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L'acqua di un nuovo inizio

· ​Il Battesimo dalle catacombe ai sarcofagi paleocristiani ·

Lastra con scena di battesimo di una fedele (iv secolo, particolare),   museo paleocristiano di Monastero (Aquileia)

Nel primo segmento del terzo secolo nascono a Roma le catacombe, intese come cimiteri comunitari esclusivi e distinti dalle necropoli tardoantiche. Questi rivoluzionari complessi funerari, scavati nel tufo, spesso riutilizzando ambienti abbandonati, ovvero miniere dismesse e cunicoli idraulici, si configurano, gradualmente, come una vera e propria città dei morti, ovvero come un sistema di inumazione complesso che si sviluppa in verticale, giungendo a ricavare ben quattro piani di gallerie. Queste ultime furono subito costellate di loculi, ovvero di sepolture semplici e sobrie, destinate agli “uguali”, secondo lo spirito fraterno che anima le comunità della prima ora. Ma le catacombe accolsero anche monumenti ipogei più complessi, dei veri e propri cubicula, ossia delle camere funerarie dove disporre le sepolture di gruppi familiari più o meno allargati. O anche, probabilmente, di collegi dove confluivano i resti mortali di coloro che svolgevano le stesse professioni o appartenevano al medesimo entourage o gerarchia ecclesiastica. Questi articolati labirinti scavati nel tufo — oggi svuotati dai “barbari” di tutte le epoche e, specialmente, dai corpisantari del Seicento e del Settecento, che praticavano il sistematico traffico delle sacre reliquie — erano animati dagli epitaffi incisi o graffiti, dal corredo e da decorazioni semplici e allusive ad un augurio in vista del risveglio dal sonno provvisorio dei defunti che attendevano la resurrezione. Tali decorazioni erano compiute ad affresco e, più raramente, in mosaico e mostravano programmi decorativi composti da scenette abbreviate e da figure simboliche. Succede così che le immagini dell’orante e del buon pastore, provenienti dal repertorio figurativo pagano, si affiancano a scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. I primi affreschi, da riferire agli anni Trenta del III secolo, sono stati recuperati nel comprensorio callistiano dal grande archeologo romano Giovanni Battista de Rossi, negli anni centrali dell’Ottocento. 

