suo «effetto speciale» è stato un sesto senso incorporato che gli ha fatto anticipare l'attimo fuggente, il momento significativo di ogni situazione. Ha avuto sempre i riflessi così pronti da rendere incredibili certe inquadrature, tanto che gli invidiosi hanno insinuato il sospetto che fossero state preparate «a tavolino».

Erano semplici istantanee che «l'acrobata dell'attimo fuggente» aveva saputo catturare per raccontare il senso della vita e delle cose che la abitano.

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