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Lacrime di donna nel deserto

· Testimonianze dall’America latina ·

Il deserto di Atacama si trova nella regione settentrionale del Cile. È anche il deserto più alto e più secco al mondo. La sua aridità è spiegabile: le correnti marine dell’Oceano Pacifico, che bagna le coste del Cile, non riescono a giungere fin qui a causa dell’altitudine. Le nubi, piene di umidità, versano il loro contenuto di pioggia prima di raggiungere il deserto. Questo deserto, dunque, riceve pochissima pioggia ed è il luogo più secco dell’intero pianeta. Il paesaggio è diverso da quello che osserviamo in altre regioni desertiche. Nell’Atacama coesistono vulcani, montagne innevate, geyser, dune, rupi, vallate, laghi e formazioni rocciose antichissime. 

Patricio Guzman, «Nostalgia della luce», 2010

Le temperature nel deserto variano dagli zero gradi centigradi notturni ai 40 gradi diurni. Contrariamente allo stereotipo, l’Atacama, il deserto più arido al mondo, è ben lontano dall’essere “solo sabbia”. Le formazioni rocciose della Valle della Luna, il fenomeno naturale dei geyser di Tatio, la variopinta bellezza delle lagune dell’altopiano e l’elevata temperatura delle terme di Puritama sono solo alcuni esempi «di paesaggi affascinanti (...) che si uniscono al grande silenzio che pervade l’Atacama» (Luciana Cristo). Inoltre, malgrado la siccità, il deserto offre fiori di rara bellezza. Luis Sepúlveda, nel libro Las rosas de Atacama (Oporto, Porto Editora, 2011) dice: «Eccole davanti a te. Sono le rose del deserto, le rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta l’anno».
E comunque, chi poggia i suoi piedi al suolo guarda anche il cielo. Il grande interesse di questo deserto non sta solo dove si cammina. Negli anni Cinquanta scienziati e astronomi hanno iniziato a interessarsi a questa regione. Per quale motivo? Perché il cielo cileno, proprio sopra Atacama, è considerato il più luminoso e adeguato a osservare i corpi celesti. È stato installato un osservatorio con un telescopio di ultima generazione, equipaggiato con un dispositivo che consente ad apparecchi digitali accoppiati di scattare spettacolari astrofotografie. È il miglior telescopio al mondo.
Il cielo dell’Atacama non ha solo un potenziale turistico. Al contrario, ha risvegliato l’attenzione di astronomi da tutto il mondo, che oggi partecipano al progetto Alma (Atacama Large Millimeter Array), un osservatorio astronomico situato a cinquemila metri di altezza, nella zona del Chajnantor, vicino a San Pedro.

Una rosa di Atacama

Perché un luogo che in fondo interessa soprattutto turisti, astronomi e archeologi, che studiano la stratigrafia del suolo e i graffiti tracciati su pareti rocciose e caverne, lasciate dagli antichi popoli cacciati dall’uomo bianco, dovrebbe attirare l’attenzione della teologia? Certo, la bellezza naturale, dal paradiso o dalla terra, fa riferimento a quella che oggi è una priorità teologica: l’ecologia.
Come giustamente dice Papa Francesco nella Laudato si’, l’universo è la nostra casa comune. Inoltre, il nostro atteggiamento per avvicinarci alla natura e all’ambiente deve essere di “stupore e meraviglia”, così come siamo chiamati a parlare “il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo”. Francesco di Roma prosegue commentando Francesco d’Assisi: la natura è uno splendido libro dove Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua divinità. Dalla magnificenza e dalla bellezza delle cose create, possiamo intuire, per analogia, il loro autore» (ibidem, 11, 12)
Come afferma la Laudato si’, il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere: è un mistero gioioso che contempliamo nella letizia e nella lode (ibidem, 12). Contemplare la bellezza delle formazioni rocciose dell’Atacama, ricercare le origini delle nostre specie e di tante altre già scomparse, osservare il cielo e le stelle, tutto ciò ci permette di imparare come il nostro corpo è stato fatto e trovare una meravigliosa e grata comunione con il Creatore che ci ha creati dalla polvere delle stelle e dall’argilla del suolo (vedi Genesi 1 e 2). È sempre Papa Francesco a ricordarci che in questo universo, composto da sistemi aperti che entrano in comunicazione gli uni con gli altri, possiamo scoprire innumerevoli forme di relazione e partecipazione. Questo ci porta anche a pensare l’insieme come aperto alla trascendenza di Dio, all’interno della quale si sviluppa. La fede ci permette di interpretare il significato e la bellezza misteriosa di ciò che accade (Laudato si’, 79). Essendo misteriosa, la bellezza della natura nasconde segreti. Alcuni di essi sono meraviglie che la scienza continua a rivelare, di scoperta in scoperta. Altri sono segreti che svelano orrori e tragedie vissuti dall’umanità, che molti vorrebbero far scomparire e dimenticare, ma che la natura restituisce e comunica attraverso gli elementi più sorprendenti nascosti nel suo ventre.