I più antichi decoravano un cubicolo doppio nella cosiddetta area di Lucina. Un’area — dopo gli ultimi restauri compiuti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nella regione catacombale che accoglie il sepolcro di papa Cornelio (251-253) — davvero significativa, sia per quanto attiene le tipologie funerarie, sia per quanto riguarda il culto martiriale. Basti pensare al sepolcro stesso, monumentalizzato prima da papa Damaso (366-384) con un solenne epigramma inciso e poi da raffinati dipinti bizantini.
Il cubicolo doppio conserva ancora alcuni brani degli affreschi antichi che recuperano il repertorio figurativo profano e introducono le prime scene cristiane. Tra oranti, pastori, volatili, mostri marini, ecco spuntare Daniele tra i leoni e Giona in riposo sotto la pergola, ma anche enormi e simbolici “pesci eucaristici” — secondo la definizione di Joseph Wilpert — e la più antica rappresentazione del battesimo di Gesù.
Tale scena mostra, ancora, tutte le peculiarità di uno schema in via di definizione e riduce la rievocazione evangelica agli attori protagonisti. Il Battista aiuta il Cristo a risalire dal Giordano dopo l’immersione, secondo una dinamica figurativa naturale ed efficace. Le uniche cifre iconografiche che ci permettono di decodificare la scena sono rappresentate dalle acque del fiume e dalla colomba dello Spirito Santo, che sorvola le due figure.
Di lì a qualche anno, nelle cappelle dei Sacramenti nell’Area i callistiana, a poche centinaia di metri dall’area di Lucina, la scena, più rigida e meglio definita, torna per ben due volte, nei cubicoli A2 e A3. Nel primo caso, la rappresentazione si staglia sulla parete di fondo e mostra il Battista di grandi proporzioni, in tunica e pallio, mentre impone la mano destra sul capo del Cristo, raffigurato come un fanciullo. Nel secondo quadro, la medesima situazione figurativa affianca la scena ad un pescatore e un paralitico, come per cercare un filo rosso che unisce il sacramento dell’illuminazione alla figura del pescatore di uomini per eccellenza e alla guarigione del paralitico presso la probatica piscina di Bethesda. L’acqua come elemento della salvazione unisce queste immagini, così semplici nella struttura iconografica e così dense nel significato fortemente rigenerativo.
Ma l’acqua si propone anche e soprattutto come elemento del cosmo, cercando nella terra il suo naturale pendant e richiamando rispettivamente l’Oceano e la Tellus, le due facce dell’habitat terraqueo, dove si consuma la vita dell’uomo, che attraverso la navigatio vitae tende verso il tranquillo e beato locus amoenus di virgiliana memoria.
Questo percorso spirituale, che si muove dal mondo e approda nell’aldilà mettendo in moto quel naturale progetto della pax terra marique parta, trova le sue traduzioni figurate in un piccolo manipolo di sarcofagi, concepiti in un atelier romano, a partire dagli anni centrali del iii secolo, appena qualche decennio più tardi rispetto agli affreschi catacombali appena considerati. A questo gruppo appartengono il sarcofago della via Salaria, quello della Lungara, quello di La Gayolle e quello di Basilea. Tutte queste arche marmoree, come si diceva, propongono le simboliche teorie della pace vissuta nel cosmo, con la personificazione della saggezza (filosofo), della pietas (orante), della filantropia (crioforo), della vita di mare (pescatore). Ma proprio quando si supera la metà del secolo III, scatta un meccanismo rivoluzionario, con il sarcofago di Santa Maria Antiqua, scoperto nei primi anni del Novecento nella omonima basilica romana, scrigno della pittura bizantina, incastonato nel Foro Romano.
Questo sarcofago a vasca mantiene le figure del filosofo, dell’orante, del pastore, eppure lascia spazio a due nuovi temi, già sperimentati nell’arte delle catacombe, ma che, per la plastica funeraria, rappresentano delle vere e proprie novità.
Il contesto è sempre quello cosmico, dove prevale ancora l’elemento acquatico con scene di genere (pescatori che sistemano le reti) e con l’epopea di Giona, ovvero con la burrasca, il mostro marino e il profeta che riposa nudo — come Endimione dormiente — sotto alla pergola del ricino.
Ma ecco spuntare anche la scena del battesimo del Cristo, secondo lo schema collaudato negli affreschi callistiani. Le acque del Giordano rappresentano una chiave di lettura importante per decodificare l’immagine, ma la colomba che sopraggiunge per significare lo Spirito Santo toglie ogni dubbio. Questa ultima osservazione non è di poco conto, in quanto, di lì a qualche decennio, appariranno nel repertorio iconografico paleocristiano anche scene di battesimo di defunti ordinari. Eppure anche in questi casi, talora, appare la colomba, forse per alludere agli oggetti preziosi, in oro e in argento, da cui usciva, presumibilmente, l’acqua, in un solenne ed enfatico gesto liturgico. Lo suggerisce una celebre lastra incisa di Aquileia, già del secolo IV, dove il vescovo, coadiuvato da un diacono, battezza una infante sulla quale piove una cascata di acqua da un clipeo stellato, campito da una colomba.
Siamo oramai all’interno della civiltà paleocristiana e l’antico evento del Giordano — così spontaneo eppure carico di significato — viene ripetuto meccanicamente nella liturgia pasquale, proponendo e riproponendo le idee della riconciliazione, della guarigione, della illuminazione, dopo il peccato dell’origine.

di Fabrizio Bisconti

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26 giugno 2019

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