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L’accoglienza possibile

· ​A colloquio con Antonio Silvio Calò ·

«La sera, che era il momento in cui ci trovavamo tutti, veniva anche da ridere perché per riuscire a comunicare tra di noi potevamo metterci anche mezz’ora solo per dire una cosa a tutti». Antonio Silvio Calò, insegnante di filosofia a Treviso, racconta con franchezza e allegria — in un’intervista rilasciata a «Una Città» (n. 239/Maggio 2017) e che riproduciamo integralmente — l’esperienza straordinaria che ha vissuto insieme alla sua famiglia: accogliere i migranti a casa sua, senza filtri, senza deleghe in bianco all’autorità o agli “esperti” di turno. Provando a condividere con semplicità e concretezza, gioie, dolori, difficoltà e speranze di chi proviene da una cultura molto diversa e molto distante, in senso non solo geografico.

La famiglia Calò con i suoi ospiti

Ci piacerebbe che raccontasse dall’inizio come la vostra famiglia è arrivata a prendere questa decisione di accogliere rifugiati. 


Nel 2015, marzo, aprile, si sono verificati una serie di eventi tragici uno dietro l’altro; il 18 ce n’è stato uno molto drammatico a Lampedusa con centinaia di morti. Di fronte a queste immagini, ma anche alle precedenti, devo esser sincero, quel giorno, il 18, lo ricordo come fosse adesso, ho detto no, basta, dobbiamo fare qualcosa. Ora non è che noi abbiamo tante cose. Abbiamo la casa. Ho proposto, mettiamo a disposizione la nostra casa. Mia moglie era d’accordissimo, ho consultato anche tutti i figli perché non avrei mai preso una decisione di questo genere, che comportava un tale cambiamento nella condivisione degli spazi della casa, senza il loro consenso. Il 20 aprile o il 21, non ricordo, prima di recarmi in prefettura ho detto a mia moglie: «Vedrai che ci saranno altre famiglie che han già fatto questa scelta quindi potremo creare una rete, ci potranno consigliare su cosa fare e non fare». Quando sono stato davanti al funzionario della prefettura subito c’è stato un qui pro quo: loro pensavano che noi avessimo una seconda o terza casa in cui ospitarli. Quando ho chiarito che sarebbero venuti a stare a casa nostra, la risposta è stata: «Ma lei è fuori completamente!». E quando ho detto: «Ma ci saranno altre situazioni come la nostra», l’ispettrice mi ha risposto: «No, guardi, non c’è nessuna situazione di questo genere, né qui né a Treviso o nel Veneto... Io credo che lei sia il primo in Italia che fa questo tipo di accoglienza». A quel punto ci sono rimasto anche male, avevo immaginato una situazione ben diversa. Anche perché quello voleva dire che non c’era neppure una legislazione in riferimento all’accoglienza familiare.

C’erano i centri di accoglienza ma non c’era la possibilità di accogliere immigrati per i privati?

Per i privati solo in caso di emergenza, come in quei giorni, poi è diventato tutto molto più difficile. Ci dovevamo appoggiare a qualcuno. Subito mi venne in mente una cooperativa di un ex profugo marocchino, ora italiano, venuto in Italia 23 anni fa, che in quel momento stava cominciando a far servizio presso la prefettura per i profughi. Questa persona, un carissimo amico con cui abbiamo fatto tante esperienze insieme, compreso un viaggio in Marocco, mi ha detto subito che ci saremmo potuti appoggiare a loro, mantenendo la massima libertà per fare quello che ci sembrava più opportuno. Questo è stato ad aprile. Poi a maggio il nostro parroco ha aperto la propria canonica a trentadue ragazzi. Era una situazione di emergenza e mia moglie andava praticamente tutti i giorni a insegnare un po’ di italiano. Io andavo appena potevo, soprattutto la sera, per capire com’era organizzata la cosa. Discutevo con loro, cercavo anche di comprendere soprattutto le motivazioni ma anche le aspettative che li spingevano a intraprendere questi viaggi incredibili. E quello ci è servito molto. Così abbiamo dato la disponibilità alla prefettura da due a un massimo di sei persone. Ricordo che mia moglie disse che a quel punto, visto che ci eravamo decisi a quel salto, potevamo offrire la possibilità alle ragazze soprattutto, perché le ragazze, come purtroppo si sa, patiscono cose non di poco conto. Aggiunse: «Guarda, anche se arrivano già incinte, le prendiamo lo stesso perché in famiglia è tutta un’altra cosa rispetto a certi centri d’accoglienza». A Treviso, però, in quei mesi, di ragazze non ne sono proprio arrivate. L’8 giugno del 2015 la prefettura mi ha telefonato per dirmi che avevano bisogno dei posti che avevamo offerto perché arrivavano sei ragazzi. La chiamata era stata verso le 12, alle 19 di sera erano già tutti qua. Quindi abbiamo dovuto preparare tutto: i letti, che sono arrivati contemporaneamente a loro, e tutto il resto. È stato veramente un momento particolarissimo: la nostra strada, come avete visto, è chiusa e ci si è infilata questa corriera che proveniva dalla Sicilia, con 50 persone, dietro c’era la polizia, e ne sono scesi questi sei con il loro sacchetto nero dell’immondizia dove avevano un cambio. È stato un momento particolare. Tutto il quartiere si era affacciato, gli sguardi di gran parte di loro erano un poco truci, ostili.

di Paola Sabbatini e Leila Serra

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