C’è un altro fattore simbolico importante nel deserto di Atacama, che può condurci a una riflessione sulla sofferenza divina e umana e sulle lacrime: è quello che mostra il deserto come luogo di morte e di violenza, che nasconde il segreto di migliaia di vittime messe a tacere per sempre da una delle repressioni più violente mai conosciute dal continente latinoamericano. Oltre a essere un luogo di scomparsa e decimazione di popoli e antiche civiltà, il deserto di Atacama è, e continua a essere, la tomba di persone torturate e fatte sparire, vittime della dittatura militare cilena che ha governato il Paese dal 1973 al 1989. Dopo aver mantenuto questo segreto per molti anni, il deserto lentamente ha iniziato a rivelarlo. Proprio a causa della sua grande siccità, il contesto climatico dell’Atacama impedisce ai corpi di decomporsi con la stessa velocità degli ambienti più umidi. Così, dal suolo del deserto spuntano non soltanto le rose celebrate dal poeta Luis Sepúlveda, o le pitture primitive che gli archeologi scoprono sulle pareti delle caverne, ma anche resti umani: ossa, mandibole, carne mummificata.
Patricio Guzmán Lozanes, cineasta cileno, esprime questa fame e sete di giustizia prendendo l’Atacama come fonte d’ispirazione in un bellissimo film, Nostalgia de la Luz (2009). In questo film mostra il deserto come centro di due dinamismi completamente diversi: da un lato è il luogo di importanti studi astronomici e archeologici; dall’altro è il luogo in cui i parenti — e più concretamente le donne — dei prigionieri politici, scomparsi dai tempi della dittatura di Pinochet, compiono delle ricerche per trovare i resti dei loro cari.

Anne-Marie Zilberman, «Le lacrime di Freyja» (2013)

Se il deserto è il luogo dove provare la sete biologica e reale, forse la sete di giustizia che emerge nella contemplazione dell’Atacama è quella più espressiva riguardo a Dio dal rovescio della bellezza, attraverso la mostruosità e la crudeltà della violenza, della tortura e dell’ingiustizia. Parla attraverso lo sguardo ispirato del cineasta, che presenta questa tragica realtà in mezzo a immagini di rara bellezza. Parla attraverso i dipendenti del museo, che custodiscono con grande cura e impressionante devozione i resti umani che vengono man mano scoperti nel deserto, lettere macabre di un atroce passato. Ma parla soprattutto attraverso la fedeltà incrollabile del gruppo di donne — Mujeres de Calama — che da decenni, a quasi vent’anni dalla fine dell’era Pinochet, continuano a cercare i resti dei loro cari e non avranno tregua fino a quando non riusciranno a trovarli.
Nostalgia de la Luz è una meditazione sulla memoria, la storia e l’eternità. Attraverso fotogrammi di altissima qualità estetica esplora non soltanto la bellezza della terra e del cielo, ma anche il lato nascosto del deserto, che custodisce i segreti di un passato molto più arido del suo suolo. Mentre gli astronomi possono scrutare il cielo alla ricerca di nuove galassie e stelle e gli archeologi cercano civiltà antiche, le donne, vedove, madri, sorelle, figlie, spose, cercano instancabilmente ciò che potrebbe rimanere dei loro cari, ai quali desiderano dare perlomeno una dignitosa sepoltura.
