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L’accoglienza segno di contraddizione

· A colloquio con il segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ·

L’accoglienza segno di contraddizione. È una riflessione originale, ma profonda, sulla mobilità umana quella proposta da monsignor Joseph Kalathiparambil, il vescovo indiano del Kerala, nominato da Benedetto XVI, il 22 febbraio scorso, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Cinquantanove anni ad ottobre, il presule ha le idee chiare a proposito del dramma vissuto da quanti sono alla ricerca di punti di riferimento certi per poter sopravvivere. E si trovano quasi sempre davanti un mondo per lo più indifferente, quando non proprio ostile. Anche sulle responsabilità il vescovo ha idee precise e non le nasconde. Sono da ricercarsi nel cuore stesso degli uomini, soprattutto in quelli che hanno responsabilità di governo. Ne parla in questa intervista al nostro giornale.

La lunga esperienza maturata in una diocesi «ricca di povertà» l’ha messa certamente a confronto con il dramma della miseria. Cosa porterà con sé nell’incarico affidatole dal Papa?

A Calicut dovevo prendermi cura di meno di cinquantamila cattolici, su un territorio di 12.500 chilometri quadrati, in una zona in cui la maggior parte della popolazione è indù o musulmana. La stragrande maggioranza degli abitanti sono agricoltori e piuttosto poveri. Dovevo provvedere ai loro bisogni spirituali e materiali. Qui devo confrontarmi con una grande varietà di problemi, ma alla fine nei migranti e nei rifugiati trovo lo stesso volto dei poveri che devono lavorare duramente per il proprio sostentamento. È il volto di Gesù, povero, affamato, assetato, nudo, malato e prigioniero. In diocesi avevo un contatto diretto con le persone e partecipavo alle loro gioie e alle loro sofferenze concrete. Qui sono al centro della Chiesa universale, che apre i miei orizzonti al mondo intero. Pur non avendo un contatto diretto veniamo a conoscenza dei successi e del dolore spesso insostenibile che si associa alla mobilità umana e dell’angoscia di quanti cercano disperatamente altrove un futuro migliore per loro e per i cari o fuggono dal proprio Paese per salvarsi la vita, e che invece di una mano tesa trovano un muro. Per fortuna ci sono molte persone, gruppi, associazioni e istituzioni che si preoccupano delle loro sorti.

Quale ritiene sia il problema più urgente da affrontare in questo momento?

La questione dei migranti e dei rifugiati. È sotto gli occhi di tutti. È un fenomeno destinato a continuare e perfino a crescere nei prossimi decenni. È un dato di fatto che quando una persona nel suo Paese non può più vivere nel benessere e nella dignità e non può provvedere al sostentamento della famiglia si reca altrove per cercare opportunità migliori. E lo fa ancora di più se la sua vita è in pericolo a causa di guerre, violenze, persecuzioni, calamità naturali, malattie, carestie e così via. Dobbiamo fare tutto il possibile per trovare una soluzione a ciò, per aiutare a prevenire le cause e accompagnare con solidarietà e compassione tutti coloro che sono coinvolti in tale fenomeno. Si tratta di armonizzare tra loro l’accoglienza dovuta al migrante e al rifugiato bisognoso e le esigenze della popolazione locale che lo accoglie.

E quale può essere la risposta cristiana?

L’ospitalità è una caratteristica fondamentale del nostro ministero pastorale tra quanti sono in movimento. Dunque direi che una risposta cristiana adeguata debba essere radicata proprio sull’accoglienza, sulla compassione e sul trattamento equo, e ciò infrange le barriere sociali. È una risposta alle necessità fisiche delle persone bisognose di cibo, riparo e protezione, ma è anche un riconoscimento del loro valore e della comune umanità. Lo straniero viene accolto in un luogo sicuro, personale e confortevole, un luogo di rispetto, di accettazione e di amicizia. Viene incluso in una rete di relazioni che dona e sostiene la vita. Accoglienza significa ascolto attento e condivisione reciproca della propria storia. Esige apertura di cuore, disponibilità a rendere la propria vita visibile agli altri e generosità con il tempo e le risorse. Anche l’ospite può dare un suo contributo, quindi deve essere invitato a partecipare attivamente al nostro impegno. È possibile farlo in molti modi, secondo i doni propri della persona.

A volte, però, dare ospitalità non è proprio semplice.