Il deserto non ha taciuto per sempre sulla violenza e la tortura, ma ha cospirato contro il male e il presunto silenzio di Dio dinanzi all’ingiustizia. Il Dio di Gesù non ha permesso alla morte di avere l’ultima parola, così come Lui non l’ha permesso con suo Figlio. Al contrario, continua a parlare attraverso il suo Spirito. La memoria viva delle vittime della violenza mostra l’identità di questo Dio. È il Dio della vita e non un idolo di morte.
Questo pensiero e queste parole non cancellano il dolore, ma possono consolare quanti piangono le assenze e provano la sete di giustizia e di verità presente in ogni cosa che giunge dallo Spirito di Dio. Come il sepolcro non si è chiuso per sempre sul corpo di Gesù, così il deserto di Atacama non ha permesso che il ricordo delle vittime della violenza sparisse. La verità, come dice il Vangelo ci renderà liberi (cfr. Giovanni, 8, 32), portando sempre più pace a quanti hanno fame e sete di giustizia. Per questo possono essere come fiumi di acqua viva dai quali altri possono bere.
Il gruppo Mujeres de Calama continua a esistere. Queste donne cercano, raccolgono, piangono, festeggiano; rafforzano la speranza l’una dell’altra. Una di loro — Victoria — è riuscita a trovare e a farsi consegnare il piede del fratello. E con questo frammento del suo corpo ha potuto avere un dialogo, un nuovo incontro, chiamandolo per nome. Solo allora ha compreso che il fratello era morto. Un’altra di loro cerca instancabilmente suo figlio. Hanno tentato di darle una mandibola dicendole che apparteneva a lui. Non l’ha accettata, perché lo voleva tutto intero. Violeta Berrios, di settant’anni, dice che non avrà pace fino a quando non troverà Mario. A sostenere lei e le altre è la speranza. Dopo aver trovato ciò che stanno cercando, lei e le altre potranno morire in pace.
Come la speranza delle donne che il terzo giorno andarono a portare profumo e olio per ungere il corpo di Gesù, anche la loro è indistruttibile. E il deserto stringe con loro un’alleanza per la vita.
Anche se altri Paesi dell’America Latina non possiedono nel loro territorio un posto simile al deserto di Atacama, la simbologia del deserto quale luogo in cui la violenza si nasconde e si rivela si ripete in diversi Paesi del cono meridionale dell’America, come il Brasile, l’Argentina e l’Uruguay.
La configurazione della lotta e della repressione è molto simile. Mostra membri del ceto medio e letterato — studenti, universitari, intellettuali, artisti — alleati con persone dei ceti più bassi nella lotta per la democrazia, la libertà e la giustizia. Devono affrontare uno stato autoritario, che reprime le loro iniziative con diversi mezzi, compresa la tortura, e differenti forme di intimidazione. Che spesso si concludono con la morte delle vittime e con la necessità di far sparire i loro corpi, in modo che non rimanga più nessuna traccia della loro presenza e della loro esistenza.
Possiamo qui trovare una “liturgia” che può essere messa in un’analogia perversa con le liturgie religiose. La tortura inizia con l’essere un corollario dell’“immaginazionario statale”, usando i corpi, in modo che possano svolgere un ruolo nella visione di uno stato-nazione. È una liturgia che poggia sulla paura, che, insieme al silenzio e alla scomparsa delle persone, crea un ambiente favorevole allo smantellamento di un corpo sociale che potrebbe competere con il potere dello Stato totalitario. Viene creato un deserto simbolico, dove l’assenza inspiegabile e incomprensibile delle vittime intende produrre un silenzio intimo e ininterrotto.
Come in Cile, anche in questi altri Paesi sono emersi un’esperienza e un pensiero che denunciano la violenza e creano nuovi linguaggi e simboli immaginativi per far parlare le vittime. In Argentina, che conta trentaseimila persone ufficialmente scomparse, sono ancora una volta le donne a farsi protagoniste. Con un movimento ancora più grande rispetto a quello del Cile sono state fondamentali nel destabilizzare la sanguinaria dittatura militare. La loro sofferenza e le loro lacrime, trasformate in un’azione pacifica e silenziosa, pregna di un simbolismo profondo, hanno denunciato ciò che si stava cercando di mantenere invisibile sotto il crudele manto del totalitarismo.
Il riferimento è al movimento delle Madres de la Plaza de Mayo, che dal 1977 si riunisce e adotta la strategia di camminare in cerchio ogni giovedì alle ore 15.30, per manifestare sotto le finestre della Casa Rosada il proprio dolore, le proprie lacrime e la mancanza dei loro figli perduti.
All’inizio le chiamavano Las locas, le pazze. Ma con il passare degli anni, mentre «la logica e l’urgenza del loro messaggio diventavano sempre più evidenti, il nomignolo si è perso e tutti hanno iniziato a chiamarle semplicemente Las Madres» (Mary Hunt).
Le madri di Plaza de Mayo vivono nel e del ricordo dei loro figli e camminano la loro assenza nello spazio pubblico. Per questo hanno creato simboli molto eloquenti, che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo e hanno reso il loro gruppo uno dei più importanti del Paese. Mary Hunt classifica e interpreta questi simboli in una prospettiva teologica. Anzitutto, il loro genere e status di madri è un simbolo contraddittorio. In un Paese patriarcale come l’Argentina, il concetto privato e domestico di una madre che diventa visibile nello spazio pubblico è di per sé provocatorio e complesso. «Hanno onorato questa realtà e al tempo stesso l’hanno trasformata». Trasformano la maternità in una forza e in un potere senza che cessi di essere fragilità e vulnerabilità. Si coprono il capo con della stoffa bianca, a simboleggiare i pannolini usati da quelli che un tempo erano i loro figli e dei quali si prendevano cura con dedizione materna. È questo il simbolo del loro dolore e della loro lotta, di quel dolore che contrae il loro grembo per sempre materno e il loro desiderio di giustizia e di pace. Il padre di uno degli scomparsi ha detto: «L’agonia di questa tragedia senza fine è la mancanza di un corpo da piangere». Il fazzoletto serve a coccolare, consolare e a asciugare le lacrime.
Quanto al cerchio, «non hanno scelto una marcia in linea retta, un confronto faccia a faccia con il potere. Tuttavia hanno parlato a voce alta nei loro giri silenziosi, prevedibili, incidendo piuttosto nel marciapiede la verità delle loro richieste» (Mary Hunt). Una simile logica ha fatto nascere i dipinti in tutta la città: sagome sui marciapiedi, piccole mani tagliate unite come le catene di omini di carta dei bambini, che uniscono quanti se ne sono andati con quanti hanno lottato perché tornassero o per conoscere la verità su di loro.
Ad animare quelle donne e a far loro mostrare la sofferenza e le lacrime e confrontarsi senza paura con il terrore della repressione è stato il ricordo vivo dei loro figli, fatto di immagini, foto, gesti, passi e voci. Possedere questo nel loro intimo le ha rese indomabili e ha dato loro la forza di affrontare tutti i pericoli. Portando nella pubblica piazza una lotta assolutamente privata, come la maternità, hanno creato una lotta politica di dimensioni inimmaginabili. Infatti, «che cosa sono il coraggio e l’audacia, se non sapere che ciò che è fragile non si rompe, che è impossibile imbrogliare, che tutto è possibile?» (Jorge Quiroga).
Come il gruppo di donne dell’Atacama, hanno stretto un’alleanza profonda con la vita, e per questo credono fortemente nella fonte di acqua viva che scorre dalle loro viscere e che è stato il luogo del grande evento della vita dei loro figli. La violenza ha portato via i frutti del loro grembo, ma non permettono che questi vengano dimenticati. Cercano i loro nipoti, i figli dei loro figli. Le donne dal velo bianco parlano a partire dalla loro fragilità. Inoltre, non permetteranno che il ricordo di coloro ai quali un tempo hanno dato la vita sia disperso nella notte dei tempi.