Non dico che dare ospitalità sia semplice; di fatto è difficile ed esige molto. La gente si stanca e lotta contro i propri limiti. La società attribuisce grande valore al controllo, alla pianificazione e all’efficienza, mentre l’ospitalità è imprevedibile e talvolta sembra essere inefficiente. Per offrire ospitalità dobbiamo rivedere e rimodellare le nostre priorità. Inoltre, la società in generale può mostrarsi ostile nei confronti delle persone che noi accogliamo. Può risultare estremamente difficile assorbire il dolore del rifiuto e della perdita che i nostri ospiti portano con loro. C’è bisogno del sostegno e della comprensione della comunità.

Le crisi umanitarie in atto generano continui flussi di sfollati e di rifugiati. A parte il dramma comune che comunque affrontano quali sono le differenze tra questi gruppi?

Gli sfollati rimangono nel proprio Paese e non attraversano confini internazionali. Spesso si trovano nella stessa situazione dei rifugiati. Però questi ultimi sono protetti dalla legge e sono stati loro concessi dei diritti. Gli sfollati rientrano invece sotto l’autorità e la responsabilità del governo locale e talvolta sono gli stessi governi ad aver causato lo sfollamento. Detto ciò, è necessario difendere i diritti dei rifugiati ai quali hanno titolo. Occorre inoltre rafforzare la tutela degli sfollati in seno alla comunità internazionale. La Santa Sede partecipa a tutti i dibattiti su queste tematiche e le opinioni del dicastero vengono accolte con rispetto. Di solito la Chiesa locale è responsabile prima di tutto per la situazione pastorale dei rifugiati e degli sfollati. Talvolta le Chiese locali non sono abbastanza preparate per il flusso improvviso o sono sopraffatte dai semplici numeri. Spesso stanno già affrontando una situazione pastorale complicata, il che rende difficile rispondere a questo compito aggiuntivo con le limitate risorse finanziare e umane disponibili. Nel nostro dicastero seguiamo quello che accade, essendo a conoscenza di ciò che è stato pubblicato e delle ricerche in corso. Allo stesso tempo sembra che siamo impotenti e incapaci di reagire in modo adeguato ed efficiente alle emergenze. Ciò può diventare fonte di frustrazione.

Cosa fate per superare queste difficoltà?

Anche se non svolgiamo direttamente delle attività concrete, lo facciamo attraverso le Conferenze episcopali e le loro Commissioni per la mobilità umana, e attraverso i vescovi diocesani e le Chiese locali. Il nostro compito è quello di incoraggiare e coordinare i loro sforzi pastorali e di sostenerli. Collaboriamo anche con le organizzazioni internazionali, le Ong, le associazioni e gli altri organismi che svolgono attività in tutti i campi a favore delle diverse categorie di persone in movimento. Più direttamente organizziamo incontri, congressi e altre attività, a livello internazionale e regionale, per condividere le esperienze di quanti sono direttamente coinvolti nella pastorale della mobilità umana, al fine di far sentire loro il nostro coinvolgimento e il nostro sostegno e per rassicurarli che siamo al loro servizio.

Una categoria a sé è rappresentata dagli studenti esteri e internazionali.

Ho studiato a Roma dunque ho conosciuto colleghi di nazionalità diverse. È stato un arricchimento per la mia vita sacerdotale. Ho condiviso con loro gioie e preoccupazioni. Gli studenti internazionali hanno bisogno di assistenza e di sostegno spirituale e materiale per familiarizzare con il nuovo ambiente e la nuova situazione socio-culturale.

Cosa porta con sé tra i ricordi dell’esperienza vissuta in India?

Il senso di solidarietà tra le diverse religioni per il bene dei fedeli. Pur essendo una minoranza in India, le tre Chiese sui iuris — latina, siro-malabarese e siro-malankarese — lavorano mano nella mano per il benessere spirituale e materiale delle persone e rendono testimonianza al Vangelo. Migliaia di sacerdoti, religiosi e religiose e laici hanno dedicato la propria vita al Signore. Il servizio della Chiesa nell’educazione, nel lavoro umanitario, nell’assistenza sanitaria e così via ne è uno splendido esempio. Malgrado atteggiamenti aggressivi da parte dei fondamentalisti, non manchiamo mai di fare del bene ai membri delle altre religioni. Molti istituti educativi, ospedali, orfanotrofi e case per anziani stanno rendendo un servizio lodevole alla gente, a prescindere dalla casta o dal credo. Tutti riconoscono il ruolo delle missionarie della carità delle beata Madre Teresa di Calcutta in India e nel mondo. Ho osservato come tra le diverse Chiese esista un atteggiamento simile di preoccupazione per il benessere delle persone in movimento, il che offre possibilità di collaborazione. Questo spero di rivivere anche nell’adempimento della mia nuova missione nella Chiesa.

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17 settembre 2019

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