Organizzano laboratori di scrittura, disegni, arte, perché le loro esperienze hanno bisogno di trovare una forma che le esprima. Sono vicine ad artisti, poeti, cantanti e musicisti poiché traducono in poesia la loro missione in una forma spontanea e quotidiana. «Reinventano i propri figli come militanti e comprendono che non si tratta solo di raccontare l’orrore come una testimonianza del passato. Attualizzano e suddividono i fatti concreti, senza mai arrendersi o fare marcia indietro, come se ogni giorno vissuto purificasse la loro vita. Questo rischio le rende più vicine ai desideri intimi sempre presenti nella loro immaginazione attiva. C’è un margine di creatività che le avvolge. In ogni passo che compiono, la loro presenza non è mai solitudine. Volti amati non cessano di accompagnarle. Questo le fa sentire invincibili» (Jorge Quiroga).
Al loro fianco ci sono state altre donne, non madri biologiche, ma che comunque hanno vissuto un’esperienza intensa di maternità. Si tratta delle religiose, suore, donne di chiesa, donne consacrate, che hanno lottato per i poveri e per la giustizia e che durante la dittatura hanno fatto propria la causa delle donne orfane dei propri figli. Insieme a loro hanno camminato ogni settimana con la stessa stoffa bianca sul capo. Tra loro, segnaliamo le religiose francesi Yvonne Pierron, Leonie Duquet e Alice Domon, che si sono unite alle madri e hanno lottato con il loro gruppo.
Leonie e Alice sono state incarcerate, torturate barbaramente e uccise. Yvonne è riuscita a fuggire in aereo all’ultimo minuto, e dall’Europa ha continuato a impegnarsi per far conoscere le atrocità e le ingiustizie subite dai prigionieri politici in Argentina.
I resti di Leonie Duquet sono stati ritrovati sulla costa dell’Atlantico e il suo corpo è stato sepolto nel dicembre 1977 come indigente (e classificato come “codice nn: probabilmente di sesso maschile”) nel cimitero comunale di General Lavalle, nella provincia di Buenos Aires. Grazie a successivi esami genetici è stato possibile identificare i resti e la sua identità è stata annunciata dal giornale La Nación il 30 agosto 2005.
Leonie, come molte altre vittime della dittatura, non è stata sepolta nel deserto. Non sono state la siccità e l’aridità dell’Atacama a restituirla alla memoria, a far sì che sia fatta giustizia per altri. Il suo complice sono state le acque del Rio de La Plata e dell’Oceano Atlantico, che hanno restituito il suo corpo, insieme a quello di uno dei tanti altri “scomparsi” e considerati persi. Le lacrime e il pianto delle donne in Argentina hanno contribuito a far sì che fosse fatta giustizia in mezzo all’orrore della dittatura.
I figli di quelle donne, come anche i parenti delle donne cilene, sono stati incarcerati e uccisi perché non erano d’accordo sul fatto che a Dio non importasse della sofferenza e delle lacrime dei poveri. Apertamente cristiani o no, hanno messo a rischio tutto per l’ideale di un mondo migliore e una società più giusta. Hanno messo a rischio la loro integrità e la loro vita perché credevano che quanti piangono sono benedetti e saranno consolati. Volevano intensamente che questa consolazione giungesse e per questo hanno dato la propria vita.
Il nordest del Brasile è una delle regioni più povere del Paese e anche di tutto il continente sudamericano. La regione viene continuamente colpita da terribile siccità, il che significa che la gente non riesce ad avere acqua da bere o coltivare cibo per mangiare; il bestiame muore ovunque; i bambini nascono già condannati a una morte prematura a causa della grave povertà che li priva dei beni essenziali della vita.
Molti autori brasiliani, scienziati e poeti hanno denunciato questo stato di cose nei loro lavori. Inoltre, la Chiesa in Brasile, dopo la Conferenza di Medellín nel 1968, ha prestato particolare attenzione a tale situazione, condannandola come incompatibile con il Vangelo. Molti vescovi delle diocesi del nordest del Brasile hanno adottato misure radicali in termini di solidarietà con i poveri, rinunciando alla propria comodità e ai privilegi per andare a condividere la vita di coloro che avevano poca speranza di condurre un’esistenza vera e piena. Hanno anche pubblicato documenti coraggiosi, nei quali hanno dato voce alla loro indignazione ed espresso solidarietà con la loro gente e le sue condizioni di vita.
Tra questi poveri, le più povere sono le donne. Abbandonate dai mariti e dai compagni, spesso sono lasciate sole a crescere i figli. Prive di risorse di qualunque genere, lottano fino all’ultima stilla di vita, con un minimo di salute e dignità, per mantenere in vita i loro figli. Molte di loro sono costrette a migrare, lasciando il luogo in cui sono nate e cresciute per cercare una vita migliore per i loro figli nel sud del Paese. Nelle aree rurali e nei distretti più poveri ai margini delle città ci sono milioni di donne che concepiscono, partoriscono e allattano i neonati della gente comune. A volte lo fanno con difficoltà, dolore e sofferenza; a volte con l’ultima goccia di vita che l’esistenza lascia loro.
La storia seguente nasce da questo contesto. Il protagonista non è un vescovo o un teologo o un qualunque membro della gerarchia, ma una povera donna anonima, una madre di tanti figli. Come accade a tutte le sue compagne di genere e di povertà, il suo corpo è esteso. Un bambino in grembo, l’altro allattato al seno, un altro appeso sulla schiena e tanti altri tutti intorno a lei. E tutti la tengono per mano o si aggrappano al suo vestito.
Un vescovo attraversa le strade vuote di una minuscola città nell’arida regione di Garanhuns, una tra le più colpite dalla carestia al mondo. Davanti alla cattedrale vede una donna con tre bambini piccoli e un bebè aggrappato al collo. Osserva che stanno svenendo per la fame. Il bebè sembra morto e il vescovo non capisce perché la donna non allatti il bambino. Avvicinandosi, rimane colpito dal suo volto triste, dai cerchi scuri sotto gli occhi, dagli stracci che indossa, proprio come i suoi figli. Le dice: «Dagli del latte». La donna lo fissa e gli risponde a voce bassissima: «Non posso, signore». Insiste perché lo faccia e lei continua a ripetere che non può. Poi con un gesto brusco la donna apre la camicetta e mostra il suo seno: un seno magro, sottile, secco. Sta sanguinando. Il bambino vi si attacca con avidità e violenza; succhia il suo sangue. Non è rimasto altro.
La madre, che aveva dato la vita al bambino, lo nutriva, come un pellicano, con il proprio sangue, la propria vita. È un’icona con le sue lacrime e la sua sofferenza, e può essere messa in riferimento con il Dio vivente. Come lei, Gesù all’Ultima Cena ha nutrito il suo popolo, simboleggiando attraverso l’agape celebrata con i suoi amici il dono del suo corpo e del suo sangue perché il mondo avesse la vita. Il suo sacrificio, che si sarebbe consumato poco dopo, era già presente e avrebbe accompagnato i discepoli per sempre, fino alla fine dei tempi. Tutto il dramma della salvezza, presente nelle parole e nei gesti di Gesù: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo (…), questo è il mio sangue (…), versato per molti» (Matteo, 26, 26) è presente e attivo nel corpo delle donne. Il corpo delle donne, che si estende e si moltiplica in altre vite, che dona se stesso come cibo e nutre con la propria carne e il proprio sangue le vite che ha concepito, è lo stesso corpo che deperisce e muore arando il suolo, lavorando nelle fabbriche e nelle case, girando pentole e spazzando pavimenti, filando e lavando vestiti, organizzando incontri, conducendo lotte e guidando canti e liturgie.
È il corpo femminile, donato eucaristicamente per la vita di altri, distribuito, mangiato e bevuto in modo reale e fisico da tutti coloro che — come uomini e donne di domani — continueranno la stessa lotta di pazienza e resistenza, dolore e coraggio, gioia e piacere, vita e morte.
Spezzare il pane e distribuirlo, avere la comunione nel corpo e nel sangue del Signore fino a quando egli ritornerà, significa che oggi le donne, anche e specialmente quelle che vivono nelle situazioni più povere e negative, riprodurranno e rappresenteranno simbolicamente in mezzo alla società e alla comunità dei credenti l’atto divino di abbandono e di amore, affinché le persone possano crescere e possa giungere la pienezza della vita, celebrata nella festa della redenzione vera e ultima, quando coloro che piangono saranno consolati; quando Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse, 21, 4).

di Maria Clara Lucchetti Bingemer

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